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Egitto, la vera polveriera del Mediterraneo

Tra attentati e incursioni dell'ISIS, il regime di al Sisi resta il male minore

egitto bomba

Una immagine della chiesa copta di San Pietro, a il Cairo, dopo l'esplosione di una bomba (Foto EPA)

Guardando al quadro complessivo egiziano, la constatazione è che per dimensioni territoriale e demografica, posizione geografica, ruolo strategico nel canale e nel conflitto arabo israeliano, valore storico e culturale l’eventuale collasso del regime al Cairo, suonerebbe come catastrofico per l’intero Medio Oriente

L’attentato alla chiesa copta ortodossa dei santi Pietro e Paolo di Alessandria, e la diffusione delle prime conclusioni della commissione di inchiesta sull’esplosione in Mediterraneo, il 19 maggio 2016, del volo Egypt Air MS804, non aiutano a migliorare la seria situazione nella quale da anni è infilato il più importante paese arabo e sunnita della fascia afro-mediterranea. Ad Alessandria avrebbero operato terroristi di ISIS. Sui poveri resti delle vittime del volo proveniente da Parigi, i tecnici hanno rilevato tracce di esplosivo che confermerebbero la tesi dell’attentato.

In risposta lo stato, in mano alle forze armate, ribadisce i controlli e stringe ulteriormente le maglie dei meccanismi di sicurezza, senza riuscire a dare tranquillità né ai cittadini (che, come si vedrà, non ricevono molte ragioni di speranza) né ai turisti che continuano a starsene alla larga dal paese facendo scendere gli introiti di alberghi, località di svago e riposo, musei e siti archeologici.

A peggiorare una situazione socio-economica già strutturalmente critica, si stanno aggiungendo due inaspettati ulteriori fattori. Il calo dei prezzi petroliferi sta riportando molte navi della rotta da e per l’Asia, al periplo del Capo evitando i salatissimi costi del recentemente ingrandito canale di Suez: l’ammontare di royalties e canoni legati all’uso dell’istmo, di conseguenza, cede paurosamente. Il ripiegamento delle attività economiche in diversi paesi del Golfo e del Medio Oriente, riporta in famiglia molta emigrazione egiziana, il che significa un’ulteriore perdita di valuta per il sistema paese, dovuta alla flessione delle rimesse.

Guardando al quadro complessivo egiziano, non si può non partire da una constatazione: per ragioni le più varie (dimensioni territoriale e demografica, posizione geografica, ruolo strategico nel canale e nel conflitto arabo israeliano, valore storico e culturale) l’eventuale collasso del regime installato al Cairo, suonerebbe come catastrofico per l’intero Medio Oriente, che vi leggerebbe una condanna per la labile ipotesi di rilancio di pacificazione e sviluppo nella regione.

Il Medio Oriente deve uscire dallo scenario di autodistruzione offerto dal modello siriano: centinaia e centinaia di gruppuscoli con un governo privo di consenso, a fare terrorismo contro civili inermi, grandi potenze alla finestra pronte a tirare profitto dalla situazione. Per questo è fondamentale tenere l’Egitto fuori dalle infezioni libica e siriana, convincendo il regime di Abdel Fattah al Sisi ad imboccare il percorso in grado di soddisfare almeno in parte gli enormi bisogni delle vastissime masse popolari del suo paese.

In più di un’occasione, la nostra diplomazia ha dato l’impressione di non percepire la rilevanza egiziana. Clamoroso quanto accadde nell’agosto 2015, all’apertura dei 72 chilometri a doppia corsia del canale di Suez: mandammo il ministro della Difesa, neppure si trattasse di manovre congiunte, mentre la Russia era presente con il primo ministro Medvedev e la Francia con il presidente Hollande, dichiarato “ospite d’onore”. Anche nel caso Reggeni, la gestione politicamente più accorta dell’assassinio del nostro ricercatore, avrebbe probabilmente fruttato di più sul piano dell’inchiesta giudiziaria senza mettere in palese difficoltà un governo che, lo vogliamo o no, l’interesse nazionale suggerisce di puntellare pur spingendolo inesorabilmente verso meno ingiustizie e repressioni, e più riforme. L’alternativa a quel governo sono i Fratelli Musulmani, o peggio nelle attuali condizioni, inutile prendersi in giro. In Medio Oriente c’è bisogno di spegnere i fuochi accesi, non di propagare ulteriormente l’incendio.

Il che spiega perché i cristiani d’Egitto, tre anni fa, non abbiano avuto dubbi nell’appoggiare Al Sisi nello scontro cruento con l’integralismo islamico. E perché stiano reagendo uniti, copti cattolici e copti ortodossi, alla strage di Alessandria. Il governo ha dichiarato il lutto nazionale, e i cattolici, in solidarietà, hanno cancellato le grandi celebrazioni natalizie, pur confermando alcune funzioni della vigilia.

Detto questo, non si possono evitare le critiche al regime, che in un triennio ha accumulato ulteriori sconfitte per la società e l’economia egiziane.

Sul piano politico, l’opposizione, almeno in questa fase, non ha margini di manovra, tanto più che ha in prigione più di 60.000 suoi esponenti. Inoltre risulta divisa tra il filone religioso dei Fratelli Musulmani e quello laico fatto di sindacalisti e attivisti socialisti, anch’essi invisi al regime.

L’economia stenta, e soffre soprattutto il sociale. In un paese con la curva demografica estremamente attiva (il 33% della popolazione ha meno di 14 anni e l’età mediana è 25,3 anni), 20 milioni di persone ovvero quasi il 28% della popolazione, secondo dati del governo, sono in condizione di povertà strutturale. Inflazione e speculazione riducono il potere d’acquisto della gente: il 2016 è iniziato con un valore inflattivo ancora inferiore al 9%, che a fine anno sarà presumibilmente quasi al doppio.

Si sono individuate, tra le cause recenti dell’accartocciarsi dell’economia, il calo della produzione industriale ed energetica dovuto anche alle azioni degli insorgenti islamici (si ricordino i ripetuti attacchi armati ai pozzi nel Sinai del nord), e i già richiamati cali di introiti da rimesse e turismo. Ma il vero problema è che non si interviene sulle questioni di struttura: il ritardo dell’agroalimentare che non riesce a liberare il paese dalla fattura alimentare equivalente alla metà del consumo, la burocrazia pubblica sottopagata improduttiva e pletorica, la scuola e l’università che non rendono competitivo il paese (1/4 degli adulti è analfabeta), la sanità che ha punte di arretratezza raccapriccianti. Le forze armate, che sembra controllino direttamente più della metà delle risorse del sistema economico nazionale, sia a livello produttivo che commerciale, dovrebbero fare un passo indietro privatizzando e inserendo manipoli freschi d’impresa e mercato nei livelli alti dell’economia e nei gangli finanziari e amministrativi che la controllano o regolano. Ma questo significherebbe rinunciare a privilegi che, al contrario, ritengono evidentemente dovuti.

Tra cause contingenti e strutturali sta il fatto che, nonostante certi aiuti internazionali che arrivano grazie anche alla pacificazione con Israele, le casse dello stato rischiano di restare vuote.

Come ha narrato recentemente Reuters, in questa fase non si è in grado di procedere all’acquisto di tutto lo zucchero necessario, pari a 1/3 del fabbisogno. Con il grano, lo zucchero (e per questo il suo commercio è monopolio statale) è alimento primario nella dieta nazionale. Secondo Bloomberg, che alza il dito direttamente contro al Sisi, i generali hanno ricevuto decine di miliardi in aiuti, ma il tasso di disoccupazione resta alto (13%, e i giovani sono a più del doppio), il deficit commerciale è al 7% del prodotto interno lordo, il deficit di bilancio al 12% del Pil.

Dati puntuali che riassumono, con tinte positive e negative la situazione socio-economica del paese,vengono dal rapporto paese, prodotto congiuntamente da Ambasciata Consolato ed Enit per il 2017, consultabile online. Vi si evidenzia come, nell’anno fiscale 2014/2015 la crescita del Pil egiziano sia risultato del 4,2 per cento grazie ad investimenti e aumento della componente pubblica dei consumi. L’anno fiscale terminato nel giugno 2016, si è sviluppato a un valore tra il 3,3 e il 3,7 per cento. Per il 2017 si prevede la crescita del 4.3%.

Il rapporto rileva come il cumularsi di deficit nel settore pubblico, abbia condotto questo, tra debito interno ed estero, ad assorbire praticamente la totalità del prodotto interno lordo. Sulla posizione nei conti con l’estero, lo studio rileva, per il 2015, partite correnti in deficit per il 3,7 per cento del Pil per le ragioni già evidenziate: incurabile disavanzo della bilancia commerciale (39 miliardi di dollari), recesso di turismo e servizi, decremento dei trasferimenti dall’estero.

A conferma di come la povertà non receda, i dati sulla crescita dei consumi privati mentre nel 2014 erano al +4,1%, per gli anni successivi rilevano percentuali (+2,8% nel 2015, +2,1% e +2,4% rispettivamente nel 2016 e come previsione 2017) che per un paese in sviluppo suonano basse.

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