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La vecchia Italia in crisi d’identità salvata dagli “stranieri”

Mentre in Parlamento ci si scontra sul significato dell'essere italiano oggi, l'ISTAT suona l'allarme demografico

Un'anziana signora in compagnia di una donna immigrata (Foto tratta da: Comune-Info.net)

Dopo oltre un anno e mezzo dall’approvazione alla Camera, lo ius soli temperato torna a far discutere il Senato. Intanto il Bilancio ISTAT 2016 ci parla delle fragilità strutturali di un Paese sempre più vecchio e salvato, dal punto di vista demografico, dagli stranieri

In Italia sono giorni caldi e non solo per le temperature estive. Dopo oltre un anno e mezzo dall’approvazione alla Camera, infatti, la questione dello ius soli è tornata a far discutere – anzi, a far litigare, letteralmente – il Parlamento italiano. Il testo, che si pone l’obiettivo di regolare le norme sulla cittadinanza per la prima volta dal 1992, è arrivato al Senato dopo essere stato approvato dalla Camera alla fine del 2015. E a promuoverlo è il Partito Democratico, primo sponsor della legge, grazie alla quale si creerebbero due nuovi “corridoi” per ottenere la cittadinanza. Da una parte il cosiddetto ius soli “temperato”, secondo cui un bambino nato in Italia potrebbe diventare automaticamente italiano, nel caso in cui almeno uno dei due genitori si trovasse legalmente in Italia da almeno cinque anni. Dall’altra lo ius culturae, attraverso il quale i minori stranieri nati in Italia o arrivati nel Paese entro i 12 anni potrebbero richiedere la cittadinanza se avessero frequentato le scuole italiane da almeno cinque anni. In opposizione al testo, in esame al Senato, ci sono le principali forze di minoranza, con Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia esplicitamente contrari (e contrariati). Mentre il Movimento 5 Stelle è rimasto nel mezzo di un bivio, convinto soltanto a doversi astenere da un testo considerato incompleto.

Difficile dire se la legge passerà così come è stata licenziata dalla Camera nel 2015. Fatto sta che le tematiche relative a nazionalità e immigrazione continuano ad avere un peso specifico importante nel dibattito pubblico in Italia. E a parlarne è anche l’ISTAT, che il 13 giugno ha pubblicato il Bilancio demografico nazionale, aggiornato al dicembre 2016. Un documento che conferma innanzitutto una tendenza chiara: il dato delle nascite, in calo dal 2008, continua a peggiorare. Per il secondo anno consecutivo, infatti, i neonati sono stati meno di mezzo milione (473.438, -12mila sul 2015), di cui più di 69mila (14,7% del totale) stranieri, e in ogni caso anch’essi in diminuzione rispetto al 2015 (quando erano stati 80mila). Il trend ha delle dirette conseguenze sul rapporto che regola il “movimento naturale della popolazione”, quello che in parole povere determina se sono di più le persone nate o quelle decedute: il “saldo naturale”, frutto di questo rapporto, è ad oggi in negativo di quasi 142mila unità. Il che, tradotto, significa che in Italia si muore più di quanto si nasce.

Il movimento naturale della popolazione residente
totale e straniera: nati, morti e saldo naturale (Tratto da: Bilancio demografico Istat 2016)

Ma la questione su cui ius soli e rapporto ISTAT si intrecciano di più non è relativa alle nascite. Nel documento, infatti, si tiene conto soprattutto del supporto reso dal fenomeno dell’immigrazione, senza il quale, e lo ha evidenziato in una sua analisi anche il professor Alessandro Rosina (ordinario di Demografia e Statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano), lo sbilanciamento della nostra popolazione risulterebbe ancora più marcato. Senza stranieri, infatti, oggi il popolo italiano sarebbe ancora più anziano. E a confermarlo sono i dati, secondo i quali la popolazione straniera riesce ad attutire il colpo e a compensare il vuoto.

In questo contesto complicato, mentre si cerca di capire ancora oggi che cosa significhi, per l’Italia del 2017, essere italiano o essere straniero, lo sguardo prova a essere rivolto al futuro. La fragilità demografica della penisola italiana di cui parla il professor Rosina nella sua analisi, infatti, non è altro che il riflesso di una fragilità economica, finanziaria e lavorativa non nuova in Italia. Sembra banale dirlo, ma senza le necessarie garanzie occupazionali, le nuove generazioni sono impossibilitate a costruirsi un futuro nel Paese o a gettare le basi per costruirsi una famiglia nel luogo in cui prima sono nate e poi sono cresciute. Senza un cambio di passo che ponga tra le priorità dell’agenda politica del Paese la questione del lavoro delle generazioni più giovani, da tempo dimenticate, il dato demografico della popolazione italiana è destinato a peggiorare. Ma i litigi sulla nazionalità finiranno comunque per essere una guerra ideologica tra poveri, povera di contenuti e priva di sostanza. Forse più di quanto già lo sia oggi.

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