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Nel gesto della giovane donna in Iran, il candore onesto dei diritti che mancano

La foto della ragazza che ha sbandierato il velo bianco a Teheran ha fatto il giro del mondo ed è il segno della lotta alla discriminazione nel Paese

di Angelo Perrone

La giovane islamica che ha sventolato il velo bianco in Iran (Foto da: Instagram di Masih Alinejad)

Le ragioni delle proteste di fine anno in Iran sono legate ad altro, alle condizioni materiali della popolazione. Il tentativo, però, da parte di Ali Khamanei e Hassan Rouhanida, di minimizzare il significato delle manifestazioni sanguinose scoppiate è stato così prepotente da travolgere anche la storia di quella ragazza sul piedistallo, di cui poco è trapelato

Ha fatto il giro del mondo ed è diventata virale sul web l’immagine di quella ragazza in una strada centrale di Teheran durante i giorni della rivolta. Su un piedistallo di fortuna, a volto scoperto, con i capelli neri sciolti sulle spalle, senza il velo a coprire la testa, come invece è d’obbligo in Iran secondo la legge islamica. Composta, indossava un abbigliamento affatto ostentato o provocante, forse una semplice tuta scura. Era lì, a sventolare con un bastone proprio il suo hijab bianco, con calma e dignità, nella sorpresa dei passanti (maschi) più vicini e forse nel disinteresse di quelli appena più lontani.

Una immagine che, da sola, è diventata però un simbolo (pur non essendo direttamente legata), tra gli altri, delle sanguinose proteste antigovernative di questi giorni. Poi trasformata, quella breve sequenza rubata da un osservatore occasionale, in un disegno raffigurante una figurina nera con il piccolo drappo bianco su uno sfondo blu. Un’astrazione stilizzata della persona e del gesto, a raffigurare – oltre la singolarità di quella persona e del suo destino – una forma appunto iconica contro le opprimenti regole imposte dai governanti islamici del paese.

29 dicembre 2017: proteste in Iran, a Kermanshah

Ali Khamanei, guida suprema politica-religiosa più del presidente Hassan Rouhani, può reagire alla rivolta e ai suoi simboli, scagliandosi (inutilmente) contro i nemici esterni dell’Iran, ovvero l’America di Donald Trump, accusata di aver aizzato e sostenuto le proteste con ogni mezzo lecito e illecito, dai soldi alle armi, allo scopo di destabilizzare il paese e creargli problemi interni, e ciò per contrastare in ogni modo l’accordo sul nucleare concluso dalla precedente amministrazione di Barack Obama.

Può seguire questa linea Khamanei nonostante che i motivi delle poteste siano tutti legati alle condizioni materiali della popolazione. Il pretesto iniziale costituito da un aumento vistoso dei prezzi di beni essenziali (uova, carni), cui è seguita la denuncia della crescente disoccupazione e della corruzione politica, oltre alla critica delle guerre condotte per procura in paesi vicini come la Siria e lo Yemen. In ogni caso una dilapidazione delle risorse economiche nazionali.

Un’accusa tutta interna dunque, rivolta contro la cattiva gestione economica da parte di tutti i dirigenti, dai più conservatori a quelli apparsi più moderati. Subito stroncata, la protesta di piazza, dai governanti perché qualificata addirittura come una «guerra contro Dio», dunque da reprimere anche nel sangue. Costo finale dell’operazione: 24 vittime tra cui un bambino di 11 anni e 450 arresti.

Il presidente dell’Iran, Hassan Rouhani

Il tentativo di minimizzare il significato delle manifestazioni sanguinose scoppiate a cavallo della fine d’anno, e fornirne una deviata chiave di lettura, è stato così prepotente e assordante da travolgere anche la storia di quella ragazza sul piedistallo, di cui infatti poco è noto e poco è trapelato se non che – non ve n’era da dubitare – è stata subito arrestata per quel gesto proditorio.

Lo ha rivelato sul web il gruppo al quale apparteneva, My stealthy Freedom (La mia libertà clandestina), movimento sviluppatosi su Facebook a sostegno dei diritti delle donne per iniziativa dell’attivista iraniana Masih Alinejad: la ragazza partecipava ad una campagna di propaganda denominata, emblematicamente, White Wednesdays (Mercoledì bianco).

È sparita dunque nel nulla la giovane che protestava contro l’imposizione del velo, opponendosi così alla regola ferrea imposta dalla legge islamica, pena l’arresto e l’obbligo di frequentare corsi di rieducazione, in un paese in cui la donna è tanto priva di diritti da non potersi nemmeno mostrare a capo scoperto. A dimostrazione, questa assenza di comunicazioni ufficiali e di notizie, che l’oscurità del potere teocratico, ispirato dall’applicazione più ottusa della legge islamica, investe non solo il funzionamento delle istituzioni ma la stessa soggettività delle persone.

Eppure quella simbologia di libertà non può prescindere dalla particolarità della storia personale di una giovane donna, dalla concretezza di quell’esperienza, dai motivi specifici della protesta, e infine dalla umanità propria del gesto. Nei giorni successivi vi è stata l’apparizione misteriosa, sul precario piedistallo, di lettere e fiori che ricordavano, silenziosamente ma affettuosamente, il piccolo gesto compiuto a prezzo della libertà. La vicenda ha una sua propria dimensione di senso, che la rende certo intrecciata, anche temporalmente, al complesso delle manifestazioni di questi giorni, ma che insieme la distingue e segnala in modo particolare.

Il colore bianco del velo, sventolato pacatamente sulla strada, come del resto il riferimento a quello del mercoledì della protesta, non è più espressivo di una resa davanti al pericolo incombente, di un’impotenza a contrastare le minacce e le insidie del potere. Piuttosto racconta il candore onesto delle ragioni rivendicate dalla giovane senza strafottenza né baldanza, quasi nella fiducia che esse, per il loro intrinseco valore, siano – di per sé – così salde da potersi affermare anche in quel paese e senza alcuna violenza.

Il fazzoletto dell’oppressione cambia improvvisamente natura e consistenza, oltre che colore. Il gesto, lo sventolare il velo tutto bianco, diventato così quasi una bandiera, è compiuto sommessamente ma con convinzione, su una delle strade più trafficate del centro, dunque nel cuore della città e davanti a tutta la collettività, in modo teneramente visibile e garbato. Nella convinzione che possa essere accolto e condiviso, se non nel presente in un futuro ormai prossimo.

Il bianco è capace di creare un improvviso contrasto tra l’ombra della violenza di Stato e la luce delle rivendicazioni liberali, coltivate con stupefacente semplicità e naturalezza, senza alcuna arroganza. E di far risaltare proprio le ragioni di libertà così sostenute e rivendicate. Un episodio che sa essere luminoso e spiazzante, come l’immagine che ne rimane, ritratto dell’atto di coraggio di una giovane donna a nome di tutte le altre, e documentazione di una lacerazione diventata insostenibile nel tessuto sociale di quel paese.

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