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Sulle donne una violenza lunga una vita

I fatti di Firenze, ancora una volta, dimostrano che le donne sono vittime di violenza, sempre

Nonostante uno dei due carabinieri abbia confessato di aver avuto un "rapporto" con la vittima che definisce "consenziente" e le prove siano tutte contro di loro, una parte enorme dell'opinione pubblica se la prende con le ragazze perche "se la sono cercata". Una mia supposta dall'America ispirata da questa vicenda

No, non lo so cosa farei io se provassero a violentarmi. Ci penso poco e sempre, allo stesso tempo. Perché quando sei una donna, quella, crescendo, è un delle tue paure più grandi. Nemmeno essere violentati se si è uomini è una “passeggiata” – sia chiaro.

Eppure quando sei una donna e cresci, ti porti dentro questo peso enorme di non “fare la cosa sbagliata”. Di non provocare. Di non commettere una leggerezza anche se hai vent’anni. Di non essere troppo bella. Troppo felice. Troppo amichevole. O poco umile. Poco attenta. Poco accorta. Hai troppo seno o poco seno. Gonne troppo corte e pantaloni troppo stretti. Hai voglia di vivere, soprattutto, come chiunque e, quello, è un peccato originale gravissimo. Probabilmente se qualcuno, con una pistola alla cintura, provasse a violentarmi, per citare Troisi, mi sbottonerei persino i pantaloni per la paura che mi venga fatto ancor piu male. Altro che urlare. Invece tutti hanno il decalogo di cosa fare e come reagire. Tutti hanno già deciso chi ha sbagliato, ancora una volta.

A me non importa che siano carabinieri o preti. A me importano quelle frasi “se la sono cercata”, “erano ubriache”, “che si aspettavano”. A me importa la condanna sociale che ricade sempre su di noi. Persino quando i fatti chiariscono che siamo davvero vittime. Ci sarà sempre chi dirà “però potevano stare più attente”.

Recentemente mi è capitato un episodio di violenza. Ho avuto paura, ma me la sono cavata. Eppure ho sentito tanti, e non solo uomini, dirmi “la prossima volta stai più attenta”. No, non ero ubriaca; no, non era uno sconosciuto e no, non l’ho provocato. Ma se una donna è persona e si relaziona a persone di sesso maschile deve sempre, per la gogna mediatica, essere “più attenta”. Più attenta ad essere meno libera. Meno viva. Meno umana. E quel vostro illudervi che le vostre figlie, sorelle, madri non correrebbero questo pericolo perché  loro sì “che stanno attente”, loro sì che non “si comportano con leggerezza” è la vostra peggiore condanna. La prigione in cui vi chiudete per non vivere e bisogna augurarsi che, mai, la vita vi “liberi” con un bagno di realtà, perché soccombereste.

No, non so cosa farei se qualcuno mi violentasse. Non so se urlerei. Se allargherei le gambe per rendere tutto piu veloce (e voi non trovereste i segni di “violenza” perché certo “solo” quella è la violenza). Se tratterrei il fiato per non “sentire”. Se preferirei morire piuttosto.

Ma so che dopo denuncerei. Nonostante voi. Perché non permetterei – in condizione di sicurezza – di violentarmi ancora.

Nonostante la violenza di “giornalisti” che pubblicherebbero il resoconto pornografico di quella violenza; nonostante le “giornaliste” che mi descriverebbero come una puttana. Io denuncerei. Perché anche dopo, i criminali restereste voi e non io. Le vittime non diventano criminali mai. Voi si. Nel vostro essere complici.

No, forse non urlerei nemmeno io e spero di non scoprirlo mai. Ma vi guarderei sprezzante e fiera. Perché chi violenta, anche se violentasse una prostituta incontrata in un bordello che decide di dire no “all’ultimo secondo”, è un criminale. LUI è un criminale. Sempre. E non noi”.

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