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Buon anno, cara, vecchia e povera Italia

Secondo l'Istat, l'Italia invecchia e fa sempre meno figli. E, nonostante qualche dato positivo sull'occupazione, la povertà interessa 1,6 mln di famiglie

Tre anziani seduti su una panchina (Flickr / Lisa)

L'ultima edizione dell'Annuario statistico italiano dell'Istat fotografa un'Italia in drammatico declino demografico, che invecchia e fa sempre meno figli. E dove, nonostante qualche dato moderatamente positivo sull'occupazione e un po' di ritrovato ottimismo sulla situazione economica, ancora 1,6 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta

L’Italia è sempre più vecchia. L’ultima edizione del tradizionale Annuario statistico italiano dell’Istat, relativa al 2016, purtroppo non lascia spazio a dubbi. Il Belpaese continua a invecchiare, e il cielo che lo sovrasta è sempre meno attraversato da cicogne. Una tendenza che dura ormai da tempo, e che l’anno passato non ha saputo invertire: anzi, l’ha confermata. Nel 2016, infatti, è continuato imperterrito il calo delle nascite, che si attestano a 473.438, con 12.342 nati in meno rispetto all’anno precedente. Il tasso di fecondità totale nel 2015 è sceso, ancora, a una media risicata di 1,35 figli per donna. Nello stesso anno, però, anche i decessi sono diminuiti, attestandosi a 615.261, 32.310 in meno rispetto all’anno precedente. Buona notizia, ad abbassarsi è stato anche il quoziente di mortalità, passato dal 10,7 al 10,1 per mille. Anche la speranza di vita alla nascita (vita media) ha ripreso a crescere ed è passata da 80,1 a 80,6 anni per gli uomini e da 84,6 a 85,1 per le donne.

Il combinato disposto dei due elementi – la costante diminuzione delle nascite e l’abbassarsi del quoziente di mortalità – fa sì che l’Italia resti uno dei Paesi più vecchi al mondo, con 165,3 persone con 65 anni e più ogni cento con meno di 15 anni. In particolare, gli individui ultrasessantacinquenni superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale; quelli di 80 anni e più sono 4,1 milioni, il 6,8% del totale, mentre gli ultranovantenni sono 727mila, l’1,2% del totale. Gli ultracentenari ammontano a 17mila.

Ciò significa che, al 1° gennaio 2017, secondo il report Istat pubblicato nel marzo scorso, i residenti nel nostro Paese avevano un’età media di 44,9 anni, due decimi in più rispetto alla stessa data del 2016. Altro dato da tenere a mente, l’ulteriore diminuzione della popolazione complessiva (per il secondo anno consecutivo) residente in Italia, che, al 31 dicembre 2016, ammontava a 60.589.445 persone, oltre 76 mila in meno rispetto all’inizio dell’anno. Nel 2016, tuttavia, il saldo naturale negativo si è ridotto, dopo quasi un decennio, passando da -161.791 a -141.823; le iscrizioni anagrafiche sono cresciute di molto, passando da +31.730 a +65.717: tuttavia, pur raddoppiando, non sono comunque riuscite a compensare il saldo naturale negativo. Il saldo con l’estero – cioè la differenza tra immigrati ed emigrati – è positivo e pari a 143.758 persone, in aumento rispetto all’anno precedente.

Un quadro certamente non positivo, per uno dei Paesi più industrializzati del mondo, dove la popolazione in età da lavoro è in costante diminuzione. E se è vero che il declino demografico sia un trend piuttosto generalizzato nel mondo occidentale, resta necessario fare qualche distinguo: perché negli Stati Uniti, ad esempio – Paese con una popolazione pari a 5 volte quella italiana – l’età media è di circa 7 anni inferiore, 37.9 anni, così come inferiore è la percentuale di ultrasessantacinquenni – comunque elevata –, attestata al 15,25%. Negli Usa, tuttavia, il 39.6% della popolazione ha tra i 25 e i 54 anni, il 13,46% tra i 15 e i 24 anni, e il 18,84% tra gli 0 e i 14. Inoltre, il tasso di crescita della popolazione e di poco sopra lo 0, ma comunque positivo – 0,81% nel 2016 -, mentre il tasso di natalità è di 12,5 nuovi nati ogni 1000 abitanti nel 2016, contro all’8,7 italiano. Numeri sempre bassi, ma che in ogni caso sottolineano come l’Italia, dal punto di vista demografico, si collochi tra i Paesi più sfortunati nel contesto occidentale.

Quanto agli altri indicatori presi in considerazione dall’Istat, al 1° gennaio 2017 la popolazione straniera residente ammontava a 5.047.028 persone, l’8,3% del totale dei residenti, con un incremento rispetto all’anno precedente dello 0,4% (20.875 persone), il doppio di quello registrato a inizio 2016. Da sottolineare la ripresa della tendenza a sposarsi – con i matrimoni dai 189.765 dell’anno precedente ai 194.377 del 2016 -, ma sono i divorzi a crescere di più, passati da 52.355 a 82.469, anche per effetto dell’introduzione del ‘divorzio breve’. Aumentano le famiglie composte da una sola persona (da 20,5 a 31,6%) e si riducono quelle di cinque o più componenti (da 8,1 a 5,4%). Su sanità e salute, si accresce a vista d’occhio l’ormai ben noto divario Nord-Sud, con posti letto ordinari per mille abitanti superiori nelle regioni settentrionali rispetto al Mezzogiorno.

Non solo: gli italiani si dimostrano sempre più disillusi dalla politica. Confermato il trend negativo della partecipazione politica dei cittadini, diretta e indiretta: soltanto il 4,3% delle persone di 14 anni e più ha partecipato a cortei, e appena lo 0,8% ha svolto attività gratuita per un partito. Una quota considerevolmente più ampia della popolazione, anch’essa però in calo rispetto al 2015, partecipa in modo indiretto, ma un italiano su quattro non si informa mai di politica.

In diminuzione anche la quota di popolazione nelle scuole: 8.807.146 studenti, 62.273 in meno rispetto all’anno scolastico precedente. Solo il 50,3% dei giovani diplomati prosegue gli studi all’università, ma il trend è positivo, con 1,2 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente. Il tasso di passaggio all’università è più alto tra le donne (55,6% contro 45,0%) e nelle regioni del Nord-ovest (54,1%) mentre è più basso nel Sud (47,6%) e nelle Isole (43,6%).

Sul mercato del lavoro, le notizie sono in miglioramento ma ancora chiaramente insoddisfacenti. Nel 2016 si è infatti registrato un nuovo e più sostenuto aumento dell’occupazione (+293 mila unità), al quale è corrisposto un aumento del tasso di occupazione (15-64 anni), che ha raggiunto il 57,2%. Tale valore, tuttavia, resta decisamente al di sotto della media Ue (66,6%). L’aumento dell’occupazione riguarda solo i dipendenti (+323 mila), si concentra tra quelli a tempo indeterminato (+281 mila) e per la prima volta coinvolge anche i giovani. Prosegue con minore intensità il calo del numero di disoccupati (-21 mila) e del tasso di disoccupazione (11,7%), che però rimane tra i più alti d’Europa (all’11,2%, con un tasso giovanile che oscilla intorno al 35%). Anche gli inattivi sono risultati in forte calo (-410 mila unità).

Quanto sono soddisfatti gli italiani del 2016? Non moltissimo, ma più di quanto non lo fossero nel 2015: su un punteggio da 0 a 10, la quota di soddisfazione generale è in media 7. Anche per la situazione economica, sembra in aumento la quota di chi apprezza i segnali positivi. In diminuzione il numero di famiglie che giudica la propria situazione economica in peggioramento rispetto all’anno precedente, mentre aumenta quella che la considera invariata.

Nessuna buona notizia, tuttavia, sulla povertà. In Italia, nel 2016 erano ben 1,6 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, e 742.000 gli individui nella medesima condizione, pari al 7,9% della popolazione. Rispetto all’anno scorso, le famiglie che hanno visto peggiorare le loro condizioni, soprattutto coppie con 3 o più figli minori, sono passate dal 18,3% del 2015 al 26,8% del 2016. In maggiore difficoltà, i più giovani: l’incidenza di povertà assoluta è più elevata fra i minori (12,5%) e interessa oltre un milione e 292.000 ragazzi, mentre si attesta al 10% fra le persone di età compresa fra i 18 e i 34 anni e raggiunge il suo minimo fra gli over 64 (3,8%). Degli oltre 4,7 milioni di poveri, più di 2 milioni risiedono nel Mezzogiorno (9,8%) e 2 milioni e 458.000 sono donne (7,9%).

Tutti dati che, pur fotografando qualche schiarita rispetto ai tempi più bui della crisi economica, mostrano come ancora il nostro Paese fatichi a pensare al futuro. Innanzitutto, perché non si fanno figli, la popolazione è sempre più vecchia e una quota sempre maggiore di residenti non è più in età da lavoro. Ma anche perché, come abbiamo visto, sono i giovani a incontrare le difficoltà maggiori, con un’incidenza nel tasso di disoccupazione giovanile ancora troppo alta per un Paese sviluppato, e con una percentuale significativa di minori e persone tra i 18 e i 34 anni che vivono in condizioni di povertà assoluta. E se qualche barlume di miglioramento da un anno all’altro c’è ed è giusto sottolinearlo, d’altra parte l’Italia è un Paese che arranca ancora. E che, con lei, fa arrancare soprattutto i suoi giovani.

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