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Trump a Las Vegas mentre i cittadini uniti cominciano a porsi domande

Parlare delle armi e l’America il giorno dopo l’ennesima strage? In fondo non ha senso, se ne sarebbe dovuto parlare il giorno prima

Il Presidente Donal Trump con la First Lady Melania, a Las Vegas due giorni dopo la strage, visita l'ospedale che ha accolto i feriti e loda il personale ospedaliero e i volontari: "Orgoglioso di essere americano". Poi evita di rispondere alla domanda sulle armi, mentre in città la gente si conforta, si aiuta e trova le sue risposte

Il presidente Donald Trump e la First Lady Melania sono arrivati a Las Vegas intorno alle dieci, ora locale, due giorni dopo la più grave strage per arma da fuoco della storia moderna americana. Qualche ora prima all’aeroporto di Los Angeles atterrava Marilu Danley, la compagna del killer dalla quale, polizia e Fbi sperano di ottenere informazioni sul movente – sempre che ne possa esistere uno –  che ha giustificato nella mente di Paddock la morte di 58 persone.

Mentre Trump e sua moglie arrivano all’University Medical Center (che da solo ha accolto 150 feriti nella notte tra domenica e lunedi) per portare il loro supporto alle vittime e al personale medico che ha lavorato a turni doppi, nella Las Vegas di tutti i giorni, quella che sta dimostrando di essere una comunità unita, proseguono i gruppi di sostegno completamente gratuiti guidati da assistenti sociali, psicologi e psichiatri. Ci si aiuta come può, come i tanti hotel che hanno messo a disposizione le camere per chi ne avesse bisogno senza chiedere un centesimo. Scuole e genitori hanno iniziato raccolte di denaro per comprare beni di prima necessità alle famiglie che stanno assistendo i propri cari negli ospedali, al concerto domenica sera non c’erano soltanto spettatori locali, ma tanti arrivati dalla vicina California e Arizona.

La gente comune oggi qui si chiede cosa sentirà dal presidente Trump, i ringraziamenti e le lodi alla polizia, ai volontari, ai medici sono certamente non cerimoniali. Trump dice che la professionalità dei medici, dei poliziotti e dei volontari “mi fa sentire orgoglioso di essere americano”.

Chi vive a Las Vegas, sta assistendo ogni giorno da domenica lo sforzo di tutti per aiutare, tornare alla normalità, e dare risposte alle famiglie di chi sta piangendo i propri morti. Nessuno si aspettava o sperava di sentire da Donald Trump qualcosa riguardo la diffusione e la facilità di acquistare armi negli USA.  Ad un giornalista che ha chiesto al Presidente se questa nazione ha un problema con la violenza causata dalla facilità nell’acquisto delle armi, Trump ha risposto semplicemente non rispondendo: “Oggi non parliamo di questo”. Dopo Reagan che nel 1983 parlò davanti alla platea della NRA, Donald Trump è stato il secondo presidente ad indirizzare un discorso davanti alla più potente lobby delle armi americana.  Parlare di quanto le armi  siano nel tessuto connettivo dell’America il giorno dopo l’ennesima strage in fondo non ha senso, se ne sarebbe dovuto parlare il giorno prima. “E’ una strage che sapevo prima o poi sarebbe avvenuta – dice ad occhi bassi un volontario in servizi sociali che spesso opera a Fremont street, la zona “storica” di Las Vegas – era solo questione di tempo. E quel tempo è arrivato anche per Las Vegas.

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