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Ladri di sogni a Cattedropoli

Lo scandalo che ha coinvolto alcuni atenei italiani impone una riflessione sulle colpe di chi vede e non denuncia

di Francesca Salvatore

Dopo lo scandalo che ha coinvolto alcuni docenti dell'Università di Firenze, si è riacceso il dibattito sul futuro dei ricercatori

La vicenda di Firenze è ancora più grave del "semplice" truccare un concorso. Perché non è un caso isolato come molti sostengono, ma la prassi. Non è solo la fine del merito, ma la vittoria di un sistema mafioso che impedisce la naturale aspirazione a vedersi riconosciuta una levatura scientifica, al di là della futura professione o meno

Faccio una premessa: sono un giovane ricercatore, di quelli “a gratis”, di quelli che hanno studiato in giro per il mondo, pubblicato libri e bistrattati dal sistema accademico italiano. Una intestardita a cambiare l’Italia e che può fare ricerca solo grazie ad un Centro Studi pensato per “i figli di un Dio minore”. Quindi, so di cosa parlo.

Tralasciando i dettagli giudiziari e di cronaca di questi giorni, che tutti abbiamo avuto modo di sentire e approfondire (spero), mi preme sottolineare un concetto. La vicenda di Firenze, cosa che sfugge ai non addetti ai lavori, è paradossalmente ancora più grave del “semplice” truccare un concorso. Il trucco, in questo caso, riguarda l’ASN (Abilitazione Scientifica Nazionale), che consiste in una valutazione (non selezione!) dei titoli di un ricercatore affinché si abiliti a poter partecipare ad un concorso accademico (insomma, doppio sbarramento). Al ricercatore in questione non era stato “semplicemente” impedito di partecipare ad un concorso, bensì di partecipare a quella valutazione dei titoli che, se positiva, permette di ambire a partecipare ad un concorso. In buona sostanza è come impedire a qualcuno di laurearsi per evitare che possa “fare concorrenza”. L’ASN, per molti validissimi ricercatori precari e non, rappresenta odierne forche caudine in cui si scontano odi atavici fra accademici, invidie e incompetenze. Rappresenta un traguardo che molti appenderanno alla parete senza mai dargli pieno significato con un reale posto, vinto a concorso, in Accademia. Non è solo la fine del merito, la fine dei sogni ma un sistema mafioso che impedisce, con minacce e intimidazioni, la naturale aspirazione a vedersi riconosciuta una levatura scientifica, al di là della futura professione o meno. Insomma il sunto è: non ti riconosco le tue pubblicazioni e le tue ricerche perché saresti troppo più bravo del raccomandato di turno che, a tuo confronto, è un pivello.

Dopo lo scandalo dell’Università di Firenze, si è riacceso il dibattito sul futuro dei giovani ricercatori italiani

Questo non è un caso isolato come molti sostengono, è la prassi.

Veniamo poi all’aspetto più triste. Ovvero i commenti interni alla vicenda che andrebbero derubricati alla pagina “becero qualunquismo” se non fossero partoriti dalle bocche di chi ha il compito regale (e indegno) di selezionare la futura classe dirigente. Commenti di chi le mani se l’è sporcate più volte o che, in quanto persona onesta ma ormai “collocata”, si sente minacciato. Un po’ come quando si criticava Tangentopoli perché ci ha tolto la Prima Repubblica “dove mangiavano tutti”.

Ed allora, quando ci si sente tutti in allarme perché tutti messi alla gogna, ci si arrampica sugli specchi con motivazioni infantili e contrattacchi furbi. Nella classifica delle ovvietà troviamo il generico “vi state meravigliando?” per poi passare all’omertoso “state denigrando un’intera categoria”, passando per il puerile “i fondi sono sempre di meno”, il fantasioso “è solo l’evoluzione del principio di cooptazione” fino ad accusare la ministra Fedeli e tutti i suoi illustri predecessori. Ci manca solo che si tiri in ballo “la televisione”, la “società” e la “caduta dei valori”. Come se la disonestà fosse sempre colpa di altro da sé e mai della propria indole. Fino all’attacco più becero di tutti: il ricercatore che avrebbe dato vita a Cattedropoli, secondo molti, sarebbe un cialtrone perché “mai avrebbe denunciato se fosse stato un alto in grado”. Il processo alle intenzioni, insomma: come se la carriera di un ricercatore precario non fosse abbastanza sfiancante e colma di calci nei denti. Fa eco a questa ignavia generale “Internazionale, dove si legge che “sostenere che a far scappare all’estero i giovani ricercatori siano i concorsi truccati, ci vuole una certa dose di fantasia”. Agghiacciante.

Lo scandalo che ha colpito l’Università di Firenze ha imposto una nuova riflessione sul futuro di ricercatori e docenti

Tutto questo evidenzia un’abitudine ormai incancrenita al malcostume, al sotterfugio. Dove chi non accetta le regole del gioco è l’eretico da mettere alla berlina o l’infantile sognatore di un mondo buono. Un ribaltamento dei paradigmi che fa passare per rivoluzionario o ingenuo chiunque pretenda quanto merita nel modo più onesto.

L’Italico popolo che non diventa mai maggiorenne accusa di volta in volta: il Governo, i Comunisti, i 20 anni del Centrodestra, la Chiesa e magari anche i Power Rangers. Senza mai ammettere che la colpa è di ognuno di noi quando sceglie di stare in silenzio. Così la massa accademica, in questi giorni, pensa bene di accusare sempre qualcosa o qualcuno di terzo: leggi sulla scuola orribili, pochi fondi, concorsi truccati, intimidazioni. E allora perché non sbattete il pugno sul tavolo, diamine?! Basterebbe che ribaltasse il tavolo un onesto ogni dieci disonesti per rivoluzionare l’Accademia così come il Paese. Perché queste decisioni non si prendono solo a Roma: si prendono nei Corsi di Laurea, nei Consigli di Facoltà, nei Senati Accademici e via via salendo fino al Ministero.

In ognuno di questi sottogruppi ci sono numerose persone con le “mani pulite” che, tuttavia, scelgono di “stare alla finestra”.

Come diceva qualcuno, una buona Accademia la fanno le persone per bene: io, però, queste persone per bene non le ho ancora viste indignarsi.

  • Marco Antoniotti

    Un buon articolo, se non fosse, che ricade proprio nell’argomentazione opposta a quella che si vuole denunciare: la colpa è tutta e solo della “categoria” (in questo caso dei docenti), e, per estensione, de “gli Italiani” (con la loro cultura etc etc).

    E se invece la colpa fosse proprio delle norme attuali (e passate) e di chi le ha messe in piedi? (E tra quelli che le hanno volute mettere in piedi e le hanno poi rese operative, ci sono docenti universitari a bizzeffe).

    Chiedo, dato che sembra che sia dato per scontato che invece le regole attuali siano o le migliori possibili (ASN inclusa) o, se non lo sono, che debbano essere rese ancora più “rigide”.

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