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L’audizione del 1991 di Borsellino al CSM: ecco cosa disse il magistrato

Paolo Borsellino era stato accusato di essere uno “scippatore” e “insabbiatore” di inchieste. L'amarezza del magistrato e come si difese

di Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino e L'Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso
Il magistrato Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia a Palermo il 19 luglio 1992

Il magistrato Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia a Palermo il 19 luglio 1992

Pubblichiamo un documento inedito, la testimonianza completa davanti al Consiglio Superiore della magistratura di Paolo Borsellino. Gli ex colleghi del giudice concordano sulla grande valenza del documento, che contiene, tra l’altro, un resoconto dettagliato di ciò che avvenne nel 1991 tra la Procura di Trapani e quella di Marsala. Leggendo il documento si evince il suo metodo investigativo per le indagini preliminari e per le fasi processuali

Il gruppo facebook “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino” e “L’Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso” si occupano anche di ricerca di documenti storici. E all’interno di queste attività è stato richiesto ed ottenuto, con procedura di  accesso atti,  presso il Consiglio superiore di magistratura, il verbale di un’audizione avvenuta nel dicembre 1991 che riguarda il giudice Paolo Borsellino.  L’ acquisizione del verbale  risale al Luglio dello scorso anno ma viene pubblicato solo adesso perché si è  ritenuto opportuno sottoporlo alla visione, e valutazione, anche  di colleghi del Giudice, i quali concordano sulla grande valenza del documento, che contiene, tra l’altro,  un resoconto dettagliato di ciò che avvenne nel 1991 tra la Procura di Trapani e quella di Marsala. Sui giornali, Paolo Borsellino fu accusato di essere “uno “scippatore” e “insabbiatore” di inchieste. Quindi una faccenda che gli  provocò non poco sconforto umano e morale,  e tanta amarezza. E dopo aver letto, e studiato, il documento si è ritenuto di pubblicarlo per  rendere omaggio alla memoria del magistrato cercando la verità su quei fatti dopo 26 anni e riportando quegli accadimenti così come furono raccontati dallo stesso Borsellino al  CSM.

Da molti ritenuta secretata (e conosciuta solo da pochi addetti del settore), l’audizione (Qui la deposizione completa, nel dicembre 1991), in verità, è pubblica dal 12 giugno 1998,  dal momento in cui alcuni passaggi della stessa vengono riportati in una sentenza della Corte di Assise di Caltanissetta relativa all’ omicidio Ciaccio Montalto. Nelle motivazioni, trattando dell’inattendibilità di Vincenzo Calcara e Rosario Spatola, per ciò che riguardava quel processo (nel Capitolo II, i Collaboratori ), si legge di una audizione del Giudice Borsellino davanti al Csm avvenuta il 10 dicembre del 1991 e riguardante fatti di notevole rilevanza, accaduti quell’estate nel Marsalese, che poi ebbero come apice proprio l’audizione, presso il Csm, del Dr Paolo  Borsellino (all’epoca procuratore Capo a Marsala), del dr Francesco Taurisano (sostituto procuratore a Trapani) e del dr Antonino Coci (Procuratore Capo a Trapani). Questa la parte di sentenza che ha destato la nostra attenzione:

Risulta, infatti, dal verbale delle dichiarazioni rese in data 10.12.1991 dal predetto Magistrato alla Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura che stava svolgendo accertamenti sulla Procura della Repubblica di Trapani che lo SPATOLA aveva iniziato ad essere interrogato da lui, iniziando così la sua collaborazione con l’A.G., intorno ai primi di settembre del 1989, […..] Paolo BORSELLINO gli aveva chiesto notizie in ordine alla sua struttura ed all’organigramma del medesimo e lo SPATOLA “raccontò immediatamente delle circostanze che io ritengo delle bestialità”, indicando tra l’altro MESSINA Antonio come il capo assoluto dell’associazione per la provincia di Trapani”.

La Corte di Caltanissetta  richiamò questa deposizione per mettere in luce i rischi derivanti da  una fuga di notizie sui verbali di Rosario Spatola (che finirono sul settimanale Epoca), verbali di cui il dr Borsellino non era a conoscenza pur avendo egli la competenza per territorio su alcune dichiarazioni del collaborante. Della fuga di notizie, aggiunge la Corte, avrebbe potuto approfittare tale Vincenzo Calcara “fuga che costituiva una splendida occasione per chi, come il CALCARA, voleva riferire di circostanze a lui non note – o comunque solo approssimativamente orecchiate a seguito di contatti occasionali – ed era alla ricerca di facili riscontri”.

Quindi delle considerazioni gravissime visto che il Calcara, in alcuni processi precedenti, ad esempio Alagna e Aspromonte, era stato ritenuto attendibile per parte delle dichiarazioni, ma non per tutte,  ma non fu ritenuto tale dalla corte nissena nel caso del processo Ciaccio Montalto. Cosa poi ripetutasi nel 2015 con  la sentenza del processo Rostagno, dalle cui motivazioni si evince che  il Calcara venne ritenuto sempre inattendibile e nelle stesse si fece riferimento anche al dispositivo del processo Ciaccio Montalto.

Leggendo la sentenza nissena ci si è chiesto quali fossero quei  fatti talmente importanti  per prendere in considerazione l’audizione. Fatti, probabilmente, talmente gravi da portare una Corte d’Assise a cercare quel documento e usarlo anche  per dimostrare dell’inattendibilità di due soggetti (CALCARA E SPATOLA) che altri collaboratori (SINACORI, FERRO, BRUSCA), attendibili e riscontrati, avevano già minato. Leggendo il verbale dell’audizione  si comprendono, innanzitutto,  accadimenti e tematiche che riguardano i primi collaboratori nel Trapanese; la modalità con cui venivano gestiti e il modus operandi degli interrogatori in un periodo in cui la legge sulla protezione dei collaboratori  era entrata in vigore da poco o addirittura, per i collaboratori ante gennaio 1991, si applicava, per analogia, la legge sui dissociati  per il terrorismo. I fatti che racconta Paolo  Borsellino risalgono  al periodo che va dal settembre 1989 al 9 settembre 1991, giorno in cui  il  Giudice scrive al Procuratore  generale presso la repubblica di Palermo per chiedere un coordinamento migliore  delle indagini  preliminari.

Bisogna premettere che nell’estate del 1991 la legge sui collaboratori (decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82) era a pieno regime ma non era ancora stata istituita la DIA  che si occuperà  dei collaboratori solo dopo il Decreto-legge 29 ottobre 1991, n. 345( convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 1991, n. 410) quindi all’incirca dal marzo 1992. Per cui i “pentiti”, nel periodo di cui si parla, erano sotto la protezione dell’Alto Commissariato antimafia. Dal 1989( periodo in cui inizia la collaborazione di Rosario Spatola) fino al gennaio 1991 si era in  una fase di transizione.

La vicenda  prendeva il via a causa di fughe di notizie apparse sul settimanale Epoca che riguardavano le dichiarazioni di  Rosario Spatola e di Giacoma Filippello.

L’audizione si era resa necessaria anche per una richiesta del Ministro di Grazia e Giustizia che proponeva  il trasferimento d’ufficio, ex art. 2 R.D.L. 31 maggio 1946 n. 511, dei dottori Antonino COCI e Francesco TAURISANO, rispettivamente Procuratore della Repubblica e Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trapani.

Leggendo il documento si evincono,  soprattutto, le difficoltà con cui il giudice Borsellino ebbe a muoversi, il suo rigore morale e professionale, la sua oculatezza  nel comprendere i  fatti narrati dai collaboratori, il suo metodo investigativo per le indagini preliminari e  per le fasi processuali. Si comprende il senso del dovere, il rispetto della legge,  la sua indipendenza, il non farsi condizionare da alcuno, ne da nomi importanti, su cui indagò,  ne da colleghi. E, tra le varie affermazioni, vi sono alcune da cui  trapela il senso di responsabilità morale  anche nei confronti dei suoi figli. Quindi un documento che va oltre i fatti avvenuti e che può aiutare a comprendere il giudice Paolo Borsellino in tutte le sue sfaccettature. Noi tratteremo il documento basandoci sui punti più salienti, ma è bene ricordare che va letto nella sua interezza per una migliore comprensione dello stesso.

I presupposti del fatto raccontati dal dottore Borsellino nell’audizione al Csm.

Nei primi di  settembre 1989 Rosario Spatola contattò Paolo Borsellino dicendo  di volersi costituire. Il giudice si accertò che a carico dello stesso  non vi era alcun  provvedimento restrittivo ma lo Spatola  insistette nel  volersi presentare comunque a Marsala per parlare con il giudice poiché  riteneva di essere in pericolo. All’inizio di questa collaborazione si autoaccusò di alcuni reati relativi a truffe ed  allo spaccio di stupefacenti. Fu richiesto un mandato di cattura nei suoi confronti e dopo qualche tempo fu rimesso in libertà provvisoria. La collaborazione di Spatola durò per varie settimane e contestualmente il giudice acquisiva   riscontri  su quelle dichiarazioni dopo aver disposto indagini e accertamenti. A  gennaio 1990 ci furono vari provvedimenti cautelari basati sulle dichiarazioni di questo collaboratore,  alcuni furono impugnati al tribunale della libertà che li confermò, successivamente  il ricorso per Cassazione   annullò tutti i provvedimenti perché secondo la Suprema Corte si sarebbe dovuto procedere col vecchio rito processuale. Senonchè  si aprirono due processi,  uno con il vecchio rito e l’altro basato sul nuovo codice di procedura che era entrato in vigore a ottobre 1989. Sempre nel 1990 venne ucciso un grosso esponente mafioso, Natale L’Ala, del quale al  giudice erano arrivati segnali che volesse iniziare a collaborare e la sezione dei carabinieri di PG, nella persona del responsabile Maresciallo Canale, contattò la compagna  del L’Ala, Giacoma Filippello, anche perché si era avuta notizia che la stessa avesse avuto un ruolo al fianco del L’Ala. La stessa dichiarò  immediatamente di essere disposta a collaborare, e le dichiarazioni furono acquisite da alcuni sostituti di Borsellino. Le propalazioni di questa, insieme a quelle dello SPATOLA, portarono ad un processo che era ancora in corso di celebrazione  nel dicembre 91 a  Marsala.

Nella primavera del 1990,  il giudice conobbe il collega Taurisano (sostituto Procuratore a Trapani) dopo un convegno ad Amalfi nel quale un altro collega, Di Persia,  gli aveva detto di contattarlo con riferimento ai reati associativi. Fu così che il giudice Borsellino parlò con  Taurisano, e conversando sul loro rispettivo lavoro,  gli disse che in quel momento stava lavorando a Marsala utilizzando questo collaboratore il quale raccontava anche di faccende avvenute fuori dai confini della circoscrizione. In sostanza il giudice considerava Spatola  un trafficante medio-piccolo di droga il quale sosteneva di sapere anche molto su omicidi o su altre faccende criminose avvenute anche fuori dalla Sicilia. Fece anche presente a Taurisano che  stava per trasmettere degli stralci di queste propalazioni alle procure competenti di altre circoscrizioni di mezza Italia. Taurisano lo pregò di fargli vedere queste dichiarazioni  e Borsellino  gliele mise a disposizione  facendogliele leggere. Quando gli stralci di Spatola, per competenza, arrivarono a Trapani, inviati da Borsellino, furono assegnati a Taurisano, e questi,  che si stava apprestando ad interrogare   Spatola e la Filippello, chiese a Borsellino  di essere presente agli stessi interrogatori.  Per cui  il 21 agosto del 1990 si recarono entrambi a Roma dove il giudice  gli presentò  i due collaboratori e venne interrogato Spatola. La Filippello fu  interrogata successivamente.

Rosario Spatola e la NON affiliazione a Cosa Nostra. L’oculatezza  di Borsellino nel valutare le dichiarazioni dei collaboratori.

Nell’ambito di  quel che doveva essere il  primo interrogatorio di Spatola, da parte di Taurisano, Borsellino diede dei consigli al collega e gli disse che Spatola all’inizio della collaborazione aveva parlato di truffe,  che aveva fatto, e di traffici di droga e i riscontri, disposti dal giudice, avevano dato quasi sempre esito positivo ma nel momento in cui lo Spatola su richiesta di Borsellino  stesso- se fosse o meno inserito all’interno dell’organizzazione mafiosa- rispose che era un “cane sciolto”, cioè una persona che gravitava attorno all’organizzazione criminale mafiosa senza essere organicamente inserito, senza appartenere a “Cosa Nostra” secondo il rituale di affiliazione .

Lo Spatola nella tarda primavera del 90, dopo che fu sottoposto alla protezione dell’Alto Commissariato Antimafia a Roma, iniziò a tempestare di telefonate i Carabinieri della sezione di Marsala con richieste di denaro e il giudice interpellato dai Carabinieri gli fece  rispondere di “mandarlo a quel paese perché noi non amministriamo nessun denaro (evidentemente mascherandole sempre con grosse esigenze che aveva, lui, di sistemare la famiglia, di sistemare i figli ecc. ).”  Borsellino sollecitò l’Alto Commissariato affinché sistemassero la famiglia dello Spatola e la moglie ed un figlio furono mandati in America. Il collaborante, proprio nel momento in cui richiedeva denaro in modo spropositato, disse  ad un Brigadiere dei carabinieri che se non gli davano subito 50 milioni sarebbe sparito dalla circolazione e non avrebbe più confermato nulla; per cui il giudice,  dopo aver ricevuto la relazione di servizio dallo stesso Brigadiere, chiese al Gip di emettere un provvedimento contro Spatola che fu eseguito a Roma. Questo fatto “irritò parecchio l’Alto Commissario perché i Carabinieri non lo avvertirono prima e quindi sembra che gli abbiano bruciato un residence dove l’Alto Commissario teneva questi pentiti”.

Un fatto singolare fu che Spatola, nel momento in cui  incominciava a fare queste richieste di denaro spropositate,  modificò le sue precedenti dichiarazioni e  si dichiarò affiliato a Cosa Nostra. Diceva di essere stato affiliato in Svizzera, addirittura, da due personaggi campobellesi, tra cui un certo CARAVA’ Angelo. Il giudice Borsellino,  che aveva sentito lo Spatola varie volte, si era però convinto che si trattasse di un soggetto che gravitava intorno all’organizzazione criminale ma  solo con le regole del concorso di reato e non inserito nella stessa consorteria criminale  con le regole interne a Cosa Nostra perché aveva avuto sempre  dei dubbi sulla veridicità di questa affiliazione di Spatola in Svizzera; anche perché lo stesso era figlio di un maresciallo dei carabinieri o della polizia, e quindi il giudice, che aveva sempre trovato come riscontrata questa regola in riferimento a Cosa Nostra, e cioè che i figli di Poliziotti o Carabinieri non possono essere  affiliati, manteneva questi dubbi su una presunta affiliazione dello  Spatola all’interno della consorteria mafiosa.

E nell’audizione lo stesso Borsellino disse chiaramente -“Io sono stato sempre prudente nel recepire e nel chiedere le dichiarazioni a SPATOLA, o nel sollecitare SPATOLA a dichiarazioni relative all’organizzazione interna di “Cosa Nostra”, anche perché, non appena lui si dichiarò esponente ufficiale e organico di “Cosa Nostra” e io gli cominciai a chiedere quale fosse la struttura di “Cosa Nostra” in provincia di Trapani, chi ne fosse il capo, in quale Famiglie si articolava, lo SPATOLA mi raccontò immediatamente delle circostanze che io ritengo delle bestialità: cioè, indicò come capo assoluto di “Cosa Nostra” in provincia di Trapani certo avv. MESSINA Antonio, di Campobello di Mazara, sicuramente personaggio di non indifferente statura criminale, ma probabilmente cocainomane, persona odiata sicuramente dallo SPATOLA, come si rileva dal complesso dei suoi interrogatori, e che nessun altro elemento processuale da me mai raccolto, sia quando ero giudice istruttore a Palermo e mi occupavo a pieno titolo di “Cosa Nostra”, sia quando cominciai a fare indagini con riferimento specifico alla provincia di Trapani, mi portava a considerare questo MESSINA, addirittura, capo di “Cosa Nostra” in provincia di Trapani.”

Borsellino aveva avvisato Taurisano di queste sue perplessità su Spatola  e aveva detto al collega -“Quest’uomo sa molto in materia di traffico di sostanze stupefacenti perché ha molto girato è venuto in contatto con trafficanti calabresi, è venuto in contatto con trafficanti milanesi e toscani e così via”. Però gli dissi: “Stai attento a quello che ti dichiara, con riferimento alla struttura dell’organizzazione mafiosa, perché a una sua partecipazione organica a “Cosa Nostra” come regolare affiliato, come soldato o come capo decina dell’organizzazione mafiosa, io ho molte perplessità a crederci.”

Dopo quel 21 agosto del 1990 Borsellino non ebbe più rapporti col Taurisano  se non un incontro casuale a Pantelleria nei giorni di Pasqua ove si salutarono fuggevolmente.

Borsellino apprende la notizia dei verbali di Spatola finiti sul settimanale “Epoca”. La preoccupazione, l’indignazione e le proteste.

Il primo agosto 1991, mentre Borsellino si trovava a Villagrazia, nella casa delle vacanze,  viene contattato dal collega Giovanni Falcone il quale  gli dice di aver letto sul Videotel che un certo Rosario Spatola aveva fatto dichiarazioni su dei  politici e gli chiede di chiarirgli se è lo stesso Spatola di cui si occupa a Marsala o quello di cui si era occupato lo stesso Falcone a Palermo nel cosiddetto “processo Spatola” che fu il primo sull’organizzazione mafiosa celebrato nel capoluogo. Sentendo ciò Borsellino telefonò nel suo ufficio  a Marsala  e il suo sostituto Salvo gli disse di aver letto su Repubblica di una futura pubblicazione di  dichiarazioni di ROSARIO SPATOLA che per loro erano completamente nuove.

Le notizie riguardava dei personaggi del marsalese: il senatore Pizzo e  l’onorevole Aristide Gunnella, e altri personaggi di Campobello; per cui la competenza sarebbe stata della Procura di Marsala e di conseguenza Borsellino disse immediatamente al sostituto Salvo di chiedere alla Procura di Trapani di farsi mandare questi verbali e contemporaneamente, agitato e preoccupato, fece una telefonata al procuratore Capo della Repubblica di Trapani dottor Coci chiedendo come mai non avesse avuto notizia di questi verbali e come mai fossero finiti sulla stampa. E Coci rispose-“Sai, sembra che sia chiarito come siano finiti sulla stampa, perché questo SPATOLA è stato interrogato da TAURISANO e poi è venuto a Marsala, al dibattimento pubblico che intanto si svolge a Marsala, e ha parlato con il suo avvocato, che è un mio vice procuratore onorario, il quale è anche corrispondente dell’ANSA.”

Ma il Giudice,qualche giorno dopo apprese che le dichiarazioni di Spatola non erano quelle a cui si riferiva il collega Coci  bensì degli interrogatori del settembre 1990 mentre Coci  si riferiva a degli interrogatori fatti da Taurisano a Spatola  il 30 e 31 luglio di quello stesso anno(1991). Il giudice Borsellino era rimasto all’oscuro sull’esistenza di questi verbali per nove mesi, eppure quei fatti sarebbero stati di sua competenza.

E le sorprese non erano ancora finite…

Sempre nel mese di agosto, Taurisano si recò da Borsellino a Villagrazia, insieme al sostituto di questi, Salvo. Al colloquio tra i due assistette  anche un ex sostituto di Borsellino, Guido Cavaliero, che era ospite del giudice.

Taurisano fece una premessa: non si fidava di alcuno nella procura di Trapani. Ciò non sorprese il giudice in quanto già mesi prima gli erano giunte voci,  confermate anche dai diretti interessati, che  il dott. Gioacchino GERMANA’ ( NDR: Calogero Gioacchino detto Rino) dirigente della Squadra Mobile  e il Maggiore Maione, dirigente del Reparto Operativo dei Carabinieri, persone  molto stimate da Borsellino, erano stati trasferiti su richiesta del dott. TAURISANO, il quale riteneva di non potersi fidare di loro o che comunque non erano capaci di lavorare a Trapani. Per cui il fatto che Taurisano si lamentasse era cosa nota. Nel corso del colloquio specificò: che i verbali pubblicati, di cui non sapeva come fossero finiti sulla stampa,  erano di settembre 90, che  aveva interrogato di nuovo Spatola il 30 e il 31 luglio e che questi atti gli erano spariti dal fascicolo.

Borsellino protestò e gli disse: “Io sono stato della massima apertura e lealtà nei tuoi confronti. Ho ritenuto, addirittura, di accompagnarti, quando tu hai voluto sentire per la prima volta SPATOLA. Poi, tu raccogli queste dichiarazioni dirompenti, che parlano di politici e io per dieci mesi ne resto addirittura all’oscuro!”.

Il rigore del giudice: le successive indagini sulle dichiarazioni di Spatola.

Nel rispondere ad una domanda del presidente della Commissione del Csm, dr Santoro, Borsellino specifica: “Guardi, Presidente, le dichiarazioni sono quelle che sono, le possiamo vedere tutti. Io le ho lette sul giornale: sono dichiarazioni che vanno viste con riferimento a quello che è stato accertato successivamente alle dichiarazioni. Io ho fatto delle indagini su queste dichiarazioni: per parecchie delle persone citate in queste dichiarazioni, o quanto meno per il Sen. PIZZO, io non sono riuscito a trovare nessun riscontro, ma ciò non toglie che la dichiarazione è dirompente perché è una dichiarazione che indica un Senatore della Repubblica come affiliato all’organizzazione mafiosa, e un Deputato della Repubblica affiliato all’organizzazione mafiosa. E io non le avevo conosciute perché erano state dieci mesi senza che nessuno avesse ritenuto di informarmi. Il TAURISANO mi disse anche che aveva raccolto altre dichiarazioni il 30 e 31 luglio, però non me ne disse il contenuto, mi disse soltanto che erano spariti”.

Il 13 agosto Borsellino si recò a Trapani e Taurisano gli consegnò quattro fogli di scrittura di computer che non avevano nessuna firma: né la sua, né firme di assistente, perché erano dichiarazioni che lui  aveva tirato fuori dal computer, dove ne aveva conservato una copia, e glieli consegnò a mano. Successivamente,il loro contenuto, su specifica domanda di Borsellino a Spatola, risultò essere le dichiarazioni che il collaborante aveva fatto a Taurisano nei verbali di fine luglio poi spariti:“SPATOLA mi confermò che si trattava di verbali di sue dichiarazioni rese a TAURISANO. A questo punto, io glieli feci immediatamente sottoscrivere, redassi un verbale a parte di un interrogatorio reso a me che aveva questo contenuto, gli feci sottoscrivere i verbali, li feci sottoscrivere al Brigadiere dei Carabinieri di Montevago, che in quel momento mi assisteva”  Borsellino inviò quelle dichiarazioni alla Procura di Trapani, scrivendone  la storia:“questi mi sono stati consegnati, brevi manu, da TAURISANO; io ho dato ad essi contenuto giuridicamente accettabile che prima non avevano, e ve li restituisco, trattenendone copia.”

La novità di queste dichiarazioni rispetto ai verbali del Settembre 90 era: “l’attribuzione della qualità di “uomo d’onore” all’On.le Calogero MANNINO. Invece nel verbale riportato, poi, nel settimanale “Epoca”, la qualità di “uomo d’onore”, attribuita all’On.le MANNINO, non c’era”

Ed ai primi giorni di settembre anche parte di questi  verbali del 30/31 luglio vengono pubblicati dalla stampa  unitamente ad altri verbali ” Così come io apprendo che nei primi giorni di settembre vengono pubblicati anche altri verbali di cui mai si è parlato fra me e TAURISANO almeno quelli del 10 e 17 luglio, nel corso dei quali TAURISANO interroga la FILIPPELLO. Questi verbali, come poi ho accertato, furono pubblicati dalla stampa anche il 16 e 17 luglio.” In essi si parlava dell’onorevole Rino Nicolosi ex presidente della regione Sicilia.

Rino Nicolosi si presenta nell’ufficio di Borsellino per essere sentito. La correttezza del Giudice.

“Ai primi di settembre[…] l’On.le Rino NICOLOSI mi fa contattare in ufficio, chiede di potersi presentare l’indomani.

Io gli dico: “Beh, fatelo venire”. Poi guardo le mie carte e mi accorgo che ne nel verbale del 14 settembre 1990, ne nei verbali del 30 e 31 luglio, che io quel momento già conoscevo per averli avuti da TAURISANO e averli fatti … , si parla di NICOLOSI, tant’è che quando NICOLOSI si presenta io gli faccio presente: “Guardi, onorevole (io, che non  ho letto i giornali del giorno prima, non so che c’è la FILIPPELLO che parla di NICOLOSI), lei faccia tutte le dichiarazioni spontanee che vuole, ma io non ho nulla da domandargli” , come è scritto nel verbale a chiare lettere, verbale che, ormai, fa parte di un procedimento archiviato e che può essere anche letto da codesta Commissione.” . Rino NICOLOSI mi dice: “Guardi, lei non ha nulla a mio carico: glielo do io” e tira fuori dalla tasca un foglio telefax, lungo, che contiene quattro pagine di verbale, di cui due pagine sono parte del verbale del 14 settembre 1990 (quello che era stato pubblicato su “Epoca”), ma, questa volta, con tanto di firma autentica dello SPATOLA . e due pagine, che contengono stralci di interrogatori della FILIPPELLO del 10 e 17 luglio, con tanto di firma autentica della FILIPPELLO. Io – mi consenta che “salto in aria”[…..]. Immediatamente sequestro questo foglio di telefax, ricevo le dichiarazioni spontanee di NICOLOSI e mando questo foglio di telefax a Trapani, facendo presente che me lo ha fornito NICOLOSI, che io non so come ne sia venuto in possesso, anche se gliel’ho domandato.  […] Io mando immediatamente a Trapani questo atto che sequestro e dico – consigliandomi nella lettera – : “Si rappresenta l’opportunità che le indagini sulla sparizione dei verbali del 30 e 31 luglio vengano estese anche alla sparizione di questi verbali”, o quantomeno al fatto che di questi verbali qualcuno se ne andò a fare fotocopia, tant’è che NICOLOSI me li sbatté in faccia e – mi consenta – che è stato uno dei momenti più mortificanti della mia carriera di magistrato.”

I rapporti tra la procura di Marsala e quella di Trapani. La lealtà del giudice verso i colleghi

Ad un certo punto  dell’audizione, il dottore Santoro che  sta presiedendo la Commissione referente,  pone una specifica domanda: “Ha detto il collega COCI che tu gli avresti detto: “Ma è un colabrodo questo ufficio giudiziario?”. Questo ci ha detto COCI. Che significato poteva avere? “

E Borsellino :”Con riferimento al fatto – certo, non escludo, anzi lo posso anche confermare – che a settembre, quando io vedo all’inizio di agosto pubblicato un verbale, a settembre pubblicati gli altri verbali, addirittura NICOLOSI mi mostra le fotocopie di verbali, dei quali, tra l’altro, nessuno ha mai dichiarato la sottrazione, che io ad un certo punto abbia detto – “Un colabrodo” – mi sembra ampiamente giustificato. Perché è un “colabrodo” se si verificano queste faccende! Non intendo, evidentemente, dare nessun tipo di opinione sulla responsabilità di questa faccenda, perché non lo so. Voglio tener presente una cosa circa il mio atteggiamento nei confronti del Tribunale di Trapani: io sono stato nominato Procuratore. […]

Quando fui nominato Procuratore della Repubblica a Marsala (nominato, peraltro, in mezzo alle polemiche) l’allora Procuratore Generale di Palermo, PAJNO, più volte mi pregò di andare a mettere il naso a Trapani, dicendo: “Diglielo a COCI che mandi avanti questa storia dello “SCONTRINO” (soprattutto lui batteva sulla vicenda dello “SCONTRINO”), vedi un poco a che punto sono arrivati.” Io, proprio per questo genere di sollecitazioni, ho evitato sempre di andare a mettere il naso a Trapani, perché io ero Procuratore della Repubblica e il mio collega di Trapani era un Procuratore della Repubblica. Io, tra l’altro, sono estremamente più giovane di lui e non volevo fare … ; anzi, una volta che raccolsi qualche cosa relativa allo “SCONTRINO”, che forse era molto vagamente relativa allo “SCONTRINO”, mi limitai a mandargliela di corsa a Trapani, e ricordo di aver detto al Maresciallo dei Carabinieri che mi assisteva (il quale diceva: “Questa cosa è lo “”SCONTRINO”” mettiamoci … “): Guardi, questa è una cosa che riguarda Trapani” , perché tra l’altro era una dichiarazione, che in questo momento neanche ricordo; tanti anni fa ho detto: “Se spunta sulla stampa che BORSELLINO si sta interessando dello “SCONTRINO” “, spunta che io voglio mettere il naso dovunque.” Io, in realtà, ho sempre voluto fare il mio mestiere con una rigida delimitazione di quelle che sono le mie competenze e, pertanto, anche questo atteggiamento di farmi io, il mio lavoro, e loro si facessero il loro l’ho sempre seguito. Io ho frequentato rarissime volte il Tribunale di Trapani, pur essendo estremamente interessato a tutti i fatti di criminalità mafiosa che si verificano in Sicilia.

Li potevo seguire anche senza il contatto diretto con i colleghi e se si fosse verificata qualche vicenda che riguardava la nostra reciproca competenza l’avremmo regolata così come, con riferimento a quest’ultima vicenda, io, non appena mi accorsi che , in realtà, non si trattava di verbali raccolti da TAURISANO che riguardavano solo la mai competenza, ma in parte potevano riguardare anche la sua e in parte riguardavano Sciacca, immediatamente feci una richiesta, che è quella che stamattina ho prodotto in copia, al Procuratore Generale perché ci riunisse tutti e stabilisse gli ambiti delle reciproche competenze. Così, poi, fu fatto perché, nonostante non è rimasta traccia in nessun verbale perché il Procuratore Generale ha detto che, essendo tutti d’accordo, non era neanche necessario formalizzare questa decisione, si decise che l’On.le CANINO se lo faceva Trapani, l’On.le PIZZO e l’On.le GUNNELLA me li facevo io e l’On.le MANNINO se lo faceva il Procuratore della Repubblica di Sciacca, in ossequio (anche se personalmente poco convinto, ma so che devo prestare ossequio) alla famosa sentenza della I Sezione, presieduta dal collega CARNEVALE, che, con riferimento alle dichiarazioni di Antonino CALDERONE, allora raccolte dal collega FALCONE, decise, invece, che siccome la mafia non avrebbe una struttura unitaria, ogni Tribunale, ogni Procura delle 18 (quante ce ne sono in Sicilia), si fa la propria.”

I timori di Borsellino relativi alla gestione dei collaboratori. L’incontro tra Spatola e la Filippello.

Fu proprio Borsellino a spiegare i suoi timori, alla Commissione del Csm, circa la gestione dei collaboratori.

“La cosa avvenne così: mentre io interrogavo SPATOLA, gli domandai notizie di un certo BOCINA Felice e lo SPATOLA mi risponde in questo modo: Questo è quello che la FILIPPELLO dice che non è uomo d’onore”. Al che io gli ho detto: “Scusa, ma tu che cosa ne sai di quello  che dice la FILIPPELLO?” ; dice: “Me lo ha detto in faccia”. A questo punto mi sono fatto spiegare quando si sono incontrati, perché io ho un processo a dibattimento dove c’è SPATOLA imputato, la FILIPPELLO teste ed entrambe le loro dichiarazioni collimano in molte cose. Il fatto che questi due si siano potuti incontrare prima di andare a rendere le loro dichiarazioni, poi, a dibattimento mi preoccupò parecchio e allora, evidentemente, “saltai in aria” e feci immediatamente l’accertamento.”

I collaboratori venivano protetti, e gestiti,  dall’Alto Commissariato, vivevano in  appartamenti dotati di telefono e quindi chiamavano spesso il giudice per esprimere le loro lamentele. Essendo di fatto liberi, rilasciavano interviste televisive o ai giornali dietro compenso. Il giudice aveva avvisato Spatola dei pericoli che ciò comportava:“anche se gli ho fatto più volte dire dai miei Carabinieri che meno dichiarazioni rende e più salvaguarda la sua immagine, ma la pensano diversamente”

E il problema relativo ad un incontro tra i due collaboratori si presentò anche per il caso Gunnella.

“Il verbale del 5 ottobre 1990  parla di Aristide GUNNELLA. Verbale che contiene una dichiarazione che è una delle ragioni – una fra le tante – per cui io ho chiesto l’autorizzazione a procedere; siccome vi è una coincidenza fra le dichiarazioni di SPATOLA e quelle della FILIPPELLO”  io ho voluto prestare più attenzione, tant’è che ho cercato la segretaria di GUNNELLA, che sarebbe stata presente a questi fatti, e siccome la polizia me la identificò male, io non arrivai a farla entro 30 giorni: tra le altre cose questo è uno dei motivi per cui ho chiesto l’autorizzazione a procedere. Però, manifesto a questa Commissione la mia preoccupazione perché mi sembra che quell’incontro fra SPATOLA e la FILIPPELLO, non verbalizzato, sia andato a cadere proprio in quei giorni. […] Io sono estremamente preoccupato del fatto che se un giorno questo episodio che racconta nei modi incrociato SPATOLA e la FILIPPELLO dovesse servire per trarne delle conseguenze processuali pesanti per l’indagato, i difensori immediatamente faranno risultare questa faccenda.”

La valutazione dei collaboratori. L’esperienza del Giudice in quel campo.

“Una volta, in epoca assolutamente non sospetta, io, su questo problema dei pentiti, ho fatto una intervista al settimanale “La Stampa”, molto ampia, dove tra le altre cose davo contezza di una mia impressione, nel mio lungo lavoro con questi pentiti, che questa gente, probabilmente, si sente più sicura e si sente meglio assistita quando spunta sui giornali. Però, questa mia impressione non ho nessun motivo per ritenere che abbia riferimento (intanto, queste mie osservazioni le feci senza far riferimento al caso concreto che non si era affatto verificato o, se si era cominciato a verificare, io non ne sapevo assolutamente nulla) a questo caso concreto. Io non lo so perché SPATOLA la fatto dichiarazioni che, peraltro, io ritengo infondate in quanto, avendo cercato i riscontri di queste dichiarazioni, almeno per quelle per le quali io ho chiesto l’archiviazione, e non avendone trovate assolutamente, io ho il dovere, come Pubblico Ministero, di chiedere, una volta che ho tentato tutte le possibili strade, l’archiviazione. La menzogna è un altro concetto, cioè io acquisisco una prova positiva che il pentito mi sta mentendo, ma nella fattispecie io questa prova positiva non l’ho avuta; io ho trovato, e l’ho detto più volte, perché in tutto il periodo in cui si è svolta questa vicenda io sono stato sempre assaltato da giornalisti che mi domandavano: “Secondo lei il pentito è attendibile o non è attendibile?”, al di là di una attendibilità generica di carattere generale (e SPATOLA ce l’ha perché mi ha raccontato faccende che riguardano la droga, estremamente riscontrate anche all’estero e così via dicendo), al di là di questo non è che io ho trovato la prova positiva che PIZZO non è mafioso e che SPATOLA mi stava mentendo. Io non ho trovato assolutamente nessun riscontro di quello che lui mi dichiarava. Tutt’al più, forse, con riferimento a quegli scontri, qualche esagerazione, però oggi non mi sento di dire questo: deliberatamente o per altre ragioni oscure ha mentito, né lo affermo in requisitoria, nella mia richiesta di archiviazione.”

Il metodo investigativo e le indagini per  cercare i riscontri alle dichiarazioni dei collaboratori. Il rigore professionale di Borsellino.

“Una volta che si accusa taluno di appartenenza ad associazione mafiosa, io ho l’obbligo di iscrivere al registro le notizie di reato, dichiarando l’indagato di appartenenza ad organizzazione mafiosa è così ho fatto. Quando ho scritto al registro notizie di reato avevo sia le dichiarazioni del 14 settembre, sia quelle del 30 e 31 luglio, ma siccome già in quelle del 14 settembre si accusavano quelle persone di essere associate a “Cosa Nostra”, la notizia di reato c’era. La possibilità di ricerca di riscontri c’è anche, se si tiene presente quella che è stata la scelta – l’unica che io ritengo legittima – che io ho seguito nel corso della mia indagine preliminare, cioè io non è che mi sono limitato ad andare a vedere se le dichiarazioni di SPATOLA erano veritiere o non veritiere; io, una volta che debbo indagare sulla asserita appartenenza di una persona a “Cosa Nostra”, è chiaro che debbo aprire il ventaglio di indagini su tutte le possibili fonti di prova, almeno teoricamente, tant’è che, con riferimento a questi indagati, io ho mandato delle lettere urgenti sia al Nucleo Centrale Anticrimine, sia al Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, chiedendo di informarmi su tutto ciò che nel programma giudiziario italiano risultava, come indagini, su queste persone. Tant’è che (questo si può dire perché diventò pubblico in occasione della discussione in aula, in Parlamento, della mia richiesta di autorizzazione a procedere su GUNNELLA) io non è che mi sono limitato ad indagare su GUNNELLA con riferimento al fatto se è vero che Natale L’ALA è andato nello studio di GUNNELLA è gli andato a dire “cornuto”, come è la dichiarazione di SPATOLA, ma io ho esteso il mio arco di indagini alle dichiarazioni di Antonino CALDERONE circa i rapporti fra GUNNELLA e DI GRISTINA; ho esteso il mio arco di indagini circa i rapporti tra GUNNELLA e un esponente mafioso di grosso rango, il cd. “malpassoto”, a Catania; ho cercato anche di rivalutare (non l’ho potuto fare perchè il processo se lo è acquisito il collega PRIORE, a Roma, e lo ha allegato alla strage del DC9) un processo di un amico intimo di GUNNELLA, che è stato ucciso, in cui GUNNELLA era testimone, e sono andato a cercare questo processo per vedere un po’ : cioè, intendo dire che una volta che mi si dice “Tizio è uomo d’onore” e io debbo fare le indagini, io non mi posso limitare a dire (tenendo presente che si tratta, anche, di un pentito che in altre cose ha trovato grossi riscontri) . “Beh, io non riesco a provare questa visita che ha fatto Natale L’ALA nello studio di GUNNELLA, dove l’ha insultato e poi GUNNELLA gli è andato a chiedere scusa: di queste cose non ho trovato prova, quindi io lo chiudo”. Io ho il dovere, invece, di fare una indagine esplorativa a vasto raggio, anche nell’interesse dello stesso indagato, perché se l’indagato deve essere sollevato da questa accusa, non deve essere sollevato da questa accusa perché le dichiarazioni di SPATOLA non hanno trovato riscontri; se deve essere sollevato da questa accusa, deve essere sollevato a pieno titolo, dopo che il magistrato ha fatto quello che è suo dovere, cioè cercare le prove dovunque è possibile trovarle”.

Lo scetticismo sulle dichiarazioni di Spatola  riguardo ai politici: l’accortezza del giudice nel valutare le propalazioni dei collaboranti

Borsellino spiega inoltre il motivo per cui, riguardo ai nomi dei  politici, fosse molto scettico quando  Spatola ne parlava:” Io ho iniziato la mia audizione stamattina dicendo che l’idea che io mi sono fatto di questo SPATOLA è di una persona inserita soprattutto nel traffico delle sostanze stupefacenti: i miei verbali riguardano al 99% il traffico delle sostanze stupefacenti. Quando cominciò a parlare di organizzazione mafiosa con organigrammi, strutture, ecc. , io sono stato piuttosto scettico, intanto perché prima aveva dichiarato che lui non faceva parte di questa organizzazione, ma era un “cane sciolto” ; poi, le cose che mi raccontava denotavano un personaggio che stava tra il truffatore e il trafficante medio-piccolo. Io non gli ho fatto domande sui politici, anche se mi è stato contestato su qualche giornale, anzi addirittura in un documento di un partito politico del trapanese, dicendo: “Ma la Procura di Marsala fa domande sui politici?”. La Procura di Marsala certamente non esclude di fare domande sui politici, ma, con riferimento al personaggio, al Procuratore BORSELLINO non è venuto in testa di fare domande sui politici e aggiungo che, con riferimento almeno ai tre politici di cui io mi sono occupato e per i quali ho concluso le mie indagini, cioè PIZZO, Rosario NICOLOSI e Nicolò NICOLOSI, con riferimento almeno a questi tre, penso proprio di non aver avuto torto a non fare questo genere di domande, perché la situazione probatoria è stata assolutamente desolante quando sono andato a cercare riscontri a queste dichiarazioni”.

Borsellino chiede a Trapani se fossero state effettuate indagini sulle dichiarazioni di Spatola e Filipppello. E viene accusato di essere “scippatore” e “insabbiatore” di inchieste: la responsabilità morale anche nei confronti dei suoi figli.

Il giudice aveva chiesto più volte al collega Taurisano se vi fossero state indagini sulle dichiarazioni di Spatola e Filippello relative agli interrogatori effettuati dallo stesso. E rispondendo alla commissione Csm, specifica:” Di queste indagini, di cui apprendo dalla sua voce, che abbia fatto TAURISANO io non ne ho assolutamente notizie, anche se le ho chieste ripetutamente. Io le ho cercate queste indagini di TAURISANO; addirittura, la stampa parlò di camion di documenti che venivano trasferiti da Trapani a Marsala e io fui accusato di essere “scippatore” e “insabbiatore” di inchieste, per avere solo chiesto la copia di un verbale!

Mi consenta, Presidente, però ognuno di noi ha dei figli, e quando i miei figli leggono sul giornale che il loro padre, che loro ritengono essere Magistrato serio, che fa il suo dovere,  diventa uno “scippatore” e “insabbiatore” di inchieste, mi consenta che dal punto di vista psicologico qualche cosa se ne risente. E allora ho cercato questi  documenti. Il Prefetto di Trapani un giorno mi ha detto di aver appreso dalla radio che c’era una camion di documenti che si trasferivano da Trapani a Marsala e io dovetti dirgli che i documenti erano quattro pagine di verbale e una missiva mal scritta con cui me si li trasmetteva! Mal scritta, non perché non fosse scritta in italiano; c’era una data e sopra ce n’era un’altra. Non capisco perché: avrà sbagliato sul momento.”

Le indagini sui politici citati da Spatola e Filippello. Borsellino chiede l’archiviazione per Rino Nicolosi e Pietro Pizzo e richiesta di autorizzazione a procedere per Gunnella.

“La richiesta di archiviazione che io ho fatto con riferimento a Rino NICOLOSI e Pietro PIZZO è stata accolta de plano dal G.I.P.”

Borsellino aveva  richiesto l’archiviazione per Nicolosi e Pizzo e  l’ autorizzazione a procedere per l’On.le GUNNELLA che venne accolta dalla Camera dei deputati,  per cui spiega alla Commissione: “Debbo continuare le indagini con riferimento alla posizione dell’On.le GUNNELLA e debbo continuare le indagini con riferimento alla posizione di quei nomi, che mi risultano da queste dichiarazioni, di mafiosi non politici, perché sono compresi in queste dichiarazioni”.

Ndr:

Antonino Coci fu trasferito d’Ufficio dal Csm nel  luglio del 1992, mentre Francesco Taurisano chiese, ed ottenne, il trasferimento ad altra sede. L’aggravante nel trasferimento del dr Coci era non poter più esercitare funzioni giudiziarie in Sicilia, ne’ in uffici con funzioni penali, monocratiche o direttive.

Coci, in sostanza, avrebbe dovuto lasciare la Sicilia e ricoprire funzioni civili in uffici collegiali in qualche altra parte d’ Italia, però anticipò ogni giudizio, ottenendo il collocamento in pensione.

Nel luglio 1993, sempre a causa di quella vicenda (Spatola-Filippello-pubblicazione verbali) fu aperto un procedimento disciplinare presso il Csm nei confronti di Fancesco Taurisano che si concluse con l’assoluzione dalle gravi accuse mossegli sulla gestione di Rosario Spatola e Giacoma Filippello ma fu ammonito per aver omesso o tardato l’ invio a Paolo Borsellino, dei verbali di alcuni degli interrogatori dei due pentiti effettuati  tra il settembre’90 e il luglio ’91 e per non aver verbalizzato nell’ ottobre del 1990 il confronto ”irrituale” tra Spatola e Filippello.

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