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Giustizia italiana: alla culla del diritto resta solo il rovescio

Un magistrato impiega sedici mesi per motivare una sentenza di assoluzione: otto parole al giorno

Immagine ripresa da www.lavocedellevoci.it

A Roma un funzionario dell’Agenzia del Demanio viene accusato di non rispettare le procedure. Si avvia un’indagine, c’è un rinvio a giudizio. Alla fine il collegio giudicante stabilisce che “il fatto non sussiste”. Non c’è reato, non c’è azione criminosa, non c’è nulla. Il funzionario da questa vicenda esce pulito, immacolato. Quando "Vostro Onore”, dopo sedici mesi, finalmente deposita le motivazioni...

Incredibile? Sì, è incredibile. I documenti però, quelli non si discutono. Questi documenti “raccontano” di una piccola storia che spiega molto più di tanti bei discorsi quello che accade nei palazzi di giustizia italiani. Perché accade, lo si potrà spiegare in mille modi, e tutti con una ragione plausibile. Resta l’incredibilità della vicenda.

Siamo a Roma. A.R. è un funzionario dell’Agenzia del Demanio. Lo accusano di aver assunto cinque persone senza rispettare le procedure. Si ipotizza il reato, lo si contesta, si avvia un’indagine, c’è un rinvio a giudizio. I fatti sarebbero accaduti tra il 2005 e il 2012. Il dibattimento comincia il 2015, dura dodici mesi. Alla fine il collegio giudicante stabilisce che “il fatto non sussiste”. Non c’è reato, non c’è azione criminosa, non c’è nulla. A.R. da questa vicenda esce pulito, immacolato. Nel caso specifico si stabilisce che l’Agenzia del Demanio è un ente pubblico economico: come tale “può procedere all’assunzione diretta di tutti i lavoratori per qualsiasi tipologia di rapporto di lavoro”. Semplice, chiaro, cristallino.

Il dispositivo viene letto in aula il primo aprile del 2016. Quel giorno si comunica che le motivazioni del “fatto che non sussiste” saranno depositate in cancelleria due mesi dopo: a giugno. Leggere le motivazioni del perché un fatto “non sussiste” può essere relativamente interessante, fatto è che la legge prevede che debbano essere depositate e conosciute. Non foss’altro per consentire un eventuale appello.

Il tempo passa: giorni, settimane, mesi. A giugno non accade nulla. E neppure a luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre… Trascorrono così ben sedici mesi. Sedici mesi per motivare il giudizio di assoluzione: un “semplice” ritardo di 427 giorni, rispetto alla data annunciata e promessa. A questo punto si è autorizzati a credere che si tratta di motivazioni particolarmente elaborate; che si sia fatto ricorso a precedenti che affondano nella notte dei tempi, come nei telefilm di Perry Mason; che si siano andate a scovare remote sentenze di Cassazione, si sono consultati febbrilmente codici, digesti, pandette. No: “Vostro Onore” non ha fatto nulla di tutto ciò. “Vostro Onore”, quando finalmente, dopo sedici mesi, deposita le motivazioni, ha partorito sette fogli sette; le motivazioni sono spalmate in 3.829 parole. Però 1.291 di queste parole sono un semplice e puro copia incolla dei capi di imputazione: procedura comune a tutte le sentenze. Dunque il lavoro di stesura delle motivazioni consiste in 2.533 parole. “Vostro Onore”, in sostanza, ha scritto mezza pagina al mese: otto parole al giorno. Ennesima conferma che questo paese non è la culla del diritto, piuttosto del suo rovescio.

 

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