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Clima, anche il One Planet Summit fa flop: nuove parole, stesse delusioni

Voluta da Emmanuel Macron in Francia, la conferenza ha seguito la debacle della COP23: critiche da Greenpeace EU e Oxfam

Una foto della conferenza "One Planet Summit", tenutasi in Francia (Foto: cop23.unfccc.int)

"Macron ha organizzato un grande spettacolo, ma i leader politici riuniti fuori Parigi hanno poco da mostrare alla fine della conferenza", ha commentato critico il direttore di Greenpeace EU, Jordo Riss. Tante le promesse, ma poche le questioni concrete affrontate e quel sapore di deja-vu che si ripete. E intanto lo stesso Macron ammette: "Stiamo perdendo la battaglia del clima"

Già prima che, in Francia, si spegnessero le luci sui siti dove si sono svolti i lavori del One Planet Summit, l’impressione di molti è che si sia trattato dell’ennesima delusione. Fortemente voluti dal presidente francese Emmanuel Macron gli incontri sono sembrati più un tentativo maldestro di riportare il dominio d’oltralpe ai livelli di qualche decennio fa (prima della guerra in Libia e prima dell’espansione della Cina) che altro. Un’idea del resto confermata dal viaggio in Africa dello stesso Macron poche settimane fa. Per il resto poco o niente di concreto.

Le prime a confermarlo sono state le associazioni ambientaliste sul piede di guerra dopo la debacle della COP23. Il direttore di Greenpeace EU, Jorgo Riss ha detto che “Macron ha organizzato un grande spettacolo, ma i leader politici riuniti fuori Parigi hanno poco da mostrare alla fine della conferenza. Sul cambiamento climatico l’Europa sta giocando ben al di sotto del suo potenziale e le parole vuote di Macron non faranno granché differenza. A Bruxelles, la Francia combatte molto più duramente  per la sua industria nucleare che per una transizione verso l’energia rinnovabile e resta ferma mentre Paesi come Spagna e Polonia cercano sussidi per le centrali a carbone. Se l’Europa vuole riguadagnare parte della sua credibilità sui cambiamenti climatici, i governi devono rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro e dovrebbero iniziare  a farlo innalzando gli obiettivi dell’Ue per il 2030 per ridurre i gas serra e aumentare la quota di energie rinnovabili”.

Difficile dargli torto: l’Action Plan for the Planet presentato dalla Commissione europea all’One Planet Summit appare insufficiente sotto molti aspetti e  le iniziative ispirate alle priorità politiche della Commissione che vorrebbero mettere ordine tra i numerosi tasselli della lotta ai cambiamenti climatici, agli investimenti nelle tecnologie industriali pulite, alla mobilità, fino alle iniziative per diffondere le rinnovabili nelle isole, prevedono azioni difficili da realizzare concretamente.

Nei giorni scorsi a parlare più di tutti è stato proprio il padrone di casa Macron che rivolto ai giovani invitati forse per riempire la sala, ha detto: “Lo dico qui, di fronte ai tanti giovani che sono presenti: stiamo perdendo la battaglia del clima”. Macron ha parlato di “battaglia” ma, a ben vedere, i paesi del mondo pare stiano perdendo non una sola battaglia ma la “guerra” per salvare il pianeta: scienziati e associazioni ambientaliste lo ripetono da anni. da quando i leader di tutto il mondo, al termine della COP21, a Parigi, firmarono un accordo ben sapendo che le azioni che prevedeva non sarebbe servite a risolvere i problemi.

Duro anche il giudizio del portavoce di Oxfam France, Alexandre Naulot: “E’ una grande delusione, ci aspettavamo un grande vertice dedicato alla questione dei finanziamenti per adattarsi al cambiamento climatico, riguardo all’adattamento delle popolazioni più povere colpite direttamente dal cambiamento climatico, i disastri come tifoni, siccità, inondazioni. E invece i finanziamenti non si sono visti”.

Eppure nei giorni scorsi pare che molti abbiano cercato di concentrare l’attenzione proprio sulla finanza. L’UE ha presentato un piano di investimenti (44 miliardi di euro), ma che non è rivolto ai paesi de l’Unione ma all’estero. Ai paesi europei è destinato il supporto agli investimenti urbani per le città. E poi iniziative per aiutare le isole a puntare sulle rinnovabili, che dovrebbero creare posti di lavoro e ridurre le emissioni di gas serra, e azioni di sostegno  per le regioni ad alta intensità di carbone. Visto poi che c’erano i giovani, la Commissione si è impiegata a offrire più progetti rivolti a loro. Nell’ambito del Piano Juncker, la BEI ha comunicato l’adozione di un nuovo strumento finanziario – Smart Finance for Smart Buildings Facility – volto a rendere i progetti di efficienza energetica per gli edifici più attraenti per gli investitori privati. La Commissione vorrebbe promuovere anche nuovi investimenti in materia di energia pulita, ricerca sul clima e innovazione.

Promesse anche dalla Banca Mondiale. Come le promesse di aiuti economici della Banca Mondiale (4,5 miliardi di dollari) e dal Global Covenant of Mayors insieme con le città del C40 Climate Leadership Group e ICLEI che hanno annunciato per bocca del sindaco di Seul, Park Won Soon una nuova campagna per aiutare le città ad implementare iniziative per consentire il raggiungimento degli obiettivi di Parigi (dimenticando però di dire che la stragrande maggioranza di queste città si trova in paesi in via di sviluppo, e quindi esclusi per il futuro più immediato dalle riduzioni di emissioni di sostanze inquinanti, e da grandi città degli USA che si sono chiamati fuori dalla COP21 di Parigi).

O promesse come quella di chiudere i rubinetti per le erogazioni di denaro a petrolio e gas. Ma non subito. Solo a partire dal 2019. E per allora molti avranno dimenticato le promessa e fatte. Come quella arrivata durante i lavori  del vertice One Planet della Banca Mondiale: dal 2019 non finanzierà più attività di esplorazione e produzione di greggio o gas. Tutte promesse alle quali non crede più nessuno. L’amministratrice delegata della European Climate Foundation, Laurence Tubiana, ha detto: “La finanza non si muoverà da sola per miracolo. Certo, esiste una sorta di movimento grazie al quale tutti tendono ad andare nella stessa direzione, è quel che accade nel mercato finanziario, è il motivo per cui ci sono sempre più investimenti nell’economia verde, più aziende e persone che tolgono i propri investimenti dai carburanti fossili. E anche solo l’idea ha un effetto positivo”.

Discorsi quelli dei delegati pieni di promesse e belle parole ma che poi, nella realtà, cozzano tremendamente con quanto accade sotto gli occhi di tutti. Anche le promesse di Macron hanno fatto la stessa fine: ha presentato un piano di investimenti da 25 miliardi nell’energia solare, per sostituire in 18 anni la metà della produzione atomica francese (cioè la metà della produzione di elettricità, finora non è stato capace di rispettare gli impegni già presi. A questa promessa Sarah Fayolle, attivista climatica di Greenpeace France, ha risposto dicendo: “Emmanuel Macron afferma di voler celebrare il biennio dell’Accordo di Parigi. Ma non è il momento di festeggiare: il suo governo non è nemmeno in grado di rispettare la legge francese sulla transizione energetica. Se la Francia vuole davvero svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo delle energie rinnovabili a livello nazionale, europeo e internazionale, deve porre fine al suo sostegno all’energia nucleare e chiudere i suoi reattori. L’energia nucleare è ora rinnovabile in tutto il mondo più costosa della maggior parte delle fonti di energia. Salvare il clima richiede le soluzioni più efficaci. Il nucleare non ne fa parte. Ciò di cui abbiamo bisogno è un’azione concreta, non operazioni di comunicazione”.

Come ha sottolineato Eelv “Il Climate Finance Day ha mostrato l’interesse comunicativo delle imprese per l’ecologia… ma la realtà rimane il loro  vero interesse per la finanza. Se la Francia non sopprime le sovvenzioni, dirette o indirette, e i suoi investimenti, attraverso le agenzie nelle quali lo Stato detiene delle quote, all’industria delle energie fossili, tutto questo resterà una semplice operazione di comunicazione”.

Armelle Le Comte, responsabile clima ed energia di Oxfam France, ha sottolineato: “Noi ci aspettavamo dalla Francia che raddoppiasse i suoi finanziamenti per l’adattamento al cambiamento climatico per raggiungere i  2,4 miliardi di euro all’anno entro il  2022. Non nascondiamo il nostro sconcerto di fronte a un annuncio insufficiente che non prende sul serio gli impatti crescenti del cambiamento climatico sulle popolazioni più povere. Questo annuncio non cambia radicalmente la tendenza: nel 2020, la Francia dedicherà appena un terzo dei suoi finanziamenti climatici all’adattamento, mentre anche l’Accordo di Parigi punta a un equilibrio tra riduzione delle emissioni e adattamento”.

Sono sembrate fuori luogo (dopo quello che è avvenuto alla COP23 con gli USA che sostenevano i combustibili fossili) le promesse dell’OECD che rivolta ai governi ha parlato di “politiche e incentivi adeguati” volti a “innescare una crescita che riduca significativamente i rischi connessi con i cambiamenti climatici”. Parole che stonano con gli aiuti concessi e ancora proposti da molti paesi europei a favore delle aziende energetiche che utilizzano carbone o, come nell’ultima Legge di Stabilità proposta dal governo italiano, alla riduzione del carico fiscale per le piattaforme petrolifere.

L’unico a parlare senza peli sulla lingua è stato il presidente della Bolivia, Evo Morales, che ha affrontato il problema non dal punto di vista delle imprese, o dei paesi che in via di sviluppo che per crescere a ritmi “industriali” inquinano in modo inverosimile, ma da quello dei paesi che lottano contro gli effetti peggiori del riscaldamento globale: “Il sistema economico attuale non è in armonia con lo sviluppo sostenibile e con le risorse che ci mette a disposizione Madre Terra”, ha detto Morales. “I paesi del sud del mondo sono ancora sfruttati come fossero colonie, senza una compensazione giusta e sono le prime vittime dei cambiamenti climatici”. Secondo Morales “Non si può delegare al capitalismo, che è la causa del riscaldamento globale, e ai privati il compito di trovare la soluzione per salvare la Terra. È come se dessimo alla volpe la responsabilità di proteggere il gregge”. Parole destinate a sostenere due proposte: la creazione di un tribunale di giustizia sul clima vincolante e quella di dar vita a un nuovo ordine economico mondiale fondato sulla solidarietà. Belle parole le sue ma che molto difficilmente diventeranno realtà.
Almeno dopo aver ascoltato il discorso del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che non è andato oltre alcune dichiarazioni di rito che non cambiano la realtà delle cose: “Quello che si sta verificando è esattamente ciò che la scienza ha predetto – ha dichiarato nel suo intervento – e i progressi tecnologici hanno svelato le bugie che affermavano che combattere i cambiamenti climatici rappresentava una minaccia all’economia”. Frasi di rito e slogan freschi per i media di tutto il mondo come quello lanciato da Guterres: “il green business è good business” che ha aggiunto “Coloro che non scommettono nell’economia verde vivranno in un futuro grigio” (un altro slogan da sventolare sui titoli dei giornali online)

L’One Planet Summit ha preceduto di pochi giorni il meeting dei ministri dell’energia dell’Ue, previsto per il 18 dicembre, nel quale si discuterà del futuro della politica energetica europea e, in particolare, di un nuovo pacchetto politico dell’Ue che comprende energie rinnovabili, efficienza energetica e obiettivi climatici per il 2030. Ma viste le premesse sono sempre meno quelli che credono ormai nelle promesse fatte durante questi incontri.

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