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La verità, vi prego, sulla Tax Reform di Donald Trump

Non sarà una riforma socialmente equa, né lungimirante: ma siamo proprio sicuri che segnerà l'“epic fail” dei Repubblicani?

Il presidente Usa Donald Trump

I sondaggi la danno già poco popolare, anche tra chi a gennaio votò Donald Trump, e i Democratici la considerano il "male assoluto". La riforma fiscale appena approvata, indubbio successo politico per i Repubblicani, non nasce però sotto i migliori auspici. Tutti la criticano, e molti prevedono che sarà un epic fail: ma possibile che i conservatori siano stati davvero così poco accorti?

Tax Reform sì, Tax Reform no. L’argomento è centrale nel dibattito politico americano di queste ore, e le argomentazioni a favore o contro la riforma fiscale fortemente voluta da Donald Trump non mancano. Ed è forse proprio per questo che, nell’evidente difficoltà di districarsi tra la propaganda dei Repubblicani e il fuoco incrociato dei Democratici, è ancora più complicato poter arrivare a una valutazione imparziale della riforma. Che, nel corso della giornata di mercoledì, il Congresso ha infine approvato, consentendo ai conservatori di intascarsi una innegabile vittoria politica.

Di certo, non è difficile sintetizzare le posizioni dei due schieramenti, che anche nei numeri non potrebbero essere più distanti: perché, se tutti i membri del GOP tranne uno (51) hanno fatto quadrato nel sostenere il testo, dall’altra parte tutti i dem (48) hanno votato compattamente contro. Passando dai numeri alle argomentazioni, poi, lo scenario rimane piuttosto manicheo. I Democratici sono infatti convinti che questa riforma sia il male assoluto, in quanto, sostengono, favorisce i ricchi, taglia le gambe alla middle class e ai meno benestanti, lesina sui diritti basilari e sul welfare intaccando, ad esempio, il Medicare, non stabilisce una progressività fiscale sulla base del reddito e causerà, prevedono, un aumento del disavanzo che peserà sulle spalle delle future generazioni. Per i dem, il fatto che la maggior parte delle disposizioni a vantaggio degli individui scadrà nel 2025 creerà incertezza tra i contribuenti, e genererà potenzialmente conflitti politici in futuro. Un’incertezza che, per i Democratici, potrebbe significare che neppure il tasso di contributi fiscali alle imprese, che dal 35% passerà al 21%, resterà a lungo sostenibile e dunque durerà quanto previsto. E di fronte allo spettro di un incremento futuro, le aziende potrebbero comunque decidere di cercare aliquote fiscali più basse e permanenti all’estero, vanificando quindi il senso stesso della riforma. Nella peggiore delle ipotesi, insomma, per gli oppositori di Trump, di questa Tax Reform potrebbero presto rimanere solo i costi, rigorosamente sulle spalle delle classi più povere e delle nuove generazioni. Naturalmente, per i Repubblicani si tratta invece di una legge rivoluzionaria, che il partito ha sempre aspirato a portare a casa, destinata a migliorare il sistema fiscale degli Stati Uniti, e a mettere nelle tasche di aziende e contribuenti un “gruzzoletto” di entità tutt’altro che modesta. Per Trump, addirittura, si tratta del “più imponente taglio di tasse della storia”.

Anche senza volersi affidare alla saggezza popolare – che insegna, si sa, come le ragioni stiano spesso nel mezzo –, per cercare di farsi un’idea più precisa di questa riforma è indubbiamente necessario tenere conto di tutti i punti di vista. Partendo dal presupposto che, secondo quanto riferisce la stampa americana, non si può dire che tale legge goda di un ampio gradimento e di aspettative elevate nel Paese. Secondo un sondaggio NBS-Wall Street Journal, ad esempio, solo il 24% degli americani la considererebbe una buona idea, contro il 41% secondo cui non lo è affatto. Per il 35%, sarà la middle class a pagare di più. Secondo un sondaggio della Monmouth University, esattamente la metà del Paese è convinta che con la nuova riforma pagherà più tasse federali, il 14%, invece, ritiene che pagherà di meno, e il 25% prevede di pagare la stessa somma.

Tra gli stessi elettori conservatori, poi, secondo il sondaggio NBC-WSJ , “solo” il 53% dei Repubblicani e il 57% di chi alle elezioni ha votato per Trump sostiene  convintamente la riforma. E, dato ben peggiore, solamente il 28% degli abitanti dell’America rurale e il 29% dei bianchi che non hanno conseguito il diploma considera il “tax bill” una buona legge. Insomma: stando a quanto riferiscono i media mainstream americani, quest’ultima non sarebbe così gradita neppure alla “base” che ha sostenuto il tycoon, i cui interessi sarebbero decisamente poco rappresentanti nel testo.

Se così fosse, non c’è dubbio che quella che oggi appare una indubitabile vittoria politica per i Repubblicani sarebbe destinata a rivelarsi molto presto un “epic fail”. Un po’ perché, appunto, alienerebbe a Trump il consenso di quella base (la “pancia” dell’America delusa dalle precedenti Presidenze) che lo ha sostenuto sin dal suo esordio; un po’ perché dai risultati della riforma nel 2018 dipende, di fatto, il prossimo futuro politico dei Repubblicani. Possibile – ci chiediamo quindi noi della Voce – che il partito, per di più in un periodo in cui naviga già in acque agitate a causa degli scandali legati alla (presunta) condotta sessuale del Presidente e ai suoi (presunti) legami con la Russia, abbia commesso una simile leggerezza?

In effetti, a sentir loro, i conservatori sembrano piuttosto sereni. Paul Ryan, lo speaker della Camera, ha dichiarato ad esempio di non essere affatto preoccupato dai sondaggi che, dopo i primi effetti della riforma, certamente, “si rialzeranno”. “I risultati la renderanno popolare”, ha giurato ai giornalisti. In effetti, l’apparato di comunicazione repubblicano è tenacemente impegnato a far sì che i sentimenti dell’opinione pubblica cambino presto. Ad esempio, il presidente della 45esima commissione (gruppo conservatore no-profit pro-Trump), Brian Baker, ha appena finanziato due sondaggisti per testare diversi messaggi da sottoporre al pubblico. E, a parer loro, gli argomenti su cui puntare sono i seguenti: la riforma elimina diverse scappatoie, e garantisce che gli interessi speciali comincino a fruttare adeguatamente; livella il campo d’azione delle imprese americane, rendendole più competitive di fronte alla concorrenza straniera; creerà più di 1 milione di posti di lavoro in 10 anni con salari più alti per i lavoratori; riduce le tasse per la maggioranza degli americani, raddoppiando le deduzioni standard.

Ma senza volersi affidare alla propaganda repubblicana – che, ovviamente, fa i propri interessi –, uno studio del Tax Policy Center, istituzione che si definisce apartitica,  sostiene che 8 americani su 10 pagheranno meno tasse il prossimo anno. Nel 2018, solo il 5% pagherà di più, percentuale che arriverà al 9% nel 2025. Nel 2027, per più della metà dei contribuenti (53%) le tasse saranno più elevate di oggi. Ma al 2027 mancano ancora 10 anni, e, a breve termine – secondo questo studio –, la stragrande maggioranza degli americani dovrà sborsare meno soldi. Certo: i benefici li avvertiranno di più le classi più benestanti. Per chi ha un reddito di meno di 25mila dollari annui, il taglio fiscale ammonterà a 60 dollari, o allo 0,4% del reddito al netto delle entrate fiscali. Chi ha un reddito tra i 49 e gli 86mila dollari, vedrà uno sconto di 900 dollari, o dell’1,6% del reddito al netto delle tasse. I contribuenti nella fascia tra i 308 e 733mila dollari beneficeranno del taglio maggiore, con uno sconto di 13.500 dollari, il 4,1% del guadagno netto. E per i redditi superiori ai 733mila dollari, il taglio ammonterà a 51mila dollari, cioè del 3,4% delle entrate nette. Secondo l’analisi, nella fascia più bassa solo l’1% pagherà di più mentre il 54% di meno, in quella media il 91% pagherà meno tasse e il 7% sborserà di più; in quella alta il 91% riceverà un taglio fiscale consistente mentre per il 9% il fisco sarà più severo.

Gli scontenti, insomma, ci saranno. Ma se a lungo termine il loro numero è destinato ad aumentare sensibilmente, a breve termine, con buona pace delle pur comprensibili rivolte dei Democratici, rimarrà infinitamente più basso rispetto a quello di coloro che beneficeranno, pur in diversa misura, della riforma. Che resta dunque una manovra, se ci si basa su questi dati, poco lungimirante, per nulla progressiva rispetto al reddito (lo è in senso contrario: chi è più ricco ha sconti maggiori), e ben lontana dagli ideali di “giustizia sociale” sbandierati da un Bernie Sanders. E forse anche poco prudente a livello macroeconomico. Eppure, più che un “epic fail” per i Repubblicani, a ben vedere sembra una mossa strategicamente calcolata. Perché anche gli svantaggiati che da questa legge guadagneranno meno, in fin dei conti, nella stragrande maggioranza dei casi qualcosina si ritroveranno in tasca, per lo meno a stretto giro. E qualcosina, si sa, è sempre meglio che niente: senza contare che, come si dice, meglio un uovo oggi che una gallina domani.

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