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“Gerusalemme capitale? Non è una ‘trumpata’. Ecco la strategia di Trump”

Intervista a Fulvio Scaglione, già vicedirettore di Famiglia Cristiana, giornalista-autore esperto di Medio Oriente

Il presidente Usa Donald Trump con Benjamin Netanyhau lo scorso maggio.

Abbiamo chiesto a Fulvio Scaglione, autore di diversi libri sulle crisi in Medio Oriente, di commentare la decisione USA di riconoscere ufficialmente Gerusalemme quale capitale di Israele. Una mossa che, per il giornalista di "Famiglia Cristiana", lungi dal costituire una 'trumpata', è parte di una strategia calcolata che riguarda i delicati equilibri mediorientali e trae origine dal conflitto siriano

La sua amministrazione lo aveva già ventilato, ora la promessa è stata mantenuta. Donald J. Trump ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, facendo trasferire anche l’ambasciata a stelle e strisce da Tel Aviv e rinserrando le maglie dell’alleanza con Netanyahu, che nell’era Obama era parsa scricchiolante in più di un’occasione. D’altronde, la decisione era ampiamente annunciata, a maggior ragione a seguito dell’addio degli Stati Uniti all’UNESCO, tradizionalmente motivato da prese di posizione, da parte dell’agenzia, considerate anti-israeliane. Una mossa che sembra rientrare in un piano ben più ampio e complesso, e che riguarda più in generale la direzione che sta prendendo la politica estera americana dell’era Trump in Medio Oriente. Dove, in diversi teatri, si sta assistendo a un graduale ma evidente rovesciamento dell'(incerta) eredità obamiana. Ne abbiamo parlato con Fulvio Scaglione, già vicedirettore di Famiglia Cristiana, esperto di questioni mediorientali e autore, tra gli altri, dei libri  I cristiani e il Medio Oriente. La grande fuga e Il Patto con il Diavolo. Come abbiamo consegnato il Medio Oriente al fondamentalismo dell’Isis.

Scaglione, la decisione di Donald Trump di riconoscere ufficialmente Gerusalemme capitale di Israele è ricca di implicazioni sulla irrisolta questione israelo-palestinese, ma è anche una mossa strategica nel quadro della politica mediorientale del Presidente Usa. Che ne pensa? Qual è, a suo avviso, l’obiettivo di Trump?

“La decisione su Gerusalemme non è una ‘trumpata’, una decisione improvvisata e non ben valutata, come molti tendono a credere. Penso che per avere il quadro generale si debbano unire diversi puntini: il rilancio dell’alleanza strategica con l’Arabia Saudita; la disdetta dell’accordo siglato da Barack Obama nel 2015 sul nucleare con l’Iran; la questione di Gerusalemme; l’offerta di un piano di pace tra Israele e Palestinesi. Penso che l’obiettivo generale di queste mosse sia arrivare a un’alleanza ufficiale (quella di fatto esiste da tempo) tra Israele e Arabia Saudita in funzione anti-Iran. Per riuscirci, Trump deve offrire garanzie. A Israele regala oggi, attraverso Gerusalemme, la legittimazione della politica di occupazione dei Territori palestinesi. Ai sauditi il piano di pace tra Israele e palestinesi che consentirà ai Saud di non passare per traditori della causa palestinese. In questo modo, Trump offre agli Usa la possibilità di replicare alle ‘ingerenze’ mediorientali della Russia di Putin”.

Come influirà tutto ciò sui rapporti e sugli equilibri con potenze quali Iran, Arabia Saudita e sulle sorti del conflitto siriano?

“Tutto questo è la conseguenza del conflitto siriano. In Siria hanno vinto l’Iran e la Russia, che hanno pesantemente eroso la posizione dominante da decenni detenuta dagli Usa in Medio Oriente. Trump, sauditi e israeliani cercano la rivincita”.

Il giornalista Fulvio Scaglione.

Parlando in particolare di Iran, qualche giorno fa Netanyahu, in un summit a Washington, ha invitato la comunità internazionale a sfruttare l’“opportunità” creata da Trump per “correggere i difetti” dell’accordo sul nucleare. Quali pensa potrebbero essere i prossimi passi del Presidente Usa in questo senso, e quali le conseguenze?

“I passi, non saprei. Le conseguenze saranno di sicuro un rialzo della tensione in Medio Oriente e , rispetto a quanto ipotizzato dall’accordo del 2015 e dai desideri (anche commerciali) degli europei, un maggiore isolamento dell’Iran. In ogni caso non si potrà tornare alla situazione pre-2015, con l’Iran trasformato nel paria della comunità internazionale”.

L’ONU considera Gerusalemme Est un “territorio occupato” e il segretario generale Antonio Guterres ha ribadito che “non esiste nessuna alternativa alla soluzione a due Stati”. C’è chi osserva, però, che la strada dei “due Stati” non si è mai dimostrata efficace per risolvere la crisi israelo-palestinese. Pensa che la decisione di Trump porterà a una ridiscussione della posizione della diplomazia internazionale sull’argomento, oppure no? E quali conseguenze potrebbe avere sul conflitto tra Israele e Palestina?

“Trump ora si propone come mediatore dell’eterna crisi tra Israele e Palestina ma la verità è che Israele ha vinto. Aveva già vinto prima della decisione americana su Gerusalemme, avendo ridotto i palestinesi in una serie di ghetti tra loro non comunicanti e sempre più piccoli. Israele lo sa e per questo se ne infischia della soluzione a due Stati. Il problema però è che la soluzione a uno Stato è ancor più rifiutata dagli israeliani. Che cosa resta? La cacciata totale dei palestinesi, la loro eliminazione fisica e il loro trasferimento sulla Luna. Prima o poi persino Israele dovrà dire qualcosa di chiaro in proposito”.

Durante i primi mesi della presidenza Trump, gli Usa si sono ritirati dall’accordo sul clima di Parigi, sono usciti dall’UNESCO e hanno detto addio al Global Compact on Migration. A maggior ragione con la decisione su Gerusalemme – contraria alla posizione ufficiale ONU –, sembra che Trump stia rivoluzionando la posizione degli States nel contesto delle Nazioni Unite e, più in generale, della comunità internazionale. Che ne pensa?

“Il suo slogan della campagna elettorale era ‘America First’, e sta mantenendo questa promessa. Lo sdegno della comunità internazionale influisce poco sulla Casa Bianca, almeno finché l’economia sarà in crescita e la Borsa continuerà a correre. Lo slogan della prima elezione di Bill Clintoin fu ‘It’s the economy, stupid’, e per ora l’economia americana sostiene Trump”.

Intanto, con l’arresto di Manafort e la collaborazione di Flynn con l’FBI, le maglie del Russiagate si stanno stringendo sempre più intorno al Presidente. Quanto rischia, a suo avviso, Trump?

“Dipende. Il Russiagate è servito soprattutto a ricondurlo in un recinto neocon. Anche per la ragione esposta nella risposta precedente, credo che l’impeachment non passerà finché i Repubblicani penseranno di aver messo Trump sotto controllo. D’altra parte il Russiagate è una mezza bufala e cambia di settimana in settimana: prima Russiagate voleva dire che Putin aveva fatto eleggere Trump, poi che Trump era ricattato da Putin, ora che Manafort ha preso soldi che non ha dichiarato e che Flynn nel periodo di transizione tra i due presidente ha preso iniziative che non avrebbe dovuto prendere. Il Russiagate, qualunque cosa voglia dire, è solo una pistola puntata alla tempia di Trump da parte dell’establishment”.

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