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Morte a Venezia di Pateh Sabally: è questa l’Europa che vogliamo?

Riflessioni di una veneziana dopo il suicidio "assistito" di un immigrato dal Gambia nel Canal Grande

Pateh Sabally Venezia

La cerimonia a Venezia in ricordo di Pateh Sabally (Foto FG)

Pateh Sabally, un ragazzo africano sbarcato in Sicilia due anni fa, ha perso la vita buttandosi in Canal Grande a Venezia, mentre centinaia di persone guardavano. Si poteva salvare? Da Lampedusa un messaggio di speranza: "Pateh vive nel nostro coraggio, nel coraggio di comprendere e parlare tra umani la stessa lingua, prima che sia troppo tardi"

Domenica 22 gennaio, Pateh Sabally, un ragazzo gambiano di 22 anni, ha perso la vita buttandosi in Canal Grande a Venezia, mentre tutt’intorno centinaia di persone hanno assistito alla sconvolgente tragedia.

Alcuni video amatoriali, poi condivisi in rete, hanno ripreso l’accaduto.

A rendere ancor più tragica la vicenda, dei commenti offensivi pronunciati da chi ha assistito alla scena; gli ultimi che il giovane ha sentito prima di morire. Qualcuno lo chiama ”Africa!” Pare che qualcun altro abbia urlato: “Insemenio! Varda, el fa finta, disgraxià!” [Scemo! Guarda, fa finta, disgraziato!] o: “Torna a casa!”.

Uno spettatore che riprende la scena col proprio cellulare, si rivolge a uno dei vaporetti stracolmi di gente fermi lungo il canale, chiedendo di buttare un salvagente. L’equipaggio ne butta uno, poi un altro e infine un altro ancora, ma lui non li prende. A quanto pare intendeva suicidarsi.

Poco dopo viene trascinato sul fondo dalla corrente e successivamente i sommozzatori dei vigili del fuoco trovano il suo corpo incastrato fra i pali delle gondole dall’altra parte del canale.

Nessuno ha il (coraggio?!) di tuffarsi in suo soccorso, forse pensando erroneamente a un gesto dimostrativo, oppure scambiandolo per uno di quei turisti che amano buttarsi in acqua per divertimento e nonostante i tentativi di salvataggio, il ragazzo muore annegato.

pathe sabally

Pateh Sabally

Probabilmente era troppo infreddolito, forse sarebbe stato meglio afferrarlo da un’imbarcazione, una qualsiasi ormeggiata li vicino, non so. Questione di attimi, ma possibile che non ci fosse un modo “alternativo” per aiutarlo? Magari avvicinandosi di più? Non voglio incolpare nessuno, ma forse qualcosa si poteva fare!

Le frasi razziste e denigratorie proferite da alcune persone e i video del salvataggio “mancato”, oltre ad aver fatto il giro del web, sono stati ripresi dai principali media internazionali, soprattutto quelli inglesi. Dall’Independent all’Huffington Post Uk, dal The Sun al Telegraph. Il Daily Mail scrive: “Migrante africano annega in Canal Grande mentre centinaia di persone lo guardano ed evitano di tuffarsi per salvarlo”. L’Evening Standard sottolinea che “la gente ride e fa commenti razzisti”, mentre l’agenzia Reuters parla di un “migrante lasciato annegare”.

Venerdì pomeriggio, centinaia di persone fra cittadini e una piccola comunità di migranti, si sono radunate davanti alla stazione per ricordare il profugo e rendergli omaggio, deponendo in acqua una corona di fiori dei colori della bandiera del Gambia, il suo paese. Un momento straziante, di silenzio raccolto e commozione, in memoria di quel giovane che cercava un futuro migliore e invece ha visto la sua vita spegnersi qui.

“Questo fiore simboleggia la fatica che abbiamo fatto” – hanno detto alcuni suoi connazionali-

Gli viene poi dedicata una lettera coinvolgente: “Caro Pateh, amico sconosciuto che non incontreremo mai. Quanto tormento, disillusione, infinita solitudine devono averti stritolato il cuore per averti fatto compiere quel gesto. Non facevi finta. Hai detto disperatamente basta, basta vita ai margini, incertezze, attese esasperanti. Non hai fatto finta quando sei partito dalla tua terra povera, non fingevi quando hai iniziato la traversata d’Africa. Non fingevi dentro il barcone, in mezzo a quell’acqua da cui sei uscito salvo. Se sei partito speravi in una vita più degna. All’ultimo momento della tua breve esistenza sei diventato fragile, perché il salvagente dei diritti, dell’accoglienza degna, calorosa e umana ti è stato lanciato tardi, o male, chissà. Vorremmo averti conosciuto il giorno prima: ti avremmo abbracciato, tenuto stretto. Forse ti sarebbe bastato sapere di non essere solo per farti osservare la nostra laguna con stupore di ragazzo. E saresti rimasto a sospirare il futuro in mezzo a noi, tuoi fratelli”.

Un messaggio arriva anche dalla Fondazione Migrantes di Lampedusa: “Non esistono confini tra chi è disperato. Il dolore parla ovunque la stessa lingua. Solo chi ha attraversato, toccato con mano, digerito la sofferenza, riconosce quella autentica negli altri. Nessuno che abbia dovuto sfondare porte per sopravvivere avrà l’egoismo di sbatterne altre in faccia a chi soffre. Pateh vive nel nostro coraggio, nel coraggio di comprendere e parlare tra umani la stessa lingua, prima che sia troppo tardi”.

Pateh era sbarcato due anni fa a Pozzallo, in Sicilia, in seguito aveva ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma non è chiaro se fosse ancora valido, sembra che gli fosse stato revocato.

Sceso dal treno proveniente da Milano, dove si era temporaneamente trasferito, si è seduto sui gradini della stazione, poi si è alzato, ha abbandonato lo zaino, si è avvicinato alla riva e ha deciso di gettarsi nelle acque gelide del canale. Un gesto estremo.

Quello che mi ha colpita è stato il menefreghismo di chi, in un momento del genere, ha preferito immortalare l’evento piuttosto che proporre qualcosa di concreto o semplicemente chiamare il 118 -come se non bastasse già il viverla in prima linea quella situazione- quello di chi, come una donna sul battello, invece di rattristarsi per quanto stava accadendo davanti ai suoi occhi, ha urlato a squarciagola di voler scendere e quello di chi ha insultato gratuitamente.

Ma il fatto non è questo, l’indifferenza non riguarda solo chi era presente, ma tutti e nasce a monte.

Non da meno è stata l’ipocrisia tangibile di altri. Dire: “Nessuno si è lanciato in acqua per salvarlo” è facile, ma quanti si sarebbero buttati con quella temperatura? Magari rischiando di morire!

Anche pensare: “In fondo l’ha scelto lui” .. ”Se la sono cercata a venire qui” o ”Sono troppi”, lo è!

Non è stato spinto e nessuno lo ha costretto a farlo, ma non per questo siamo meno responsabili di quanto è accaduto e del clima che si respira in Italia in questo periodo.

E’ una storia terribile, sulla quale qualsiasi commento potrebbe apparire retorico o strumentale, quindi mi limiterò a manifestare in silenzio l’indignazione per questa morte assurda; la morte dei diritti e della pietas umana di quanti hanno guardato senza intervenire.

Non voglio polemizzare e non ci sto a far passare tutti come razzisti, perchè fortunatamente ci sono anche tante belle storie d’integrazione da raccontare, ma mi auguro che questa vicenda faccia riflettere. Auspico che situazioni come quelle che hanno portato Pateh al suicidio non si presentino più e che finalmente ci si muova nella direzione di un’accoglienza quanto più possibile dignitosa e solidale. Prima che sia troppo tardi, interroghiamoci su quale modello d’Europa vogliamo e su cosa dobbiamo fare. 


francesca galluccioFrancesca Galluccio, fotografa, ha studiato architettura a Venezia dove continua a vivere.

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