Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Commenti: Vai ai commenti

Revisionismo storico, Cristoforo Colombo e il Sud confederato: il futuro giudicherà anche noi

L’America, come l’antica Roma, non è mai stata più in sintonia con il simbolismo dei monumenti pubblici

di Grace Russo Bullaro

A statue of Christopher Columbus

Non sarebbe meglio mantenere i monumenti come promemoria delle ideologie abbattute del passato che non rappresentano più il nostro presunto più illuminato presente? In un appassionato e convincente dibattito, tenuto in una delle mie classi proprio qualche giorno fa, gli studenti, quasi tutti di etnie diverse, erano sorprendentemente d’accordo: non possiamo e non dovremmo cancellare la memoria della brutalità della storia, dovremmo tenerla in vita al fine di condannarla per quello che era e non ripeterla.

Nel 1992, in occasione dei Cinquecentenario del Columbus Day, un esperto, sul Chicago Tribune dichiarava: “Povero Cristoforo Colombo. Politicamente scorretto, è morto da maschio europeo bianco, accusato di una serie di peccati. La storia non è riuscita nemmeno a restituirgli il suo vero nome, più simile a Cristobal Colon”. Prendo questa frase come immagine degli innumerevoli tentativi di “correggere la storia”, passando, bruscamente, da un errore all’altro.

Colombo nacque a Genova, in Italia. Suo padre si chiamava Fortunato Colombo e il suo nome era Cristoforo Colombo. Questi sono fatti acclarati e semplici da verificare. Eppure, l’autore di questo pezzo, intitolato “Those Who Condemn Columbus Ignore History’s  Complexity” (“Coloro che condannano Colombo ignorano la complessità della storia”), ha, a sua volta, ignorato parte di questa complessità. Per la fretta di dissipare alcuni dei molti miti legati alla “scoperta” di Colombo, l’autore non si è chiesto quali fossero i dettagli corretti.

Troppo spesso sembra che non riusciamo a mettere in discussione ciò che percepiamo come un fatto. Oppure cadiamo nella trappola di cercare “la soluzione più rapida e più facile”.
A questo punto, è inutile elencare le accuse mosse contro Colombo da coloro che, improvvisamente, scoprono che il motivetto “Nel 1492, Colombo navigò attraverso l’Oceano blu” avrebbe dovuto essere preso come una canzoncina per bambini e non come un resoconto storico.
Noi tutti conosciamo le accuse di stupro e di saccheggio rivolte ai conquistatori del Nuovo mondo (che abbiamo appreso, non scoprirono nessun Nuovo mondo ma rivelarono soltanto la loro ignoranza riguardo a terre che erano popolate da dieci mila anni).

Il dibattito su quale sia la posizione di Colombo nella storia è stato crescente e discendente per alcuni decenni, ma ha raggiunto nuova popolarità dopo i recenti fatti di Charlottesville, in Virginia.  Questi episodi hanno strappato le bende dalla piaga infettata del razzismo in America e hanno espanso, di molto, la questione della commemorazione di figure e fatti storici, non solo per quanto riguarda Colombo, ma con più urgenza, anche in relazione a nomi e monumenti che possono ricordarci il Sud confederato, la Guerra civile e la schiavitù. In sintesi, questo, è un tentativo di seppellire gli accadimenti più brutti della storia per screditarli.

Se crediamo nell’antico aforisma che la storia è scritta dai vincitori (idea che trae le sue origini da Platone), forse, allora, questo è l’unico modo di punire gli europei imperialisti che hanno portato distruzione nel Nuovo mondo: togliere loro la vittoria cancellando la loro versione della storia, sostituendola con quella degli sconfitti. Spostare, cioè, il focus dai conquistatori ai conquistati.
Nel 1992, alcune comunità, in California, rinominarono il Columbus Day “Indigenous People’s Day”. Poco dopo anche Phoenix, Denver e Seattle seguirono questo esempio.

Qualche giorno fa, il 12 settembre 2017, una statua di Cristoforo Colombo, situata a Central Park, a New York, è stata vandalizzata. Il messaggio era chiaro: la sua mano era stata colorata con della vernice rosso sangue e la leggenda, scritta in lettere cubitali, diceva: “L’odio non sarà tollerato”. (Possiamo dire, però, che coloro che odiano Colombo, Robert E. Lee o qualsiasi altra figura controversa, sono liberi di farlo).

Uno dei modi più utili per comprendere questo cambiamento in termini di percezione e apprezzamento di figure pubbliche e monumenti è contestualizzarlo come esempio di revisionismo storico.
Ma che cos’è, esattamente, il revisionismo storico? Questa, che sembra una domanda semplice, è di riflesso più complessa, in realtà. Ci rendiamo conto che non è così facile rispondere, come si può pensare.

Una definizione ampiamente accettata di revisionismo storico è questa: “La reinterpretazione di testimonianze storiche. Di solito, significa cambiare la versione ortodossa accettata dagli studiosi sugli eventi storici o introdurre nuove prove, oppure ancora, ripensare le motivazioni e le decisioni delle persone che hanno preso parte a quegli eventi” (Wikipedia). Un altro significato è “l’interpretazione consapevolmente falsificata o distorta del passato per servire scopi partigiani o ideologici nel presente” (Jenkins). Ma potremmo anche chiederci che cosa o quali siano le “visioni ortodosse” di cui stiamo parlando, ovvero quale ortodossia? In base a chi e a quale gruppo? Jenkins ha creato una dicotomia tra gli “intellettuali tradizionali” dell’accademia che si occupano di “quasi-fiction” e che sono impegnati in un occultamento della storia e “la classe operaia” che si occupa della “realtà”.

Secondo Jenkins, gli intellettuali “proteggono l’ideologia dominante attraverso una sofisticata presentazione del revisionismo”, mentre la funzione della “classe operaia” è quella di essere “tedofora della realtà” che lotta per mantenerla.
Inutile dire che questo tipo di giustapposizione idealizzata e ordinatamente definita è confusa quanto discutibile. Al contrario, è ampiamente accettata la visione secondo cui l’accademia è la sorgente dell’ideologia liberale e che è proprio in questo contesto che nascono le sfide all’ortodossia. E i fatti recenti di Charlottesville l’hanno dimostrato, ancora una volta. Sono stati, infatti, gli intellettuali “liberali”, riuniti alla University della Viriginia, a volere che fossero rimossi i monumenti razzisti e che la classe lavoratrice suprematista bianca “Redneck” fosse lì a difenderli.

È poi complessa anche la questione che riguarda le esigenze contrastanti delle diverse comunità. Molto spesso, quello che fu un eroe per una comunità può essere considerato un terrorista da un’altra. E recentemente abbiamo potuto intravedere questo baratro culturale.

La portavoce del New York City Council, Melissa-Mark Viverito, ha fatto un’imponente campagna per l’inclusione del leader e terrorista portoricano, già condannato, Oscar Lopez Rivera, nelle festività della comunità di Porto Rico. Ha voluto includerlo non solo per fargli condurre la parata, ma anche perché gli venisse conferito il riconoscimento “National Freedom Award”, una mossa giudicata più che controversa, anche dalla stessa Comunità di Portoricani a New York. Alcuni hanno interpretato il fatto come un insulto.
Mentre Lopez Rivera, orgogliosamente, dichiarava di sentirsi a suo agio lì, e “si batteva il petto, cantando ‘Que viva Puerto Rico!’”, parte dei presenti alla manifestazione provava un sentimento diverso: “Questo giorno è per celebrare la repubblica di Porto Rico, non per onorare un terrorista. Quest’uomo non dovrebbe stare qui. Mi fa vergognare di essere portoricano” (NYPost.com, 11 Giugno 2017).

La stessa Melissa Mark-Viverito è stata tra i primi a muovere accuse contro Colombo. Il suo essere orgogliosamente portoricana l’ha portata ad affermare che “Non dovrebbero esserci monumenti o statue di Cristoforo Colombo per ciò che ha significato per la popolazione nativa. Per l’oppressione e per tutto quello che ha portato con sé” (NYPost.com, 12 Settembre 2017). Tutto giusto, ma possiamo avere dei dubbi su questo tipo di relativismo culturale che contrappone un gruppo a un altro. Questo non riguarda soltanto la comunità portoricana. Dobbiamo anche chiederci: che cosa rappresenta Colombo per la comunità italo-americana? Angelo Vivolo, Presidente della Columbus Citizens Foundation, domenica, ospite in radio da John Catsimatidis, ha dichiarato che gli sforzi per togliere Colombo a Columbus Circle sono un oltraggio e un affronto a tutta la comunità italo-americana.

I membri della comunità italo-americana non sono d’accordo con Mark-Viverito. Un italo-americano, a nome di molti, ha dichiarato: “Non vedo Cristoforo Colombo come un emblema d’odio ma come un simbolo del contributo degli italo-americani a questa nazione”.

Concretamente parlando, il revisionismo storico è la reinterpretazione della storia così com’è stata scritta e perpetuata nelle passate testimonianze storiche.  Più precisamente, è un modo di interpretare le vicende passate non nel contesto sociale o morale di quell’epoca, ma d’accordo con i valori e le forme contemporanee in continua evoluzione e in costante cambiamento. Quindi, nonostante una consuetudine poteva essere accettata in una determinata epoca, in un’altra prospettiva storica, lo stesso fatto può essere ritenuto immorale o inaccettabile.
Un esempio: gli antichi Egizi, le civiltà Greche e Romane, la loro ricchezza e i loro imperi erano costruiti sulla schiavitù. Non la schiavitù di matrice razziale dell’America Sudista, ma una schiavitù che era quasi esclusivamente il risultato di conquiste militari, indipendentemente dall’etnia di chi era asservito. All’epoca nessuno si poneva domande, era considerato “normale”. Eppure, per gli standard di oggi, si trattava di un sistema brutale e immorale che noi tutti aborriamo.

Il passato è pieno di incidenti deplorevoli e di ideologie sbagliate. La domanda è: dovremmo seppellirle o utilizzarle come moniti cautelativi per prevenire il ripetersi della malvagità?

Ci sono molti abomini che gli esseri umani dovrebbero vergognarsi di aver perpetrato: il genocidio che è scaturito quando il Vecchio e il Nuovo Mondo si sono scontrati, la schiavitù, l’Olocausto, i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, solo per citarne alcuni. Certamente, il futuro giudicherà anche noi, non secondo il nostro sistema di valori attuali, ma secondo quello che sarà nei prossimi decenni e secoli.
Anche loro ripenseranno e, probabilmente, condanneranno il nostro sistema di valori e le nostre azioni.

L’America, come l’antica Roma, notoriamente conosciuta più per il suo pragmatismo che per le sue sensibilità poetiche, non è mai stata più in sintonia con il simbolismo dei monumenti pubblici. Dovremmo chiederci: erigere monumenti costituisce automaticamente la celebrazione di ciò che rappresentano?

Sul piano pratico, abbattere gli innumerevoli monumenti e cambiare i nomi di luoghi pubblici, istituzioni, parchi, città e anche paesi (la Colombia ne è un esempio) che non rappresentano più i nostri valori, costituirebbe un processo faticoso e senza fine.
Ma su un piano più importante sarebbe anche la negazione della storia umana e di ciò che siamo stati nel passato. Sarebbe un tentativo di dimenticare le nostre trasgressioni del passato piuttosto che denunciare la loro crudeltà e imparare a trarne un insegnamento. Non sarebbe meglio, invece, mantenere i monumenti come promemoria delle ideologie abbattute del passato che non rappresentano più il nostro presunto più illuminato presente? In un appassionato e convincente dibattito, tenuto in una delle mie classi proprio qualche giorno fa, gli studenti, quasi tutti di etnie diverse, erano sorprendentemente d’accordo: non possiamo e non dovremmo cancellare la memoria della brutalità della storia, dovremmo tenerla in vita al fine di condannarla per quello che era e non ripeterla.

Come esseri umani siamo irrimediabilmente imperfetti. Cristoforo Colombo e altre figure controverse sono l’incarnazione stessa della nostra doppia natura, simboli  che possono servire da promemoria della sublime ambizione umana e delle sue sordide brutalità. Anche se non possiamo raggiungere la perfezione, possiamo aspirare a essa. Demolire i monumenti non è la risposta e non guarisce le ferite che si sono infettate per centinaia di anni. Abbiamo l’obbligo morale di correggere le testimonianze storiche, ma questo possiamo farlo nei nostri libri di storia, nelle nostre classi e nelle nostre discussioni pubbliche. L’istruzione è la risposta.

Traduzione italiana a cura di Giovanna Pavesi

  • franco franceschi

    abbattere la statua di Colombo, cambiare nome al ponte Da Verazzano, cambiare nome allo stato della Columbia….poi cosa? vogliamo riscrivere la Storia? ben venga, purché si scriva a chiare lettere anche che le conquiste romane terminavano quando il nemico era morto o schiavo (si chiama genocidio e pulizia etnica oggi) che le navi della tratta degli schiavi dal Nord al Sud erano di armatori del Massachussets, che gli africani venivano rastrellati da arabi, portati in fortezze portoghesi e trasportati nelle Americhe da navi della Repubblica di Venezia finanziate dalle banche dei Medici, che lo schiavismo non riguarda solo popoli africani, ma che tutti i popoli europei specialmente costieri furono oggetto di tratta da parte dell’Impero Ottomano e coì via. La Storia é complessa e non la si può certamente insegnare alle scuole elementari per quello che è perché parte dell’educazione infantile si bada su miti e leggende anche alla luce del fatto che menti in formazione non sono in grado di giudicare obiettivamente eventi vicini o lontani che siano. Sono pronti questi revisionisti della domenica ad affrontare il cambio di nomi a ponti, stati, città…? La Storia della Guerra Civile americana è molto più complessa di quanto la si voglia semplificare asserendo che iniziò per la liberazione degli schiavi, quando ormai anche i bambini sanno che non è vero e che nessuno avrebbe mai iniziato una guerra che è costata 600.000 morti e distruzioni immani per la libertà di popoli che anche in seguito non furono mai presi in seria considerazione e passarono dallo stato di schiavi a quello di sottoproletariato mal pagato ed emarginato. Riscriviamo la storia, ma scriviamo anche che le truppe di Sherman misero a fuoco e saccheggiarono gli Stati conquistati e che una volta terminato il proprio “lavoro” al Sud volsero lo sguardo ad Ovest per risolvere il “problema indiano” con lo stesso metodo cancellando di fatto un Popolo intero dal continente americano. Riscriviamo la Storia? certo, ma chi avrà il coraggio di scriverla nei giusti termini?

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter