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Terrorismo a Istanbul: se tutti imparassimo da Israele

L'ennesima strage in Turchia dopo quella di Berlino dovrebbe aprirci gli occhi su come si combatte il terrorismo

tel aviv festa

Una festa in un locale di Tel Aviv

Apprendo le notizie dell'attacco terroristico di Istanbul da Tel Aviv, dove ho trascorso un capodanno sentendomi molto sicura. L'Europa dovrebbe capire che una convivenza tra Islam moderato e Occidente è assolutamente possibile, basta visitare Israele per capire come ebrei, cristiani e musulmani possono prosperare nella sicurezza

Queste mie riflessioni davvero  estemporanee potrebbero non essere molto popolari, e non credo che riceverò troppi “mi piace”, ma sento comunque il dovere di condividere la mia esperienza, come cittadina europea e anche come giornalista. Scrivo da Tel Aviv, dove ieri sera sono andata a una bella festa di Capodanno, una festa affollata e divertente come migliaia di feste nel mondo, e come quella dove purtroppo hanno lasciato la vita 39 persone a Istanbul. Facciamo un passo indietro.

Un paio di anni fa, durante un mio precedente soggiorno in Israele, la polizia aeroportuale mi ha torchiato per cinque minuti buoni, esclusivamente perché avevo sul passaporto un timbro turco, avendo fatto scalo a Istanbul diretta a un’altra destinazione. Quando, mesi dopo, mi sono accorta un po’ alla volta di quanti attentati stavano capitando continuamente in Turchia, ho capito che i servizi segreti israeliani sono davvero eccellenti, perché sapendo che cosa potrebbe succedere, tutelano la sicurezza dei propri cittadini anche a costo di perdere cinque minuti su qualsiasi turista insospettabile, nel mio caso una ragazza alta un metro e sessanta, senza precedenti penali e senza alcuna connessione al mondo musulmano. Oggi leggo naturalmente le prime sciocchezze sul web di qualcuno che vorrebbe vedere un coinvolgimento diretto, indiretto o occulto di Israele persino in questa ennesima folle strage. Chiedo veramente all’Europa di aprire gli occhi.

Aprire gli occhi non significa mettere all’indice la popolazione musulmana, ovvero circa due miliardi di persone; ci rendiamo conto, voglio sperare, che la percentuale di poveri pazzi che si fanno saltare in aria, si schiantano con un tir o fanno una strage con un kalashnikov è assolutamente infinitesimale. Dare inizio a una caccia alle streghe contro i musulmani tout court, recente delirio di molti, sarebbe una reazione politica stupida, cieca e figlia del razzismo e dell’ignoranza. Allo stesso tempo è necessario rendersi conto che esistono frange di Islam radicale che sfuggono completamente al nostro concetto occidentale del bene e del male; sono culture integraliste, mostruosamente violente nei confronti della donna e capaci di provocare centinaia di migliaia di morti – sono 200.000 in cinque anni i morti nello scontro tra sciiti e sunniti in Siria.

Per capire invece che una convivenza tra Islam moderato e Occidente è assolutamente possibile vorrei che tutti visitassero Israele. Vedrebbero che a Gerusalemme vivono, prosperano e commerciano insieme ebrei, cristiani e musulmani; vedrebbero città completamente arabe come Nazareth, dove nessuno mette in discussione il diritto della popolazione araba a vivere esattamente come i cittadini israeliani. Vedrebbero gli arabi israeliani impegnarsi in tre anni di servizio militare obbligatorio esattamente come gli ebrei; e tra parentesi, anche se io parlo per una generazione di pappemolli che il servizio militare in Italia non l’ha proprio visto, vi assicuro che ci si sente più sicuri in un paese dove qualsiasi ragazzo o ragazza è stato addestrato a riconoscere un sospetto, e per esempio a immobilizzarlo. Senza niente togliere all’importanza delle ragioni geopolitiche palesi o latenti che possono essere alla base dei continui attentati in Turchia, viene anche il dubbio che le loro forze di polizia e loro servizi segreti facciano acqua da tutte le parti, e che le famiglie che oggi piangono gli ennesimi morti civili lo debbano anche a una totale incapacità di gestione da parte delle forze di sicurezza.

Forse bisognerebbe anche aprire gli occhi sul fatto che continuare a ostracizzare Israele, ad esempio nelle varie risoluzioni ONU che ultimamente hanno visto scelte quantomeno discutibili, compiute per esempio dagli Stati Uniti, non è altro che un contentino ai paesi arabi signori del petrolio, spesso conniventi con l’Islam fanatico e radicale. Ebbene sì, i nostri governi scambiano un pochino della nostra sicurezza, ai mercatini di Natale, nelle discoteche, negli stadi, per non scontentare chi vende il prezioso oro nero, mentre della reale situazione dei palestinesi state tranquilli che non frega niente a nessuno. Perché altrimenti si capirebbe una buona volta che la popolazione civile palestinese avrebbe ogni interesse, per il momento e nella situazione geopolitica attuale così instabile, a essere governata da Israele anziché da un’autorità autonoma improvvisata che diventerebbe immediatamente satellite dello stato islamico. Ieri un ragazzo che aveva fatto il servizio militare a Gaza mi ha detto queste parole: “non è facile distinguere un terrorista da un civile, e non puoi sparare sui civili, perché il terrorista prende il civile, gli punta una pistola alla testa e poi gli dice, fai questo o quello per me”.

Stamattina mi sveglio e leggo di un terribile attentato, e mi trovo a chiedermi se sarebbe potuto succedere anche a me, e mi trovo a rispondermi che per fortuna, probabilmente no, perché qui la polizia e servizi segreti funzionano, e il terrorismo hanno imparato a combatterlo. Le persone della mia età – la generazione nata negli anni ’70 e ’80 – soffrono ancora pericolosissimi pregiudizi contro Israele (il cosiddetto “antisionismo” che spesso maschera il buon vecchio antisemitismo), ma vi assicuro che chi oggi ha diciotto o vent’anni, gli adulti di domani per intenderci, inizia ad avere idee politiche completamente diverse, e sa di poter mettersi lo zaino in spalla e visitare Israele. Come ho fatto tante volte io, che oggi posso svegliarmi sapendo che mia madre ha dormito sonni tranquilli, mentre sua figlia faceva festa, al sicuro, a Tel Aviv.


valentina rebecca soluriValentina Rebecca Soluri, classe 1981, è laureata in Scienze della Comunicazione e Giornalista Pubblicista dal 2008. Nata e cresciuta a Bologna, dove lavora in un’azienda ICT, coltiva le passioni per la musica, i viaggi, la letteratura, la psicologia.

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