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Strage a Las Vegas, l’ISIS ci mette il cappello e il mondo lo segue

La rivendicazione dello Stato Islamico per la sparatoria a Las Vegas è arrivata, puntuale: e il mondo l'ha condivisa anche se le indagini non sono concluse

L'area del Route 91 Harvest, durante la sparatoria, dall'alto (foto da Youtube)

L'ISIS, tramite l'agenzia ufficiale Amaw ha rivendicato l'attentato: "È un nostro soldato convertito". Ma l'FBI smentisce: "Lupo solitario residente in Nevada". Tra qualche giorno sapremo la verità, ma intanto il cappello dell'ISIS c'è. E che alla fine sia stato un americano convertito al fondamentalismo islamico o un “semplice” americano pazzo con un porto d’armi, poco importa, all’Isis per primo

È arrivata. Puntuale, come un orologio svizzero. Come succede dopo ogni uccisione di massa in Occidente, da qualche anno a questa parte, anche se non c’è nulla che lo comprovi o che ne verifichi la veridicità. A una manciata d’ore dalla sparatoria che a Las Vegas, durante un concerto country, ha ucciso almeno 50 persone, ferendone circa 500, la rivendicazione dell’ISIS è finita sulle pagine di tutti i giornali. È stata rilanciata sui profili social di tutto il mondo. È stata commentata sulle bacheche di molti. A darne notizia per prima, Agence Frence-Presse. A riportarla negli Stati Uniti, il NY Post.

Un fotogramma della rivendicazione dell’ISIS

L’agenzia ufficiale dell’Isis Amaw, infatti, ha rivendicato l’attacco a Las Vegas. In un primo lancio il sedicente stato islamico ha precisato che il killer era “un nostro soldato dello Stato Islamico”, la formula di rito per i lupi solitari che compiono stragi in Occidente ispirati dal gruppo jihadista, e che “si era convertito all’islam alcuni mesi fa”. Una posizione smentita, per ora, sia dall’FBI che dall’amministrazione statunitense, che hanno ribadito come si sia trattato invece dell’atto folle di “un lupo solitario residente in Nevada”. Tanto è bastato, però, per associare il nome del gruppo terroristico alle vittime del Route 91 Harvest Festival, uccise dal 64enne americano Stephen Paddock, che ha sparato un centinaio di colpi d’arma da fuoco, dal 32esimo piano del Mandala Bay Hotel. E tanto è bastato per far partire sui social il “toto-terrorista”.

Le indagini sono in corso e di certezze non ce ne sono. Ma l’ISIS ci ha messo subito il cappello per rafforzare la sua immagine, e il mondo dei media – un po’ per dovere di cronaca, un po’ per “dovere di click” – ne ha rincorso subito la pista. Una strategia di comunicazione vincente, già esplorata in passato dall’Isis, che nel luglio 2016 rivendicò la sparatoria di Monaco di Baviera in Germania, quando Ali David Sonboly (un tedesco-iraniano di 18 anni, che alla fine si scoprì non essere associato all’ISIS) aveva ucciso 9 persone ferendone 35.

Solo tra qualche giorno, se non tra qualche settimana, sapremo per davvero le motivazioni che hanno spinto Paddock a fare ciò che ha fatto. Ma intanto la targhetta dell’Isis c’è. E che sia stato davvero un americano convertito al fondamentalismo islamico o un americano bianco pazzo con un porto d’armi, poco importa. All’Isis per primo.

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