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Trump lo struzzo, il clima e la malattia infantile americana dell’isolazionismo

La decisione del presidente USA sull'accordo di Parigi è vendicativa, antiumana, autolesionista, oscurantista

Donald Trump nella caricatura di Donkey Hotey (Immagine da Flickr)

Responsabilità e ruolo degli Stati Uniti rendono molte delle decisioni del suo presidente produttrici di effetti per l’intero pianeta. Lo è di più la decisione di Donald Trump nella questione clima globale, visto che dal territorio degli USA è emessa la quantità di gas serra seconda solo a quella della Cina, e che almeno 1/5 delle emissioni globali di CO2 sono statunitensi

Il Commander in Chief Donald Trump non ha tenuto conto neppure della dichiarazione al senato del suo segretario alla Difesa James Mattis: “Il global warming costituisce una sfida reale con un impatto sulla stabilità di zone del mondo in cui operano le nostre truppe”. Ha preferito seguire la pista suggerita dal capo strategie Stephen K. Bannon e dall’amministratore dell’agenzia per la protezione ambientale Scott Pruitt, contro le indicazioni del segretario di stato Rex Tillerson e della figlia Ivanka non casualmente assenti al momento della dichiarazione presidenziale sul ritiro americano dall’accordo parigino Cop 21.

Trump ha fatto quello che aveva promesso in campagna elettorale, partendo dalla definizione, a hoax, che aveva dato degli accordi del 2015. A non sottoscrivere quel patto planetario per la salvezza della casa comune Terra, erano stati solo due paesi, la martoriata Siria dell’odiato Assad in altre faccende affaccendata, e il Nicaragua sandinista del redivivo Daniel Ortega che lo riteneva al ribasso. Non può dirsi che sia una grande compagnia per l’America. Non che ci si scandalizzi più di tanto: si è visto qualcosa del genere nella vicenda dell’autoesclusione statunitense dalla Corte Penale Internazionale, anche in quel caso con una compagnia di tutto rispetto, ad iniziare da Cina e Russia. E ancor prima nell’autoesclusione americana dalla League of Nations, creata su ispirazione del campione di New Freedom, il presidente Woodrow Wilson alla fine della Prima guerra mondiale.

Ricorre come una maledizione, sul destino degli Stati Uniti e del pianeta, la vocazione isolazionistica della grande democrazia del nuovo mondo. Quando trova le istituzioni pronte a cavalcarla, il senato per via delle competenze di politica estera che gli spettano, il presidente come unto del popolo, si esprime senza pudicizia né limite. Non va dimenticato che il primo a vellicare la natura isolazionista della nazione americana fu il padre della patria George Washington che, nel discorso di addio, lasciò come testamento politico l’appello a trarre profitto dalla favorevole e autosufficiente situazione geografica, stando alla larga da “entangling alliances” con gli europei. E che appena dieci anni dopo, nel 1807, dopo mesi di ostilità mercantili delle navi di Francia e Inghilterra, il congresso, Thomas Jefferson presidente (!), avrebbe bandito ogni commercio con il resto del mondo, preludio della guerra anglo-americana del 1812.

C’è tuttavia qualcosa di personale e di specifico nella decisione dell’attuale presidente: è vendicativa, antiumana, autolesionista, oscurantista.

Il filo rosso che spiega molte delle dannose misure che Trump sta assumendo, specie sui diritti sociali, è la vendetta nei confronti di Barack Obama. Tra i due non è mai corso buon sangue e già tanto che (come accaduto in altri tempi per inquilini della Casa Bianca) non sia corso vero e proprio sangue. Trump punta a distruggere tutto ciò che Obama ha creato, non solo perché la pensa in modo diverso (padronissimo), ma perché lo detesta e vuole umiliarlo (da evitare). Per un esempio di fin dove possa spingersi la presunzione trumpiana che con il potere abbia acquisito il diritto all’ordalia, neppure fosse uno dei suoi avi germanici dall’elmo cornuto, il recente episodio che ha coinvolto la California, stato che a novembre ha votato compatto per Clinton.

California, con due altri stati della costa orientale, diverse città e sette università, da anni riceve il supporto finanziario del governo federale per sviluppare, nell’ambito del Servizio Geologico nazionale Usgs, il sistema di sensori diffuso che, quando scoccasse la scintilla del terremoto, allarmerebbe il territorio in attesa di Big One. Il segnale giungerebbe alle popolazioni interessate in anticipo rispetto ai secondi che l’onda sismica impiega per propagarsi dall’epicentro, salvando dalla catastrofe un alto numero di esseri umani. E’ stato calcolato che un sisma di magnitudo 7,8 che iniziasse a Coachella dentro la faglia di Sant’Andrea, impiegherebbe un minuto per arrivare a Los Angeles. Nel terremoto di Napa del 2014, a sistema di sensori non ancora ultimato, San Francisco fu avvertita 8’’ prima dell’impatto con il sisma. L’ineffabile inquilino della Casa Bianca, con evidente fair play e senso delle istituzioni, ha punito gli infedeli elettori californiani cancellando 8,2 milioni di contributo federale, senza i quali il progetto è costretto a fermarsi. Sconteranno la decisione presidenziale non solo gli americani, ma tutti i paesi interessati a terremoti (per citarne uno, l’Italia) che guardavano agli sviluppi del progetto con fiducia, per eventuali futuri usi in casa propria.

Il presidente degli Stati Uniti con i suoi “consiglieri” Jared Kushner e Steve Bannon: il primo, che è anche il marito di Ivanka, la figlia preferita di Trump, era contrario alla decisione presa di abbandonare l’accordo di Parigi, ma ha prevalso Bannon, che spingeva affinché Trump desse seguito alla promessa elettorale (Foto White House)

Considerazione, l’ultima, che introduce l’affermazione sull’antiumanità dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Responsabilità e ruolo degli Stati Uniti rendono molte delle decisioni del suo presidente produttrici di effetti per l’intero pianeta. Il che, se risulta vero nel caso dei sensori di allarme sismico, lo è di più nella questione clima globale, visto che dal territorio degli Stati Uniti è emessa la quantità di gas serra seconda solo a quella della Cina, e che almeno 1/5 delle emissioni globali di CO2 sono statunitensi. Se la dichiarazione nel Rose Garden si traducesse nel totale ritiro Usa dagli impegni presi da Obama a Cop 21 (entro il 2025: -26, 28% dei gas serra americani del 2005), mancherebbe all’appello il 21% delle riduzioni delle emissioni totali previste per il 2030.

Trump non ha letto il testo che il papa gli ha donato sulla casa comune planetaria, e se lo ha letto, evidentemente non lo condivide, continuando a ritenere che il suo governo non sia tenuto a rapportarsi alla comunità degli stati e soprattutto degli umani che le sue decisioni così tanto modificano e influenzano. Si giustifica dichiarando che la sua amministrazione, con la decisione sul clima, ha espresso “reassertion of America’s sovereignty”, specificando per chi non lo sapesse: “I was elected to represent the citizens of Pittsburgh, not Paris”. Ma non giustifica un bel niente, perché quanto afferma è falso. La sovranità americana non ha bisogno di essere riaffermata, atteso che non solo nessuno la mette a rischio, ma che nessuno è in grado di farlo, essendo quella americana la superpotenza inattaccabile e magnifica dei nostri tempi. Inoltre il concetto di “sovranità” così caro ai sovranisti alla Trump e accoliti (leggasi Salvini, Le Pen, Farage) semplicemente non esiste, dato il vincolo ineliminabile e imprescindibile che lega gli stati in sistema internazionale. A conferma, proprio da Parigi, e valga anche per la boutade di Trump su Pittsburgh e Parigi, è arrivata a stretto giro la risposta di Emmanuel Macron: “Make Our Planet Great Again”.

La dichiarazione di Trump – “As of today, the United States will cease all implementation of the nonbinding Paris accord and the draconian financial and economic burdens the agreement imposes on our country” – non solo danneggia i miliardi di persone che ne soffriranno le conseguenze, ma gli americani, in quanto doppiamente autolesionista. Nella loro battaglia di retroguardia insieme a Siria e Nicaragua, gli americani soffriranno gli effetti del rialzo dei limiti di emissione nazionali delle centrali a carbone e più in generale del riscaldamento climatico che non avranno contribuito a limitare, e impediranno a ricerca e industria americane di primeggiare nel settore delle tecnologie ambientali lasciandone lo sviluppo a Cina, India, Ue, Brasile, Giappone, Canada, Messico, tra i primi dieci responsabili del contributo umano al cambiamento climatico, rispettosi degli accordi di Cop 21. L’industria statunitense potrebbe restar fuori dalla competizione sulle auto elettriche, sui nuovi modi di viaggiare e comunicare, oltre che sulla creazione in senso stretto di energie pulite e alternative. Sono soldi e lavoro, tanti soldi e tanto lavoro.

Il che contribuisce a spiegare perché grandi multinazionali come Exxon, General Electric, Goldman Sachs, un centinaio di importanti manager, 17 stati con in testa California e New York e interi territori metropolitani abbiano dichiarato di non voler seguire la direttiva presidenziale, sentendosi impegnati a intensificare investimenti e ricerche in energie che non utilizzino derivati da fossili e nel limitare gli effetti serra.

C’è molto del personaggio, il misto di presunzione ignoranza e ipertrofica autostima, nella posizione trumpiana, che è anche oscurantista. Sulle questioni ambientali e climatiche circolano da decenni posizioni e interpretazioni diverse. Le teorie scientifiche sono sempre falsificabili e devono sempre accettare il principio revisionistico: si può legittimamente affermare, come fanno fior fiore di opinionisti ed esperti scientifici dissenzienti, che la Terra viva da sempre cicli climatici, e che l’attuale ciclo nulla ha di diverso rispetto ad altri cicli di riscaldamento, peraltro ben documentati da reperti, miti e, per le ere calde recenti, persino da cronache.

Solo gli ideologi del cambiamento climatico possono fuggire alla verità di questi argomenti. Ma solo gli ideologi negazionisti possono sfuggire al fatto che l’affermazione dei loro avversari è che da parte umana si sia pesantemente contribuito, nei secoli di industrializzazione e di sfruttamento degli idrocarburi, al cambiamento del ciclo climatico e all’addensarsi dei fenomeni estremi che tutti i paesi, Stati Uniti inclusi, soffrono da decenni: aridità, alluvioni, tifoni, scongelamenti, e così via soffrendo.

Negarlo è comportarsi come il don Ferrante manzoniano, crepato di peste mentre discettava e filosofeggiava aristotelicamente, da posizioni negazioniste, su sostanze e accidenti, non ritrovando né le une né gli altri nella fenomenologia apparente del contagio. Il dotto Ferrante avrebbe attribuito alla congiunzione astrale di Giove e Saturno la responsabilità del contagio, candidandosi stoicamente ad esserne preda, consapevole di non potere, contro tanto nemico, assumere contromisura alcuna. Il dotto può comportarsi da oscurantista, quando oscura l’evidenza dei fatti e vi preferisce la propria ideologia. Capita anche ai presidenti.

In realtà Trump non ha evocato contro-tesi scientifiche a sua difesa, limitandosi a fare, apparentemente male, i conti dell’interesse nazionale che dagli impegni presi soffrirebbe 2,7 milioni di posti di lavoro e 3 trilioni di dollari di pil. Se possibile, questo rende ancora più grave la sua presa di posizione contraria a Cop 21.

E’ sembrato, come gli rimprovera nella corrispondenza da Parigi l’ex ministro Laurence Tubiana su Project Syndicate, che il nostro Donald, abbia voluto mettere la testa sotto la sabbia invece di guardare all’interesse del suo paese e soprattutto del pianeta. “By burying their heads in the sand, Trump and his advisers must be hoping that reality will simply go away. They have somehow concluded that America will be spared from the droughts already destroying farms in California’s Central Valley, the rising sea levels already flooding coastal cities, the storms and wildfires routinely ravaging vast swathes of the American countryside, and the water- and food-supply disruptions that threaten us all”.

Idea rafforzata dalla considerazione che dagli impegni assunti in Cop 21 non si può uscire se non dopo il 2020 (va a capire se Obama accettando la clausola, pensasse alla lunghezza dei mandati presidenziali statunitensi!), a meno che non si intenda abbandonare la Convenzione Onu contro il cambiamento climatico, il che sembra francamente troppo anche per questo senato statunitense che dovrebbe votare il provvedimento.

Perciò, forse, nella dichiarazione del giardino, il presidente struzzo si dà la possibilità di correre fuori dalla sabbia:: “We’re getting out, but we will start to negotiate and we will see if we can make a deal that’s fair. If we can, that’s great. And if we can’t, that’s fine.”. Solo che non ha messo in conto (succede quando si ha la testa nella sabbia) che con il coro dei no espressi, non solo da Ue e Cina ma dalla Russia dell’ “amico” Putin, sono venute le ovvie conferme sulla non negoziabilità delle clausole di Cop 21.

Valga per tutti la dichiarazione comune dei tre grandi dell’Ue, Germania, Francia e Italia: “We deem the momentum generated in Paris in December 2015 irreversible and we firmly believe that the Paris Agreement cannot be renegotiated, since it is a vital instrument for our planet, societies and economies”.

L’America colta e rampante dei tempi di Walt Disney regalò alla gioia di grandi e piccini del mondo intero il personaggio Donald Duck. L’America affarista e gretta dei nostri giorni ci ha servito un Donald Ostrich (Donald lo struzzo!)

 

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