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Sulla morte di Totò Riina, la testa “famosa” da issare alla picca

La necessità che Riina morisse in stato d’assedio, nei termini extragiudiziari, e muscolosi, ha assolto ad una funzione simbolica

Totò Riina a processo

Riina è stato un simbolo: non c’entrava retribuire i suoi micidiali demeriti; non c’entra il sangue versato: essi stessi sono stati resi compatibili con equivocissimi trattamenti di favore. Serviva semplicemente una testa. Per ammonire, per seguitare a corazzare un minaccioso pedagogismo sociale; per riaffermare la “mafia perpetua”, anche a dispetto di una cadaverica vitalità

Una parte della pubblica opinione aveva chiesto a gran voce che accadesse: ed è accaduto. Salvatore Riina è morto da recluso. L’ultimo dei suoi numerosissimi procedimenti penali, aveva riguardato l’ipotesi che si curasse in un ospedale non penitenziario: sul presupposto che vi si potessero approntare cure migliori. Ricordiamo: la Corte di Cassazione aveva posto la questione, introducendo sullo sfondo pure “il diritto a morire dignitosamente”; ma, richiesto di pronunciarsi, nello scorso Luglio il Tribunale Sorveglianza di Bologna aveva deciso che Riina poteva restare dov’era: nel carcere di Parma, e lì adeguatamente curarsi.

Quest’ultima vicenda giudiziaria, intervenuto in effetti il decesso, ha così acquisito un complesso valore paradigmatico. Non per le implicazioni etiche di un “diritto a morire nel proprio letto”: pur esistenti come cifra di civiltà, a meno che non si voglia mutare il detenuto in “prigioniero”. O per quelle di un più vasto, ma indefinito “spazio interiore del perdono”; che, invece, interrogando moti intimi, non dovrebbe interessare, se non indirettamente, la comunità politica e civile.

No. La necessità che Riina morisse in stato d’assedio, nei termini extragiudiziari, e muscolosi, in cui è stata invocata, ha assolto ad una funzione simbolica: occorreva simboleggiare un contesto di pensieri, un’atmosfera sentimentale, che sviasse la comunità dei consociati dal formulare una domanda: Riina (e, con lui, Cosa Nostra) ha perso bene, o ha perso male?

Perché la società, non necessariamente “civile”, ma certo viva e vera: quella che parla e dice secondo limpide assennatezze, contando i morti che non ci sono più; gli sguardi torvi e mellifluamente arroganti, a lungo presenti in ogni contrada siciliana (non solo siciliana, è noto: ma specialmente siciliana), e però scomparsi dalla circolazione, dice che Riina e Cosa Nostra hanno perso malamente.

Avendo vissuto una contraria realtà umana e collettiva per oltre mezzo secolo, i savi anonimi sanno: e oggi colgono la differenza, assumendo a discrimine (irresponsabilmente banalizzato) la devastazione della veglia, del sonno, delle vie, delle vite: penetrante, assidua, onnipresente. Che è cessata. E, distinguendo quella devastazione da un più comune turbamento, sono grati a quegli uomini che hanno permesso questa evoluzione, questo netto e palpabile miglioramento; anche se alcuni di essi hanno ricevuto lunghi tormenti e somma ingratitudine, da talune, incongrue, espressioni istituzionali.

Totò Riina, il capo dei capi della Mafia, durante un’udienza del suo processo (Foto da video Rai)

Quali? Quelle che in tanto hanno avuto ed hanno una ragion d’essere, in quanto possono seguitare a sostenere che Rina e Cosa Nostra hanno perso bene: quando addirittura non alludono, più o meno fra le righe, alla possibilità che abbiano vinto. Nonostante i 24 anni trascorsi in galera perinde ac cadaver; nonostante analoga sorte abbia colpito i suoi sodali, quale unica alternativa a pluridecennali, legittime, pene reclusive; nonostante le confische. Nonostante l’evidente superamento di un assetto geopolitico che aveva favorito, non una “mafia politica” tout court, come pure sciattamente ancora si sostiene; ma alcune, specifiche, e nominative, cointeressenze: sorte in quel contesto, e poi scomparse, con la scomparsa dell’assetto geopolitico agevolatore; come, al contrario intese spiegare Falcone (sempre duramente contestato, diciamo anche vilipeso, per queste sue precisazioni).

I cascami di questa ostinazione interpretativa, che si è fatta parapolitica (e, perciò, aggruma interessi personali, funzionali a conseguenti visioni di dominio sulla società), sono stati e sono perniciosissimi. Non solo le ripetute brutture istituzionali e paraistituzionali antimafia: di chi ha lucrato in sostanzioso denaro e varie altre utilità, pagando (quando ha pagato) in pantomime di fatto inoffensive, e presto fatte dimenticare. E le brutture di chi, fuori e dentro le aule di giustizia, ha manomesso verità fondamentali sul Biennio delle Stragi (ma Fiammetta Borsellino e, con lei, quelli come lei, non si stancheranno mai di aspettare).

Ma contestualmente si è divelto il Processo Penale, corpo e regola prima di ogni Democrazia: ormai ridotto a remoto e cartolare presupposto di un Apparato, che all’idea di una “mafia perenne”, e perennemente invincibile, lega un ordito di potere, normativamente nutrito e propagandisticamente sostenuto: il quale, nell’ultimo anno, ha registrato indubbi, quanto forse decisivi, successi in Parlamento. Riassuntivamente, uno su tutti: “la mafia”, “l’associarsi” mafioso, il suo “metodo”, non valgono più come condotta: ma come sociologistico algoritmo di una semplificazione probatoria universale.

Algoritmo ormai invocabile non solo per ambiti sociali sempre più vasti e onnicomprensivi (“la PA” da “prevenire”, “l’Imprenditore” da “interdire”, al solo sospetto di “contagio”; cioè, al mero contatto con una persona, a sua volta, anche semplicemente “mafio-sospetta”); ma come criterio critico fondamentale, a partire dal quale qualificare potenzialmente la società italiana nel suo complesso: avendo “trattato”, tramite le sue massime espressioni istituzionali (non dimentichiamo che i sostenitori della “mafia perenne”, hanno spinto i loro aleggiamenti fino al Quirinale), non può che essere “sospetta” essa stessa: tutta, e sine die. E, sospetta, in primo luogo, quando mostra di non voler abdicare alla sua stessa mite e lineare assennatezza. Un programma per il futuro, questo; non un consuntivo per il passato: sia chiaro.

Per questo occorreva quel simbolo. Non c’entrava retribuire i micidiali demeriti di Riina; non c’entra il sangue versato: gli stessi demeriti e lo stesso sangue sono stati resi compatibili con equivocissimi trattamenti di favore, sanzionatori, e non solo. E la coeva condanna a sei anni di reclusione per calunnia, a carico di Massimo Ciancimino, ovviamente, comprova, ancora una volta, quanto le pretese di marmorea inflessibilità, celino, più frequentemente di quanto sarebbe desiderabile, sinuose e scivolose ambiguità.

Per ammonire, per seguitare a corazzare un minaccioso pedagogismo sociale; per riaffermare la “mafia perpetua”, anche a dispetto di tale cadaverica vitalità, semplicemente, occorreva una testa “famosa” da issare su una picca. E la si è avuta.

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