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Venticinque anni fa la strage di via D’Amelio, tra memoria e suggestioni

Dalle parole di Lucia e Fiammetta Borsellino evinciamo che dire la verità, testimoniarla, condanna - se va bene - alla solitudine

Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, durante il suo intervento alla trasmissione "FalconeBorsellino"

"Sono stati buttati venticinque anni di pentiti costruiti con lusinghe e torture”, ha detto Fiammetta Borsellino. Che, come la sorella Lucia, intervenuta al Consiglio Superiore della Magistratura, è stata autrice di un intervento vibrante di emozione e appassionato, ma al tempo stesso composto e "pesato". Quell'intervento di Leonardo Sciascia da ricordare

Vibranti di emozione, e al tempo stesso composti, gli interventi di Lucia Borsellino al Consiglio Superiore della Magistratura; e le parole della sorella Fiammetta, ascoltata dalla commissione parlamentare antimafia. Si può solo in parte immaginare il turbinio di sentimenti che ancora provano, nonostante siano trascorsi venticinque anni dall’uccisione del padre. Si può però credere che i loro interventi, lucidi e appassionati, proprio perché è trascorso tanto tempo, siano stati attentamente “pesati”, ogni parola scandita sia stata meditata; dette perché quello si voleva dire, e si sentiva l’imperativo morale di dirlo. Nessuna allusione o ammiccamento. A proposito delle prime indagini condotte dalla procura di Caltanissetta, definita “massonica guidata all’epoca da Giovanni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…”; e ancora: “sono stati buttati venticinque anni di pentiti costruiti con lusinghe e torture…”. Le “lusinghe, le torture” erano, sono, le armi dell’Inquisizione; di ogni Inquisizione, di ogni tempo.

Il magistrato Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia a Palermo il 19 luglio 1992

Mio padre”, dice sempre Fiammetta, “non si meritava giudici alle prime armi, sia chiaro”. Significa che se le inchieste su via D’Amelio sono state affidate anche a giudici inesperti, “alle prime armi” appunto, ciò non costituisce attenuante: colpevoli di dolo chi a quelle mani inesperte ha affidato le indagini; colpevole di colpa, almeno, chi ha accettato di condurle… E ancora un altro passaggio che fa pensare: “Nessuno si fece vivo con noi. Non ci frequenta più nessuno. Né un magistrato, né un poliziotto”. Forse è arbitraria suggestione, ma tant’è. Vengono in mente le parole di Tullio De Mauro, fratello del giornalista de L’Ora Mauro De Mauro, fatto scomparire dalla mafia nel settembre del 1970. Tullio reagisce all’aggressione patita da Leonardo Sciascia, cui si rimprovera perfino di aver scritto Il giorno della civetta, romanzo che secondo alcuni – da Pino Arlacchi ad Andrea Camilleri – avrebbe esaltato la mafia: “I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano. E Sciascia si è sempre esposto in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti, per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in una serie di innumerevoli circostanze…Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica”.

In sostanza, questo è il punto cruciale: il dire la verità, testimoniarla con parole e comportamenti, condanna – se va bene – alla solitudine. Per tornare ai magistrati, prime o seconde armi che siano, una seconda suggestione, un secondo richiamo di memoria, relativo al difficile, tormentato compito del giudicare, dell’applicare la legge, del cercare di fare giustizia. È sempre Sciascia che soccorre, quello che volle scrivere a mo’ di prefazione, ad un mio vecchio libretto che narrava appunto Storie di ordinaria ingiustizia:

Paolo Borsellino e Leonardo Sciascia, in occasione conviviale il 25 gennaio 1988, riconciliati dopo la polemica sui “professionisti dell’antimafia”

“…Un giovane esce dall’Università  con una laurea in giurisprudenza; senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Manzoni, del “cuore umano”, si presenta ad un concorso; lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro; un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica. Ne viene il problema che un tale potere – il potere di giudicare i propri simili – non può e non deve essere vissuto come un potere. Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe aver radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio. Sappiamo, purtroppo, che non da questo sentimento e intendimento i più sono chiamati, vorremmo dire vocati, a scegliere la professione del giudicare. Tanti altri sono gli incentivi, e specialmente in un paese come il nostro. Ma il più pericoloso di tutti è il vagheggiare – e poi il praticare – il grande potere che la nostra società ha conferito al giudice come potere fine a se stesso o come potere finalizzato ad altro che non sia, caso per caso, quello della giustizia secondo legge, secondo lo spirito e la lettera della legge spirito – si vorrebbe – mai disgiunto dalla lettera. E l’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio. Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto. Ma non che il referendum sulla responsabilità dei giudici possa risolvere il problema, anche se può apporvi qualche rimedio il problema vero, assoluto, è di coscienza, è di “religione”.

Qui, ora, conviene fermarsi: che grazie agli interventi delle figlie di Borsellino, e di Sciascia, di materiale per riflettere ce n’è in abbondanza. Sempre che si sappia e si voglia ricavarne il giusto senso.

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