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A Davos il problema idrico mondiale continua a far acqua da tutte le parti

Carenza idrica nel mondo: finora le misure adottate hanno fatto un buco nell’acqua (che non c’è)

Febbraio 2015: dei bambini siriani fanno scorta di acqua in un campo di rifugiati in Giordania (Foto Mustafa Bader)

Si tratta di problemi che, sebbene in misura diversa, riguardano tutto il pianeta. Del problema “acqua” si è tornato a parlare a Davos, in Svizzera, dove sono in corso i lavori del World Economic Forum 2018. Delle sei “sfide” che il pianeta dovrà affrontare nei prossimi anni, l’accesso a fonti d’acqua potabile sarà una delle più importanti

L’ “acqua sarà il problema del 2015” fu la conclusione del report condotto da circa 900 studiosi per il World Economic Forum del 2015. A distanza di tre anni ci si è resi conto che nel mondo la situazione sta peggiorando.

In quell’occasione i ricercatori avevano indicato diverse zone del pianeta in cui il problema “acqua” aveva raggiunto livelli di allarme. Negli Stati Uniti d’America dove è ormai visibile uno degli scenari più gravi del pianeta: in California molte zone sono ormai al settimo anno di carenze idriche. Il governatore ha ordinato restrizioni all’uso dell’acqua sia quella per uso civile che per uso domestico (solo l’industria del petrolio e del fracking non sembrano aver subito limitazioni), ma i risultati sono finora molto scarsi. In Australia la siccità è iniziata addirittura nel 1995. Da allora non si è più fermata (tanto che ora non si parla più di “siccità” ovvero fenomeni temporanei, ma di “aridità” cioè di condizioni permanenti del territorio). E poi in Asia, dove gran parte del nord della Cina è ormai arido: l’uso intensivo di acqua da parte dell’industria energetica e il sovra sfruttamento delle riserve idriche per scopi agricoli hanno prodotto danni non riparabili nel medio periodo (il governo centrale ha lanciato le “tre red lines” per migliorare l’efficienza e ridurre i consumi). Ma anche in India: i satelliti della NASA da tempo rilevano nella distribuzione di massa delle acque sotterranee dei bacini della zona settentrionale cambiamenti così veloci come in nessun altro luogo sulla Terra. E il fatto che la stagione dei monsoni si presenta sempre più breve non fa ben sperare. Gli stessi satelliti della NASA  hanno rivelato un calo allarmante della portata nei bacini idrografici del Tigri e dell’Eufrate. Qui lo stress idrico ha contribuito a un’ondata migratoria in paesi come la Siria superiore anche a quella causata dai conflitti in corso.

E in Brasile alcune aree del sud-est, tra le città di San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte, sono da anni in cerca di una soluzione a quella che è stata definita la peggiore siccità degli ultimi 84 anni: i serbatoi che forniscono acqua a queste città sono a livelli pericolosamente bassi e altamente inquinati.

Ma il problema “acqua” non colpisce solo aree del pianeta lontane. Anche in molte regioni d’Europa la situazione è critica. Come in alcune zone della Spagna: in Catalogna, ad esempio, dal 2008, le autorità hanno cercato di importare acqua dalla Francia via mare.

Per non parlare dell’Italia. In questi giorni la siccità sta assumendo dimensioni incontrollabili. La scorsa estate si era avuta conferma del problema al punto che dieci regioni (dal Piemonte alla Sicilia) avevano chiesto il riconoscimento dello stato di calamità naturale al governo per far fronte alla “sofferenza idrica”. A questa richiesta il governo aveva risposto promettendo l’attivazione del Fondo di solidarietà nazionale, aumento degli anticipi dei fondi europei PAC e migliorando le infrastrutture irrigue. Il tutto, in attesa che le piogge autunnali e invernali potessero risolvere il problema.

A inverno ormai inoltrato, però, ci si è resi conto che queste misure non sarebbero bastate a risolvere la questione “acqua”. Lo stato della maggior parte dei bacini di raccolta è ormai critica e in molte regioni si stanno prospettando misure drastiche come il frazionamento delle risorse rimanenti. Il motivo di tutto questo è che, in Italia, alle cause legate ai cambiamenti climatici, spesso si aggiunge la cattiva gestione delle risorse. È quanto emerge dal rapporto appena pubblicato dal titolo Water Management Record dell’Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano. I ricercatori hanno messo in luce come, a monte della carenza di risorse idriche, nel Bel Paese ci sia una gestione sbagliata e una mancanza di manutenzione della rete che lascia a bocca aperta (e non solo per la sete): nel documento finale si parla di “perdite che ammontano a circa il 22 per cento del totale dei consumi per uso civile”. In generale, considerando tutti i consumi, “nella rete idrica italiana sono immessi ogni anno circa 8,1 miliardi di metri cubi di acqua per fornire agli abitanti «solamente» 4,8 miliardi di metri cubi di acqua con uno «spreco» medio del 40,66%, ma con punte di oltre il 50% passando dal Nord al Sud Italia (come nelle regioni Lazio, Basilicata, Sicilia e Sardegna)”. Solo nei capoluoghi di provincia, su “circa 2.636 milioni di metri cubi” immessi in rete, il 38,3% si è convertito in perdite idriche. in termini assoluti a fronte di “perdite apparenti” pari a circa 83 milioni di metri cubi (il 3% del totale dell’acqua immessa in rete), le perdite reali o fisiche sono state di circa 925 milioni di metri cubi (il 35% del totale dell’acqua immessa in rete).

È per questo che “una corretta gestione della risorsa idrica e dei consumi energetici associati diventa fondamentale: nell’attività di distribuzione, ad esempio, il potenziale teorico di risparmio energetico annuo si traduce in circa 370 milioni di euro, quello idrico in 2,7 miliardi di metri cubi di acqua”. In poche parole se la rete di distribuzione fosse efficiente non ci sarebbe bisogno di ricorrere a misure come quelle promesse lo scorso anno dal governo con il Fondo di solidarietà nazionale. A questo si aggiunge un prelievo nettamente superiore alla media europea (già alta):  in Italia il prelievo pro-capite è di circa  578,23 metri cubi/anno , rispetto alla media Europea di circa 422,75 metri  cubi/anno. Ma non basta. In Italia i guasti sono 55 per chilometro contro una media europea di 11,6 e il costo energetico è [inspiegabilmente, n.d.r.]  quasi il doppio (0,78 kWh/mc contro 0,49).

Secondo i ricercatori “gli acquedotti italiani sono mediamente piuttosto vecchi e i materiali utilizzati per le condotte  spesso non allo stato dell’arte”. “Ma per spiegare il livello delle perdite vanno considerati anche altri motivi”:  economici (“pochi investimenti sulle reti idriche e difficoltà e costi elevati degli interventi di risanamento spesso rimandati”); fisiologici (“errori di misura, difetti di costruzione e scelta dei materiali utilizzati per le condotte, tipo di terreno e condizioni di posa, che possono influenzare sia la frequenza che il numero delle rotture”), comportamentali (come “allacciamenti abusivi e consumi autorizzati e non fatturati”) e altro ancora. Le conseguenze, peraltro facilmente prevedibili, sono notevoli “entità delle perdite lungo la rete idrica italiana”. Perdite che hanno  effetti “dal punto di vista sociale, economico e ambientale”. Le implicazioni ambientali riguardano lo spreco della risorsa idrica che viene sottratta al suo ciclo naturale per non essere poi utilizzata.

Si tratta di problemi che, sebbene in misura diversa, non riguardano solo il Bel Paese, ma tutto il pianeta. Non è un caso se del problema “acqua” si è tornato a parlare a Davos, in Svizzera, dove sono in corso i lavori del World Economic Forum 2018. Durante gli incontri sono stati presentati numerosi progetti aventi come denominatore comune l’acqua e come garantire l’accesso a questa risorsa fondamentale. Dal progetto Waves For Water per assicurare i rifornimenti a centinaia di famiglie a Cartagena, al quello che verrebbe analizzare il nesso tra acqua ed energia  Strategic Considerations for Energy Policy-Makers: circa il 25 per cento delle risorse idriche di un paese vengono utilizzate per produrre energia elettrica, ma raramente ci si cura delle conseguenze di questa risorsa energetica sotto il profilo ambientale. Perfino la delegazione USA, che, in occasione dell’ultima COP23 a Bonn, aveva messo in dubbio il surriscaldamento globale e le sue cause antropiche, a Davos, si è presentata con un report sulla crisi idrica che sta colpendo diverse zone del paese, oltre alla California anche in Michigan dove gli effetti si stanno facendo sentire pesantemente.

Delle sei “sfide” che il pianeta dovrà affrontare nei prossimi anni, l’accesso a fonti d’acqua potabile sarà una delle più importanti (le altre sono cambiamenti climatici, conservazione della biodiversità, salute degli oceani, aria pulita e conseguenze dei disastri legati ad eventi atmosferici).

All’interno di questa “sfida” un ruolo fondamentale è rappresentato dall’efficienza. L’acqua è un bene prezioso e irrinunciabile. Per questo sprecarla non è ammissibile. Mai.

A tre anni dal Word Economic Forum del 2015, quando 900 esperti mondiali lanciarono l’allarme sul problema “acqua”, nessuno dei leader mondiali riuniti nella località svizzera, ha avuto il coraggio di ammettere che, in questo lasso di tempo, non si è riusciti ad attuare soluzioni concrete per ridurre gli sprechi di questa risorsa fondamentale. L’unica cosa che sono stati capaci di fare è stato constatare, per l’ennesima volta, che il modo in cui viene gestita l’acqua…. “fa acqua” da tutte le parti.

 

 

 

 

 

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