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Con i familiari delle vittime della ‘Ndrangheta, per ricordare e amare

Reportage da Locri per la "XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”

di Annarita La Barbera
vittime ndrangheta

Un momento della manifestazione di Locri in ricordo delle vittime delle mafie nell'obiettivo del fotografo calabrese Gigi Romano

Scrivere questo articolo dopo aver marciato accanto ai familiari delle vittime delle mafie, 'ndrangheta e anonima sequestri calabrese, può diventare molto difficile per chi è cresciuta a Bovalino. Ma in questa Via Crucis del dolore non richiesto né meritato siamo tutti chiamati a sostenere il peso della loro sofferenza e del diritto di giustizia

Un 21 marzo intenso quello vissuto a Locri per la “XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, organizzata dall’Associazione “Libera” di Don Luigi Ciotti.

Oltre 25 mila persone, provenienti da tutta Italia, hanno marciato per le strade locresi per dire “Basta”.

Ho camminato anch’io con i familiari delle vittime, da calabrese, prima ancora che da giornalista. Ho avuto modo di guardare molte facce quel giorno, ho incrociato sguardi e ho provato a immedesimarmi in chi era lì in ricordo di un proprio caro.

Molte sono le storie che mi sono state raccontate, i nomi pronunciati: una lista infinita. Quasi 900 vite spezzate da mani non timorose di Dio. Ho avuto modo di conoscere tanti genitori i cui figli sono stati assassinati per opera della criminalità organizzata. Ognuno di loro mostrava l’immagine del proprio parente, ammazzato senza un perché.

Ho ascoltato il racconto della madre di Celestino Fava, un ragazzo trucidato a Palizzi ( R.C.) nel 1996, a soli 22 anni, poiché testimone oculare di un altro omicidio.

Un momento della manifestazione di Locri (Foto Gigi Romano)

Ho parlato con Mario Congiusta, padre di Gianluca, trentenne ucciso a Siderno (R.C.) nel maggio del 2005.

Il suo sangue urla ancora giustizia: per un vuoto normativo l’assassino è rimasto impunito. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno infatti statuito l’inutilizzabilità processuale, come fonte di prova, dell’intercettazione della corrispondenza epistolare di un detenuto- che inchioderebbe l’assassino- non essendovi una disposizione di legge che lo consenta. In questo caso, a seguito di tale vuoto normativo, risulterebbe necessario l’intervento del legislatore.

Mario Congiusta, in merito alla questione, ha persino scritto una lettera aperta al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

“Non l’ho fatto per me- mi ha detto- ma per coloro che in futuro potrebbero trovarsi nella mia stessa situazione”. Ho chiesto se avesse ricevuto risposta dal Ministro, ma purtroppo la delusione dell’uomo è stata subito visibile e con un filo di voce ha dichiarato: “non mi sono arreso davanti alla ‘ndrangheta e sembra che adesso lo debba fare di fronte alla politica”.

Dei familiari delle vittime delle mafie in marcia a Locri (Foto di Gigi Romano)

Tra i partecipanti della giornata ho incontrato anche una donna che conoscevo sin dall’infanzia, la signora Mimma, moglie di Lollò Cartisano. Lollò era un fotografo molto stimato al mio paese, Bovalino. Il suo nome è divenuto tristemente noto perché è stato l’ultimo innocente sequestrato, nel lontano 1993, dall’Anonima aspromontana. Non ha più fatto ritorno a casa da allora.

Vedere la signora Mimma con la figlia Deborah, lì presenti, è stata un’emozione non da poco. Per un bovalinese parlare del sequestro e della fine di Lollò è come mettere il dito in una piaga ancora sanguinante, che non credo riuscirà a rimarginarsi. Ricordo ancora quando in paese circolò la notizia del suo sequestro e lo sgomento di tutti. All’epoca ero una bambina di 9 anni.

Cartisano fu sequestrato in una calda serata di luglio mentre si accingeva a ritornare con la moglie a casa. Fu aggredito e caricato assieme a quest’ultima su un’auto. La consorte fu ritrovata, diverse ore dopo, legata ad un albero lungo la strada che porta in Aspromonte, mentre di lui si persero le tracce. Il sequestro fu compiuto per punire il fotografo poiché aveva osato, negli anni ’80, sfidare la ‘ndrangheta: si era, infatti, opposto alla richiesta di pagare il pizzo e aveva fatto arrestare i suoi estorsori. Nonostante gli appelli da parte della famiglia e il pagamento di un riscatto, non fu mai liberato.

I resti mortali sono stati ritrovati soltanto nel 2003, a seguito di una lettera anonima inviata da parte di uno dei carcerieri alla famiglia. L’autore della lettera, dichiarandosi pentito e invocando il perdono, aveva indicato il posto dove era stato seppellito il cadavere.

Sono riuscita ad avvicinarmi alla signora Mimma soltanto a fine giornata. L’ho vista stanca e assorta tra i suoi pensieri. Nei suoi occhi ho letto un profondo dolore, dignitoso e composto. In silenzio,si guardava attorno. Con lei ho scambiato qualche parola.

“E’ stata una giornata bellissima, ma carica di forti emozioni”, mi ha detto. E ha aggiunto, riferendosi al rapimento del marito: “Quando ci sono eventi come quello di oggi, non sembra siano passati 23 anni e il dolore che vivi è più forte di quello che hai provato fino a ieri”.

Mi sono commossa alle sue parole, provando a non darlo a vedere.

La donna mi ha raccontato, poi, del sostegno ricevuto da parte dell’Associazione Libera e di Don Ciotti: “Libera ha fatto tanto per noi, dandoci un grande appoggio morale. Mia figlia Deborah è la referente di Libera per la Locride, ne fa parte da più di 20 anni”. Continuando: “Tutti noi familiari delle vittime, che abbiamo deciso di combattere assieme a Don Ciotti per la legalità, ci sentiamo parenti: non ci lega il sangue, ma la sofferenza che viviamo nel nostro intimo. Quando siamo insieme lo strazio si sente di meno. Siamo ormai una vera e unica famiglia”.

Nell’ascoltarla, ho pensato a quanta forza ci voglia per sostenere dispiaceri simili e andare avanti. Gliel’ho fatto anche notare.

“Sono sofferenze difficilmente comprensibili per chi non le vive, perché perdere un proprio caro in questo modo è brutale, molto di più di quando a portartelo via è una malattia: di fronte ad una malattia non puoi fare nulla, ma in casi come quello di mio marito ti chiedi semplicemente ‘perché?’ e non riesci ad accettarlo”, mi ha risposto.

“Non si riuscirà mai ad accettarlo, probabilmente”, ho aggiunto io. “Già”, ha annuito lei, alzando gli occhi al cielo.

L’ho salutata, andando via con una consapevolezza diversa. Dopo questa esperienza, ho compreso che in questa Via Crucis del dolore che avvolge i familiari delle vittime – dolore non richiesto né meritato – siamo tutti chiamati a sostenere il peso della sofferenza che ognuno di loro porta sulle spalle. Abbiamo un debito verso questi uomini e queste donne: un debito che possiamo scontare soltanto abbracciando la strada della legalità. Abbiamo il dovere morale di non lasciarli soli nella loro richiesta di giustizia. La primavera deve iniziare dalle coscienze.

Come mi è stato detto da una madre a cui è stato strappato il figlio: “Tre cose ci uniscono: il ricordo, l’amore, la preghiera”.

  • Grazie Annarita, grazie per aver camminato con noi e per il tuo articolo.

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