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Trump, il grande bluff americano

Leggendo la lunga intervista di Trump a "The Economist", viene da chiedersi se questo è un presidente

caricatura Donald Trump

Donald Trump nella caricatura di Donkey Hotey (Immagine da Flickr)

Prima del G7 di Taormina, bisogna leggere con attenzione l’intervista a "The Economist", che mette in luce quanto Trump creda nella personalizzazione della politica interna e internazionale: è evidente quanto sia assoluta l'assenza di una visione realistica di come ha funzionato finora la potenza economica americana. Il declino degli USA, con lui al comando, diventa inevitabile?

Non è difficile immaginare con quale senso di sconcerto e preoccupazione i capi di stato e di governo che fra pochi giorni a Taormina lavoreranno agli affari del mondo con Donald Trump, abbiano letto la sua intervista a The Economist di giovedì, riportata per sommi capi dal Corriere della Sera nell’edizione di venerdì 12 maggio.

Non sono tanto le sciocchezze seriali che il presidente statunitense sciorina (tutti i politici ne raccontano), quanto il fatto che non solo non se ne renda conto, ma le esibisca in modo saccente e vanaglorioso come fossero trofei e genialità delle quali menar vanto.

Quando ad esempio discetta di “priming the pump” come pilastro di Trumponomics e se ne professa inventore da un paio di giorni (“I mean, I just…I came up with it a couple of days ago and I thought it was good.”), sta facendo riferimento alla formula di rilancio economico circolante, secondo il dizionario Merriam-Webster, dall’inizio dell’ottocento, ampiamente utilizzata da governi per l’uscita dalla grande depressione dell’inizio anni ’30 dello scorso secolo. Il vecchio buon principio keynesiano dell’ “aiutino” pubblico all’innesco delle forze del mercato non è insomma cosa nuova.

A impressionare l’incolpevole lettore è lo sconclusionato fraseggio torrentizio con il quale il presidente espone la visione semplicistica di problemi e soluzioni, spesso incomprensibile, sempre e comunque confusa. Trump appare intrappolato nella ragnatela della sua retorica propagandistica, impegnato a boxare con nemici veri o presunti, in primo luogo con quelli interni. In un passaggio dell’intervista, questa situazione di cattività appare con evidenza. Gli si chiede: “Do you want to curb legal immigration?”. La risposta è: “Oh sure, you know, I want to stop illegal immigration.” Capita a chi è rinchiuso cocciutamente nei propri pregiudizi di capire fischi per fiaschi.

Le preoccupazioni aumentano se si pensa che, mentre conversa con i redattori del settimanale britannico, Trump ha accanto il segretario al Tesoro Steve Mnuchin e il direttore del Consiglio nazionale economico Gary Cohn, e, a tratti, il vice presidente Mike Pence. Nessuna interazione dialettica, nessun cenno di supporto critico, come sempre capita tra vertice e management. Interviene qualche volta il segretario al Tesoro, ma è voce docile allineata sul linguaggio del presidente.

Quando Trump, parlando di rimpatrio di capitali dall’estero al fine di reinvestimento in patria, invece di rifarsi, per dire, a studi dell’amministrazione o dei tanti centri e istituti di ricerca dice: “I have a friend who said even if you wanted to bring it back in you can’t because you have to go through so many papers, so many documents, so many…”, il massimo che Mnuchin riesce a dire è: “We’re going to make it simple”.

Quando Trump parla di come rivedere le ragioni di scambio nel commercio internazionale degli Stati Uniti e attacca il trattato di libero scambio interamericano Nafta, discettando sui giorni che impiegherà per portare a casa il risultato, impigliandosi in terminologie delle quali mostra di non conoscere il significato, Mnuchin commenta “Yep, yep.”.

Nel complesso, l’intervista evidenzia un presidente borioso, incapace di assumere consapevolezza dei propri limiti mentre ponza su economia e politica globali come se il pianeta Terra gli girasse intorno e dipendesse non tanto dall’iniziativa della prima incontestabile potenza mondiale, ma da quella del suo presidente, sorta di Donald il Magnifico, ago della bilancia come fu il mediceo Lorenzo nel suo tempo.

Scrive l’Economist: “Donald Trump rules over Washington as if he were a king and the White House his court. His displays of dominance, his need to be the centre of attention and his impetuousness have a whiff of Henry VIII about them.”.

L’editoriale attribuisce la pretesa “monarchica” trumpiana alla convinzione che, dopo aver battuto l’establishment in campagna elettorale, può ora sconfiggere nemici giurati come il ceto politico (Congresso) mediocre, la burocrazia elefantiaca e nullafacente, i troppo progressisti media visti come centri di potere irresponsabili. La sua aggressività è quindi spiegabile: “he attacks any person and any idea standing in his way.”.

E’ doveroso chiedersi se l’ipertrofico incommensurabile ego presidenziale sia nell’interesse americano. La risposta di Economist è no, come scrive l’editoriale che accompagna l’intervista: “Why Trumponomics won’t make America great again”. La ragione è che “The impulsiveness and shallowness of America’s president threaten the economy as well as the rule of law”.

Si comprendono tono e contenuto delle affermazioni, se si guarda a significativi passaggi dell’intervista. Vi si percepisce la totale assenza di visione e di ideali, il vuoto di programma, l’evocazione retorica di quattro, cinque concetti, ripetutamente reiterati. La sola cosa che appare, e ci si augura di essere in errore, è un’America minacciosa e vendicativa, che va a sostituirsi ad un’America formato Liberty Statue che, in tempi altri, ha amato essere percepita come potenza benevolente.

Il concetto di “fair trade” ad esempio. Trump lo evoca nel contesto NAFTA, esordendo con il seguente eloquio, che non è solo sgrammaticato, ma rivelatore della totale assenza di logica politica e di conoscenza della storia commerciale del continente americano: “We have so many bad trade deals. To a point where I’m not sure that we have any good trade deals. I don’t know who the people are that would put us into a NAFTA, which was so one-sided. Both from the Canada standpoint and from the Mexico standpoint. So one-sided.”.

Dopo una decina di insistite interlocuzioni, tese a capire cosa intenda l’America con quelle due parole, l’intervistatore si arrende. Il presidente si è dilungato, senza arrivare a nessuna conclusione, con battute da stadio: “We always lose. But we’re not going to lose any more…”. O anche: “And I was going to terminate NAFTA last week, I was all set … I was going to send them a letter, then after six months, it’s gone. But … they called and they said, we would really love to…they called separately but it was an amazing thing.”. “They” sono il primo ministro canadese e il presidente messicano, resi protagonisti di una storia che sembra riguardare i rapporti fra tre potenti, non decenni di collaborazione continentale tra centinaia di milioni di esseri umani. E ancora: “…this wasn’t a game I was playing. I’m not playing…you know, I wasn’t playing chess or poker or anything else. This was, I was, I’d never even thought about…it’s always the best when you really feel this way…”. Peccato che Trump non dica tutto: ad esempio che le telefonate da Ottawa e Mexico sono state sollecitate da dirigenti della sua amministrazione, angosciati perché Trump si apprestava a cancellare NAFTA.

Quella di NAFTA è, poi, una delle storie che Trump dovrà comunque ingoiare. Il giudizio radicalmente negativo sugli effetti del trattato, è messo in relazione ai numeri del deficit commerciale statunitense. Al presidente, per dirne una, non passa in mente che molti dei prodotti che gli Stati Uniti acquistano, sono fatti da imprese multinazionali americane, inserite nella catena del valore transnazionale che beneficia anche gli Stati Uniti: “Because everything in NAFTA is bad. That’s bad, everything’s bad.”.

L’intervista mette bene in luce quanto Trump creda nella personalizzazione della politica interna e internazionale. L’assoluta assenza di una visione realistica della complessità della macchina pubblica della potenza americana arriva ad espressioni del genere: “But in the case of South Korea we have a deal that was made by Hillary Clinton, it’s a horrible deal. And that is the five-year anniversary and it’s up for renegotiation and we’ve informed them that we’ll negotiate. And again, we want a fair deal. We don’t want a one-sided deal our way but we want fair deals. And if we can have fair deals our country is going to do very well.”. Indecifrabile in termini di politica commerciale, ma chiarissimo in termini di propaganda da bullo (“We don’t want a one-sided deal our way…”) e la stilettata all’avversaria democratica che lo ha superato alle elezioni per quasi tre milioni di voti.

Quando l’intervista scivola su altri temi, ad esempio il rapporto con Cina e Nord Corea, e vengono richiamati gli impegni enunciati in campagna elettorale rispetto alla presunta manipolazione cinese del valore dello yuan, con visione delle relazioni internazionali che ricorda le entusiastiche frasi dell’allora primo ministro Silvio Berlusconi per darsi del tu con i grandi del mondo, Trump così racconta la situazione nella quale è venuto a trovarsi: “Now I have to understand something. I’m dealing with a man, I think I like him a lot. I think he likes me a lot. We were supposed to meet for ten minutes and they go to 40-person meetings, OK, in Mar-a-Lago, in Palm Beach. And the ten minutes turned out to be three hours, alone, the two of us. The next day it was supposed to be ten minutes and then we go to our 40-person meeting. That, too, he was, no…because you guys were waiting for a long time. That ten minute meeting turned out to be three hours. Dinner turned out to be three hours. I mean, he’s a great guy.”.

In quelle tre ore, il presidente degli Stati Uniti ha anche appreso che la Cina è paese con un pochino più di storia alle spalle, della nazione americana, il che rende certamente lieti i suoi elettori e spinge a maggiore calma i cittadini del mondo pervicacemente in ansia, pensando in quali mani si trovino i codici di Armageddon. Leggere per credere: “… when I’m with [Xi Jinping], because he’s great, when I’m with him, he’s a great guy. He was telling me, you know they go back 8,000 years, we have 1776 is like modern history. They consider 1776 like yesterday and they, you know, go back a long time. They talk about the different wars, it was very interesting.”. E comunque la parola taumaturgica di The Donald ha fatto in un solo giorno passare la voglia alla Cina di continuare a manipolare il mercato dei cambi. Almeno così la pensano presidente e accolito ministro del tesoro degli Stati Uniti. Nell’intervista Trump afferma: “… they’re actually not a currency [manipulator]. You know, since I’ve been talking about currency manipulation with respect to them and other countries, they stopped.”. E Mnuchin di rimando: “Right, as soon as the president got elected they went the other way.”. Falso più falso anche qui. Da anni i cinesi hanno modificato i comportamenti sul cambio.

L’intervista è molto lunga e spazia un po’ su tutti i temi che caratterizzano il dibattito politico interno agli Stati Uniti, riforma sanitaria e tasso di crescita inclusi. Non mancano riflessioni sul rapporto tra presidente e partito repubblicano, e tra presidente e Congresso. Il battutismo trumpiano qui arriva al diapason, con la difesa delle misure fiscali (che arricchiranno ulteriormente i già ricchi), con la conferma di non avere nessuna intenzione di rendere disponibile al pubblico le sue dichiarazioni al fisco, il tutto condito dalla constatazione (falsa) “We’re the highest-taxed nation in the world.”

Ne viene fuori la conferma dei limiti strutturali di Trumponomics, accozzaglia di benefici e stimoli, fiscali e non, mirati alla costruzione del nazionalismo economico dove commercio “fair” significa vantaggio per gli Stati Uniti, e vantaggio per la nazione significa ulteriore vantaggio per la finanza e le imprese che si riconoscono nel progetto. Nel breve questo schema potrà anche far salire profitti, pil, borsa e salari, tenere relativamente bassa l’inflazione e alzare il valore del dollaro. Interessa sapere cosa accadrà al secondo o terzo anno del ciclo, quando le altre nazioni reagiranno alzando contro-barriere doganali e opponendo altre misure di contrasto alle esportazioni statunitensi già auto-penalizzate da un dollaro che si vuole più alto del valore attuale.

Il nuovo modo di fare economia, peraltro, potrebbe far danni persino all’interno degli Stati Uniti, non solo e non tanto perché creerà decine di milioni di nuovi poveri (si pensi agli esclusi dall’assistenza sanitaria, o agli immigrati irregolari costretti alla più nera e sfruttata clandestinità), ma perché accrescerà ingiustizia sociale e diseguaglianze di reddito, alzando ulteriormente il fossato tra chi ha troppo e chi ha troppo poco o niente. Si è facili profeti nel prevedere che l’indice di Gini al termine del ciclo di Trumponomics sarà ben diverso dall’attuale. E paradossalmente, a causa dell’indisciplina fiscale e dei favoritismi già in marcia per i ceti ricchi che l’amministrazione sta in modo irresponsabile predicando, il bilancio pubblico potrà essere ulteriormente disastrato, non certo per politiche sociali (questo capita in Europa, dove del deficit beneficiano i ceti più poveri).

Trump non vuole prendere atto della semplice verità. L’America, che ha sinora vissuto al di sopra dei propri mezzi, e che ha fatto di spreco e debito la sua cinquantunesima stella, dai suoi proclami riceverà ulteriore stimolo a indebitarsi e a sprecare. Proprio il contrario di ciò che le necessita: il deficit americano non deriva da patti ingiusti o leonini (e figurarsi se con il potere che ha, l’America capitalistica avrebbe mai potuto soffrirli!), ma dalla mancanza di risparmio che caratterizza la cultura economica delle famiglie e degli stati negli Stati Uniti. Trump invece di circondarsi di speculatori e banchieri suoi pari, si metta vicino qualche buon economista: si sentirebbe dire che il deficit commerciale è collegabile al gap vigente tra quanto gli americani risparmiano e quanto investono, che gli investimenti esteri nel paese sono enormi e potrebbero anche andarsene, che il debito pubblico che gli consente di scialacquare denaro pubblico nei principeschi giorni di Mar-Lago è acquistato anche da investitori esteri, a cominciare da quelli cinesi.

Se non ci sarà resipiscenza, se i repubblicani responsabili e moderati non riusciranno a frenare gli appetiti che albergano alla Casa Bianca, si avranno conseguenze gravi sulla stabilità, non solo finanziaria, del mondo. Orientamenti trumpiani come il ritiro dall’accordo sul clima, il rilancio di carbone e petrolio, la crescita di spese militari anche nucleari, stanno dentro questa mentalità. Come dentro questa mentalità sta il fatto che l’équipe di Trump sia ossessionata dal lavoro manifatturiero (solo 8,5% della manodopera e 12% del pil), a scapito di servizi e nuove tecnologie. Vale anche per i ragionamenti americani in materia di energia: privilegiando carbone e petrolio, gli Stati Uniti restano indietro nelle tecnologie per la produzione di energia pulita e continuano ad essere i più grandi inquinatori al mondo: pessimo e criminale primato contro l’umanità, davvero!

Due cose in chiusura.

A chi avesse dubbi su quanto possa risultare pericoloso il nazionalismo primatista sinora in onda alla Casa Bianca, si raccomanda la testimonianza che David Rennie, capufficio di Economist Washington, tra gli autori dell’intervista, ha rilasciato a “The World”. Racconta cose molto interessanti sulla sudditanza della corte al presidente, su come questi manipoli dati e falsifichi disinvoltamente i fatti,

A chi tuttora venera l’istituzione repubblicana statunitense, che trova nei presidenti il riferimento più intuitivo, due frasi di Abraham Lincoln, che sembrano fatte apposta per i nostri giorni:

“You can fool all the people some of the time, and some of the people all the time, but you cannot fool all the people all the time.”.

“If You want to test a man’s character, give him power.”.

Già: il repubblicano Trump si è stupito quando lo hanno informato che il presidente Lincoln era stato espresso dal partito repubblicano …

 

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