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G20 di Amburgo: troppe spese e grandi proteste per nulla

Come si sapeva già, il summit di Amburgo conclude pochissimo, tranne che per Trump

Tra alberghi di lusso e proteste in piazza col sangue, i leader mondiali non decidono nulla. Trump se la spassa mettendosi in vetrina con Putin, mentre la Merkel ha ottenuto quello che alla Germania premeva di più: che, nonostante il crescente numero di frontiere che vengono chiuse per motivi di sicurezza e per far fronte ai flussi di migranti, gli scambi di merci e prodotti non subiscano rallentamenti e che i mercati rimangano aperti

Volgono al termine gli incontri del G20 ad Amburgo. Come in altri incontri internazionali simili deludenti i risultati dal punto di vista istituzionale  e geopolitico: i paesi partecipanti sono rimasti tutti sulle proprie posizioni. Nessun cambiamento di rotta sul fronte dell’ambiente con il presidente americano Donald Trump fermo sui propri propositi (anche dopo lo schiaffo dei giorni scorsi quando ad un convegno 500 scienziati, in risposta ai dubbi del presidente americano sull’esistenza di un  rapporto di causa ed effetto tra eventi antropici e cambiamenti climatici, hanno dichiarato ironicamente che vi sono forti dubbi sull’esistenza stessa di Trump). Per questo gli altri paesi partecipanti al G20 non sono andati oltre la presa d’atto della decisione degli Usa di ritirarsi dall’accordo di Parigi, ribadendo le proprie intenzioni di proseguire la lotta all’inquinamento.

Senza alcun cambiamento anche le posizioni di tutti i partecipanti sul “libero commercio” e contro il “protezionismo”, con riconosciuti i “legittimi strumenti di diritto di difesa”.

Nessun risultato anche riguardo l’inserimento nel documento conclusivo di sanzioni contro il traffico di esseri umani, uno dei maggiori problemi e legato a filo doppio con fenomeni come le migrazioni di massa e altri. Alla fine il testo finale “è meno buono di quello che volevamo: avremo degli impegni piuttosto vaghi contro i trafficanti, con l’impegno di portarli davanti alla giustizia, ma sarà chiaramente meno di quello cui il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk mirava”.

Primo incontro tra Vladimir Putin con Donald Trump (Foto Cremlino)

Unici aspetti positivi gli incontri diretti tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin e tra lo stesso Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel. L’incontro tra il presidente americano e quello russo è durato oltre due ore (invece che la mezz’ora prevista) e nonostante le diverse enfasi date poi nei comunicati – soprattutto sulle proteste che Trump avrebbe fatto o non fatto sulle interferenze del Cremlino alle ultime elezioni USA – sembra proprio che entrambi i leader abbiano ottenuto, da lato dell’immagine, quello che cercavano l’uno dall’altro, almeno per quanto riguarda i loro sostenitori. 

Un bilancio assolutamente negativo nel complesso quindi per questo G20, che non giustifica lo spostamento di un tal numero di persone attorno al pianeta: complessivamente i rappresentanti delle 36 delegazioni al summit erano 6.500. a questi si sono aggiunti ben 4.800 giornalisti provenienti da tutti i paesi del globo.

Una massa di persone che, complici anche la necessità di adottare misure di sicurezza adeguate e la bramosia di sfarzo e di opulenza, ha creato non pochi problemi. Primo fra tutti proprio al presidente Trump. A causa del ritardo del suo staff nella prenotazione, non è stato possibile trovare posto negli alberghi di lusso della città: il Four Seasons era stato riservato per intero al re di Arabia Saudita Salman; il Reichshof Hotel era stato prenotato con largo anticipo dalla delegazione vietnamita; il presidente russo Vladimir Putin aveva occupato il Park Hyatt; anche l’Atlantic era stato riservato alla cancelliera tedesca Angela Merkel e al suo staff; addirittura il presidente cinese Xi Jinping e il premier italiano Paolo Gentiloni avevano dovuto loro malgrado “dividersi” le oltre 500 camere del Grand Elysée. Alla fine, il presidente Trump è stato costretto ad alloggiare nella foresteria del Senato di Amburgo mentre il suo personale presso il Consolato americano.

Un movimento di persone e mezzi ingiustificato. Specie se si considerano i risultati (già preannunciati) e soprattutto i problemi legati alla sicurezza.

Le proteste pacifiche del 2 luglio ad Amburgo prima dell’inizio del vertice dei G20: poi sono iniziati gli scrontri tra dimostranti e polizia (Foto Frank Schwichtenberg)

Molti gruppi provenienti da tutto il mondo avevano preannunciato la propria volontà di manifestare duramente durante il meeting. Per questo motivo le autorità hanno schierato un contingente senza precedenti:  20 mila addetti alla sicurezza, fra cui 15 mila agenti locali, 3.800 federali e 2.500 unità dell’anticrimine ai quali sono stati aggiunti  altri uomini provenienti da Berlino per dare man forte contro i manifestanti. Tutto inutile. La città è stata messa a ferro e fuoco e sono ancora in corso durissimi scontri: decine le auto incendiate con fiamme che hanno oscurato il cielo limpido di   Amburgo per molte ore. Anche dopo gli organizzatori “hanno annullato il corteo”, i manifestanti, tra i quali numerosi alcuni black bloc con il volto coperto, si sono rifiutati di obbedire ai ripetuti inviti della polizia di togliersi le maschere. Gli scontri che sono generati e che sono durati una settimana hanno fatto registrare ben 213 i poliziotti feriti e contusi nel corso dei violenti scontri mentre le persone arrestate sono 203. Alcuni dei manifestanti sono rimasti feriti gravemente a causa del crollo di un muro di 4 metri che stavano cercando di scavalcare nella zona di Bahrenfeld.

Ma che la situazione sarebbe stata pesante era chiaro da tempo: da mesi si parla delle proteste da organizzare contro questo evento e sull’argomento era stato organizzato anche diversi siti web.

Anche lo slogan delle oltre 12mila persone scese in piazza riecheggia da tempo: “Welcome to hell” (Benvenuti all’inferno). Anche il tentativo della polizia di sgomberare i campeggi allestiti nei parchi e autorizzati dal tribunale del land non avevano sortito i risultati sperati sui movimenti provenienti da tutta Europa: “Vogliamo essere lì quando i grandi arriveranno e disturberemo questo summit”,  si legge sui siti dell’organizzazione internazionale ‘Block G-20’ (Colour the red zone). 

Per una settimana, mentre i massimi leader mondiali decidevano di non voler fare nulla di concreto per il pianeta e occupavano i migliori alberghi della città, mentre le loro mogli venivano intrattenute in concerti e visite guidate della città (o almeno di alcune zone “sicure”), in altri quartieri, a volte anche molto lontani dagli incontri internazionali (come a Schanzenviertel), si è assistito a veri e propri fenomeni di guerriglia urbana organizzata.

Come ogni volta contenti i leader dei paesi partecipanti. Positivi i giudizi di tutti soprattutto della Merkel che ha ottenuto quello che alla Germania premeva di più: che, nonostante il crescente numero di frontiere che vengono chiuse per motivi di sicurezza e per far fronte ai flussi di migranti, gli scambi di merci e prodotti non subiscano rallentamenti e che i mercati rimangano aperti.

Anche le numerose organizzazioni presenti hanno avuto poco da dire. A cominciare dalla Lagarde in rappresentanza del FMI.

Unica voce fuori del coro quella della chiesa: l’Osservatore Romano che ha sottolineato il mancato accordo “per varare sanzioni contro i trafficanti di esseri umani”, “un aspetto di centrale importanza in relazione all’emergenza immigrazione”. “Non è un bilancio positivo, quello che emerge del G20 tedesco”, ha sottolineato il giornale della Santa Sede proprio nel giorno in cui si è verificato l’ennesima tragedia al largo delle coste libiche, a est di Tripoli: almeno 35 morti, tra i quali sette bambini hanno perso la vita cercando di andare nella terra promessa, l’Europa. Un’Europa che non li vuole non li accetta come è stato ribadito a Tallin nei giorni scorsi e come dimostrano i risultati del G20 di Amburgo.

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