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Mediterraneo, navi dei veleni assassine e ruolo dell’Italia

Dopo anni di coperture e morti sospette, in arrivo la verità su una tragedia ambientale e umana

navi dei veleni

La nave Jolly Rosso, che trasportava un carico di rifiuti tossici, arenata sulla spiaggia di Amantea in provincia di Cosenza nel 1994 (Foto ANSA/ Francesco Arena)

Un deputato al Parlamento del PD, Alessandro Bratti, ha chiesto lo scorso anno che venissero declassificati sessantuno documenti forniti dal Sismi sulle “navi dei veleni” nel Mediterraneo. Dopo una lunga attesa, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza ha dato il consenso

Il Mar Mediterraneo è un bacino idrico particolare: sebbene lo si chiami “mare” il ricambio idrico avviene principalmente attraverso lo stretto di Gibilterra con un ciclo che impiega decenni per essere completato. Per questo motivo, da sempre, i gruppi ambientalisti si battono perché sia protetto e perché non si corrano rischi e pericoli di inquinamento che potrebbero arrecare danni permanenti.

Come quelli causati dalle trivellazioni. O dalle “navi dei veleni”. Di queste navi si parlò qualche anno fa (addirittura le prime inchieste risalirebbero al 1995). Ma poco o niente finora è stato fatto. E questo forse anche perché molti documenti sono stati secretati dai servizi segreti italiani.

Ogni volta che si parlava di questo argomento, tutto veniva insabbiato in fretta e furia. C’è stato anche chi potrebbe aver perso la vita per cercare di indagare. Alcuni sostengono che proprio alcune scoperte sulle navi dei veleni sarebbero state la causa dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin rispettivamente giornalista e operatore della Rai, e di Natale De Grazia, capitano di fregata della Marina Militare.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Miran Hrovatin e Ilaria Alpi in Somalia, pochi giorni prima di essere uccisi.

Di questo argomento parlò anche Legambiente che presentò alla procura di Reggio Calabria un esposto sull’esistenza di traffici illeciti di rifiuti tossici e radioattivi affondati al largo delle coste calabresi. E come sempre tutto finì nel dimenticatoio.

Anche Greenpeace, nel 2013, presentò una richiesta formale al parlamento italiano.

A parlarne di nuovo è stato, pochi giorni, fa un deputato nazionale, Alessandro Bratti. È stato lui a chiedere lo scorso anno che venissero declassificati sessantuno documenti – forniti dal Sismi e riguardanti proprio le “nave dei veleni”. Dopo una lunga attesa il DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica (organismo di cui si avvalgono il Presidente del Consiglio dei ministri l’Autorità delegata per l’esercizio delle loro funzioni e per assicurare unitarietà nella programmazione della ricerca informativa, nell’analisi e nelle attività operative di AISE e AISI) ha dato il consenso.

La prima domanda che ci si dovrebbe porre è perché tutti questi documenti avrebbero dovuto essere secretati? E perché così tanta ostinazione nel far tacere chiunque parli di questa vicenda? A rispondere è lo stesso Alessandro Bratti che sull’argomento ha lanciato accuse pesantissime: “Il vero affare erano le armi e i rifiuti di Stato”.

Parole pesantissime quelle del deputato: “rifiuti di Stato”. Da alcuni dei documenti ora disponibili risulterebbe che, per anni, nel Mediterraneo sono stati affondate decine di mercantili che trasportavano rifiuti estremamente pericolosi e inquinanti. Ma la cosa più grave è che servizi segreti, governi e parlamenti avrebbero saputo ciò che stava a avvenendo: se ne parla in un documento del Sismi datato 5 settembre 1995, indirizzato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza italiano (Cesis), e al ministro della Difesa.

Alessandro Bratti, deputato PD al Parlamento italiano

Complessivamente sarebbero almeno una novantina gli affondamenti riscontrati con relative coordinate, carico, dati dell’armatore, percorso e motivi apparenti del naufragio che – dopo la declassificazione – dovranno essere analizzati e confrontati con gli altri atti già acquisiti dalla commissione presieduta proprio da Bratti.

Alle navi dei veleni affondate dopo essere salpate dall’Italia si devono aggiungere quelle che sono approdate in Africa dove hanno scaricato il proprio carico di rifiuti tossici. Nei documenti si parla di rifiuti destinati alla Somalia (uno dei documenti declassificati riferisce di una nota del Sismi inviata il 30 luglio 2003 alla presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministro degli Esteri che segnala l’arrivo a Mogadiscio di due navi cariche di rifiuti industriali e scorie tossiche).

Torna il sospetto che i giornalisti uccisi in Africa non avessero scoperto qualcosa che avrebbe fatto scandalo in quel continente, ma che avrebbe scatenato una tempesta politica (e non solo) proprio in Italia. “Su questi temi, l’intreccio tra i traffici di rifiuti e di armi, stavano lavorando la giornalista della Rai Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin – ha detto il presidente della commissione Alessandro Bratti – che persero la vita in un agguato il 20 marzo 1994 proprio a Mogadiscio”.

E dove girano traffici illeciti, girano anche grosse quantità di denaro. Sempre secondo il Sismi uno dei faccendieri che si occupava di questi traffici avrebbe curato anche altri traffici di rifiuti internazionali: nel 1995, grazie ad accordi con la Corea del Nord, avrebbe portato “200.000 cask di residui radioattivi” nella Baia di Hungnam nell’area di Taiwan. Un affare da “227 milioni di dollari”.

Una pratica, quella di portare di nascosto questi rifiuti in Africa o di scaricare nel Mediterraneo questi rifiuti insieme con le navi che li trasportavano che per decenni non è stata un segreto per nessuno. Già allora una commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIII legislatura (ora siamo alla XVII) parlava di decine di affondamenti avvenuti tra il 1979 e il 1995 sottolineando che ogni nave carica di rifiuti permetteva un guadagno di circa 10 miliardi di vecchie lire. 

Anche la Direzione investigativa antimafia ha confermato che questa era una prassi comune: in un documento del 2001 riporta che dal 1995 al 2000 sono scomparse nei mari del mondo ben 637 navi, di cui 52 nel Mediterraneo.  E Legambiente, comparando varie fonti, ne avrebbe contate almeno 88 nei nostri fondali.

Addirittura negli anni Novanta lo IAEA denunciò la pratica di alcuni Paesi di smaltire scorie nucleari attraverso dei siluri da sparare nelle profondità marine!  Una pratica attuata da numerosi paesi anche europei (dalla Svizzera all’Olanda, dalla Germania alla Francia, dal Belgio all’Italia). Gli unici a non doverne sapere niente avrebbero dovuto essere i cittadini. E in modo particolare gli italiani.

Ma non basta. Come è emerso in diverse inchieste, spesso ai traffici di rifiuti si sono intrecciati quelli delle armi: è partendo dal traffico di armi in Somalia che, con ogni probabilità, nel 1994, la giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin hanno scoperto qualcosa che non avrebbero dovuto scoprire.

“E’ solo un primo passo – ha detto Bratti – altri documenti diverranno pubblici presto, appena termineranno le procedure”.

Traffici nei quali potrebbero essere stati coinvolti non solo alcune tra le maggiori imprese italiane, ma anche molti altri. A cominciare dalle più alte cariche dello stato ai servizi segreti e alle autorità portuali. Tutti responsabili, se non altro, di non aver fatto niente pur sapendo bene cosa stava avvenendo nel Mar Mediterraneo. Tutti responsabili, direttamente o indirettamente, di aver causato gravi danni all’ecosistema delicato del Mar Mediterraneo. E poi di aver fatto di tutto perché non se ne parlasse…

 

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