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La strage dei Sufi in Egitto e le prossime vittime del terrorismo islamista

L'attacco nel Sinai contro i musulmani sufi testimonia quanto la guerra per il predominio nell'Islam sia senza più controllo

Una recente esecuzione dell'ISIS

I Sufi sono oggi considerati una delle principali minacce alla visione più integralista, anzi fondamentalista, della religione islamica. Ma sbagliamo a pensare che è solo il terrorismo dichiarato dell'ISIS a voler cancellare la millenaria storia del sufismo dalle pagine di storia islamica

L’assalto terroristico compiuto nei giorni addietro in Egitto, in una moschea del Sinai, attacco in cui sono morte 305 persone e diverse decine sono rimaste ferite, svela una guerra ormai palese tra le diverse correnti che formano la religione islamica.

L’obiettivo della strage, una moschea Sufi, non è inedito, in quanto già in passato e in diverse zone del mondo, abbiamo assistito a stragi di musulmani Sufi fatte da altri musulmani in un’ottica di predominio e controllo economico e religioso del territorio in questione. Ma perché i Sufi sono così attaccati?

Nati come corrente intellettuale prima, per poi affermarsi come un vero e proprio filone di esperienza mistica all’interno dell’Islam (al pari dei tanti casi di correnti mistiche nate  e cresciute nel Buddismo e nel Cristianesimo), i Sufi sono oggi considerati una delle principali minacce alla visione più integralista, anzi fondamentalista, della religione islamica.

Con il loro lasciare spazio al desiderio personale di intraprendere un cammino mistico, di conoscenza e riflessione su temi di fondamentale importanza per la natura umana, essi oggi appaiono al contempo innovatori nelle pratiche di preghiera (anche se di innovazione, in fin dei conti, non si può proprio parlare, dato che nacquero come preservatori dell’Islam più arretrato e chiuso ad ogni cambiamento) e speculatori di idee che non posso essere assolutamente messe in discussione.

Come già detto, non è la prima volta che sono bersaglio di attacchi drammatici e sanguinari. Fin dai primi del novecento, con l’avvento della Fratellanza Musulmana, questa corrente ha visto scorrere fiumi di sangue nei propri luoghi di culto, proprio perché considerati “eretici”, avversi alla versione più pura dell’Islam. E sebbene il gruppo terroristico più famoso e capillare al mondo, Al Qaeda, non abbia mai attaccato direttamente il Sufismo in quanto tale, questo non vuol dire che il fondamentalismo islamico odierno Made in ISIS, possa accettare una corrente così anticonformista nelle sue pratiche e tradizioni nei territori che esso controlla o assurge controllare, l’attacco di cui sopra ne è una prova.

Ma sbagliamo a pensare che è solo il terrorismo dichiarato a voler cancellare la millenaria storia del sufismo dalle pagine di storia islamica. Anche il Wahhabismo, la corrente islamica nata e cresciuta in Arabia Saudita ed oggi tra le più potenti al mondo grazie ai miliardi di dollari investiti dalla famiglia reale Al Saud ai quattro angoli della terra, assolutamente non tollera il sufismo proprio per la sua adattabilità, per la sua duttilità, che decisamente mal si concilia con la visione totalitaria e totalizzante dell’Islam come ideologia, ancor prima che religione, perseguita dalla potenza regionale che aspira ad avere il monopolio morale all’interno dell’Islam.

E, manco a dirlo, il Sufismo è letteralmente agli antipodi anche del Salafismo, ovvero la corrente da cui si sono creati e ispirati la stragrande maggioranza dei gruppi terroristici in Medio Oriente negli ultimi quarant’anni. Il motivo? Sempre lo stesso, il perfezionamento personale insito nei Sufi, decisamente non è accettabile laddove l’ortodossia e la totale chiusura a qualsiasi cambiamento e forma di diversità la fanno da padrone.

Ed ecco che i Sufi, quasi al pari dei Cristiani e degli Ebrei, sono diventati un bersaglio importante dell’azione terroristica non solo in Medio Oriente e nel Sinai in particolare, ma anche in Pakistan, India e Indonesia.

In questo quadro di lotta fratricida tra correnti dell’Islam, si inserisce la logica geopolitica. Con il Daesh in ritirata dai quei territori ampiamente controllati per quasi cinque anni, ci dobbiamo aspettare una sicura impennata di violenza e attacchi terroristici in tutta la regione. Ed ecco  che il Sinai, un’area già storicamente incontrollata dal governo centrale egiziano (ancor di più sotto il Governo fantoccio di Al Sisi), può divenire una sorta di ripiego e riparo sicuro per i terroristi dell’Isis, per i foreign fighters in ritirata dalla Siria e dall’Iraq, e per quelle tribù beduine autoctone da sempre inclini a sposare l’Islam più radicale.

Purtroppo, in questo quadro così drammatico, in pochi al mondo stanno cogliendo i drammatici allarmi che provengono da una regione già devastata da guerre e scontri religiosi. Ma, e questo è il senso dell’ultima strage compiuta dall’ISIS, le premesse per l’ennesimo bagno di sangue e una nuova ulteriore pulizia etnica, dopo quelle perpetrate per decenni ai danni delle comunità cristiane ed ebree locali ormai ridotte ai minimi termini, ci sono drammaticamente tutte all’appello.

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