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Angelo Massaro e quell’Italia che non si scuote più

Siamo assuefatti alla giustizia italiana e al suo assetto di potere non democratico. Quindi anche noi colpevoli

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Angelo Massaro appena uscito dal carcere (Immagine da Trm network)

Giudici quelli che hanno condannato Angelo Massaro; giudici quelli che lo hanno assolto dopo 21 anni. Finché non si smaschera e non si sconfessa questo accorgimento fariseo, ogni singolo caso rimarrà isolato, e non si verrà mai a capo di una condizione politica ed istituzionale che tiene sotto scacco le libertà democratiche in Italia

Se non fossimo assuefatti, una notizia come quella che riguarda Angelo Massaro dovrebbe bloccare il Paese. Campeggiare sulle prime pagine di tutti i giornali. Occupare la discussione politica al più alto grado, e diramarsi per ogni istituzione educativa, fino ai licei, fino alle ingenuità della prima adolescenza, ignare, e pur desiderose di affacciarsi sul mondo. Se non fossimo assuefati, 21 anni della vita di un uomo (da 30 a 51) persi ad espiare una condanna per un delitto mai commesso, dovrebbero colpire i cuori e i cervelli di tutti. Come quando scoppia una bomba, e molti morti e molti feriti piombano sulle nostre tavole, suscitando sgomento e paura, reclamando pensosa partecipazione: ad interrogarci uno per uno, ad ammonirci che oggi a me, domani a te. Ma siamo assuefatti.

Angelo Massaro, 51 anni, di Fragagnano, in provincia di Taranto, al tempo dei fatti da cui è originato il processo a suo carico, era tossicodipendente. In qualche modo si riteneva che gli approvvigionamenti a cui la sua condizione lo induceva, ovviamente potessero implicare una qualche dimestichezza con l’ambiente dello spaccio tarantino. Nell’Ottobre del 1995 viene ucciso Lorenzo Fersurella, a sua volta gravitante in quell’ambiente. Un “collaboratore di giustizia” afferma, nemmeno per scienza propria, ma per averlo saputo da altri, che per non meglio precisati “contrasti”, Massaro avrebbe ucciso Fersurella, occultandone poi il cadavere. Nell’ambiente della malavita circolava voce, potrà dire al dibattimento, senza che nessun giudice lo prendesse a calci.

Un’accusa orecchiata e raccogliticcia; ma nelle riviste dotte si chiama “de relato” (e sempre con le cose giuridiche il povero latino viene costretto ad assumere la veste di una maitresse lessicale); e nelle stesse riviste, come nell’olimpico giardino dei “principi di diritto”, denominato “Ufficio del Massimario” (istituito preso la Corte di Cassazione), con immancabile compunzione “si insegna” che un tale “elemento di prova” non basta da solo; allora, mentre lo sciaguratissimo Massaro parla con la moglie, dicendole in dialetto “Faccio tardi stasera, sto portando u muers”, ecco che questa parola, ”muers”, diventa “muert”: e una parola alla moglie, la sua forca. “Muers” più o meno significa “peso ingombrante”: stava trasportando uno slittino da neve, al traino della sua automobile. “Collaboratore”, più sicura esegesi, uguale  “Plurimi elementi di prova”: Ventiquattro anni.

Una volta “assicurato alla giustizia”, Massaro, come ogni altro nella sua condizione, non è più un uomo. E’ un numero di matricola. Come in un “sistema concentrazionario”, per richiamare qui l’opportuna formulazione di Primo Levi. Essere un numero entro un “Ordine” che ti trascende, significa che hai una sola funzione possibile: confermare l’Ordine, la sua giustezza, la sua implacabile capacità.

Così, poichè nel 1991 era stata uccisa un’altra persona, Fernando Panico, ritenuta addetta al trasporto di stupefacenti, ecco che Massaro viene accusato anche di questo omicidio. Nel 2011 viene assolto. Si può qui brevemente notare che nel gergo didattico-punitivo dei gazzettieri, e del preponderante nichilismo processuale cui partecipano, la parola “persona” scompare, e rimane solo “corriere”: Fernando Panico: “Corriere”; così il civile ed evangelico pensierino, “uno in meno”, a sua volta “corre” facile facile per le coscienze delle “persone”, loro tali immancabilmente, sane ed oneste. Massaro, dunque, assolto dall’accusa di omicidio del “corriere”: ma rimane l’altro.

L’Ordine Trascendente, ovviamente, preserva la sua superiore impassibilità. L’ha solo “fatta franca” per uno, “il pregiudicato”; ma, non temete, resta rinchiuso per l’altro (e qui potete misurare quanto “veleno sistemico” si annidi in queste “battute”: cosiddette). Massaro nel frattempo si ostina a vivere: e poichè per un innocente l’unico modo per vivere è impugnare la sua innocenza, con la stessa disperata tenacia con cui si impugna una fune per non affondare, chiede la revisione della condanna.

La Corte di Appello di Potenza dice che non c’è ragione di rivedere un bel niente. Anche se nel tempo e nel luogo dell’omicidio, Massaro era ad un SERT (Servizio per le Tossicodipendenze: un ufficio pubblico, con registri e documentazione disponibile). Insomma, la Difesa, insiste; chiede alla Corte di Cassazione di disporre la revisione del processo; e finalmente è posta in condizione di dimostrare l’errore, recuperando anche testimoni che, pur noti, non erano stati citati al processo. E abbiamo l’Happy End (che poi la prima difesa avesse scelto di non citarli, smarrisce; ma la Procura non aveva alcun dovere di accodarsi).

Questa tragedia, un’ignominia, non la prima, non l’ultima, che l’Ordine Giudiziario italiano ineffabilmente largisce ad uno a caso dei suoi sudditi, già ovattata dalla sua presentazione come “caso giudiziario”, presto verrà fatta stingere in errore umano (degli uomini e donne che, in questo “caso”, sono stati giudici e pubblici ministeri, agenti e ufficiali di Polizia Giudiziaria); errore, pertanto, umanamente comprensibile, a cui, a ben vedere, “l’Ordinamento Giuridico” appronta pure un qualche rimedio; non risolutivo, ma certo reale: indennità, risarcimenti.

Giudici quelli che hanno condannato; giudici quelli che hanno assolto, sia pure dopo 21 anni. Questo si dice e si dirà. Finchè non si smaschera e non si sconfessa questo accorgimento fariseo, non si avvierà alcuna guarigione da una malattia istituzionale, che è la maggiore responsabile dello stato di sospensione etica e di scoraggiamento politico in cui l’Italia giace da oltre vent’anni.

L’accorgimento fariseo si può smascherare solo “uscendo dalle aule”, ponendo la questione come va posta: c’è un intero impianto normativo e istituzionale che vive nella sopraffazione, per l’equivoco studiatamente alimentato che esso impianto serva meglio a fronteggiare “i delinquenti”. Non è vero: serve solo a mantenere un assetto di potere. Non democratico. Va rifondato, dal primo comma all’ultimo, l’Ordinamento Giudiziario; senza, ogni Codice di Procedura, sarà solo vaniloquio scritto.

Sulle “forze politiche”, sui progetti, sulle tavole di ogni configurazione geometrica, oggi non mi pronuncio. Di passata, mi limito solo a rilevare che un magistrato già del Pubblico Ministero, tutt’ora in organico, benchè da quattordici anni non indossi una toga, si candida a dirigere il maggiore partito italiano; che un Ministro della Giustizia in carica, di cui è difficile sopravvalutare la triennale inconcludenza nella carica, si presenta come l’avversario da battere; sul Segretario uscente, appena disarcionato da un aggregato di consensi che molto deve agli “insegnamenti” dell’Apparato (culturali e di “metodo”, prima ancora che di “contenuto referendario”), ho sommessamente già scritto, persino troppo.      

Se si può legalmente distruggere un uomo, senza che “l’errore” metta capo ad una mobilitazione fiera e vastissima sulla “struttura originaria” dell’errore, sulle sue cause remote (l’Ordinamento e l’Apparato) e non su quelle prossime (il singolo “caso giudiziario”), ed anzi pretendendo che queste non vengano usate a coprire quelle, allora “l’accorgimento fariseo” avrà vinto ancora una volta: e la voce dei sudditi sarà stata soffocata “nelle aule”.

Allora vorrà dire che siamo assuefatti. E, se siamo assuefatti, siamo colpevoli.

                 

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