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Non c’era un giudice in Michigan come invece ci fu a Gerusalemme

Rosemarie Aquilina: il non-giudice del Caso-Nassar, Contea di Lansing, Michigan

Il giudice Rosemarie Aquilina durante il processo a Larry Nassar (Immagine da Youtube)

Spesso, anche dagli Stati Uniti, l’Italia riceve critiche, giustamente severe, nei confronti del suo sistema giudiziario. Ma certe tendenze sono universali. Basta osservare il giudice Rosemarie Aquilina durante il processo a Larry Nassar, il medico della nazionale di ginnastica USA condannato a 175 anni di galera per aver abusato delle giovani atlete

C’un giudice e c’è un imputato. Ma questa volta non siamo in Italia. Siamo negli Stati Uniti, in Michigan, Tribunale della Contea di Lansing. Lei, il giudice, si chiama Rosemarie Aquilina; lui, l’imputato, Larry Nassar. Già medico della nazionale di ginnastica USA, è stato condannato per avere commesso abusi di natura sessuale a danno di 160 atlete. In sette casi erano ragazzine, una di 13 anni. In un altro processo era stato già condannato per pedopornografia.

Nel diritto penale statunitense ogni reato è punito con la pena per esso prevista; che sia unico reato, o che integri una più vasta serie di reati commessi dallo stesso autore. Perciò, a differenza che in Italia (dove, a certe condizioni, più reati vengono considerati un reato unico, e la pena è quella del solo reato più grave, aumentata sino al triplo) negli Stati Uniti ha luogo la pura e semplice somma delle pene. Ecco perché è consueto apprendere di condanne che possono giungere oltre il limite biologico, per es., “fino a 175 anni”, come in questo caso. O comunque ad una misura ad esso equivalente, per es., 60 anni, come nella precedente condanna per pedopornografia. E’ l’effetto di un diverso congegno normativo, non una bislaccheria.

Non è invece parso effetto di una necessità propria del diritto il contegno del giudice Aquilina. Nel corso di questo processo, l’imputato, che già aveva confessato e riconosciuto le sue colpe, aveva manifestato una certa insofferenza per la durata dell’istruttoria dibattimentale. Inopportuno, visto che il processo formalmente è inteso a sua garanzia.

Tuttavia, il giudice non si è limitata a spiegarglielo; ma ha dichiarato in aula: “nulla è più duro di quello che hanno subito le sue vittime nel corso di centinaia di ore… passare quattro o cinque giorni ad ascoltare quello che hanno da dire non è nulla rispetto alle ore di piacere che ha passato a loro spese, rovinando loro la vita” .

Vale a dire, mentre i testimoni-persone offese deponevano (ed anche prima), aveva già deciso che l’imputato sottoposto al suo giudizio era colpevole. Che avesse confessato, nulla toglie o aggiunge ai doveri di un giudice. Proprio perché, sulla colpevolezza o meno di un accusato, non decide l’accusato stesso, ma, appunto, un giudice, dopo aver assunto le prove. Altrimenti, in entrambi i casi, ha luogo un pre-giudizio e non un giudizio.

Ad una delle testimoni, durante la testimonianza, ha detto: “Sei un’eroina, anzi una supereroina e la Mattel dovrebbe fare giocattoli che somiglino a te così che le bambine dicano: ‘Voglio essere come lei’.  

Conclusa la superflua istruttoria, il giudice ha condannato. Si badi, nella realtà, potremmo anche essere moralmente certi della colpevolezza dell’imputato; come potremmo nutrire sentimenti analoghi a quelli espressi da quel giudice.

Ma se il criterio di accertamento legale non è più giuridico, cioè razionale, ma morale, cioè interiore e non oggettivato, si è azzerata all’istante la sede Giudiziaria come fondamento di civiltà democratica, cioè, controllabile. Che distingue la sanzione dalla vendetta. E che pretende serenità interiore ed equidistanza: se pensava che le ragazze fossero eroine, e poteva liberamente pensarlo, doveva semplicemente astenersi dal giudicare l’imputato che quelle ragazze accusavano. 

Fedele al suo personalissimo ruolo, nel comunicare la condanna, la giudice Aquilino ha perciò aggiunto: “E’ un mio onore e privilegio condannarla. Ho appena firmato la sua condanna a morte, non ha il diritto di uscire di nuovo da una prigione”. Che potrebbe sembrare solo una rude traduzione di quel numero di anni (175); ma l’avere richiamato la loro indubbia equivalenza alla pena capitale, ha solo confermato un compiacimento squilibrato e ingiusto. Come “il privilegio di condannare”.

Mentre comunicava la sua decisione, il giudice ha preso i fogli recanti la memoria dell’imputato, ostentandone una scorsa inesistente; quindi, tenendoli come cosa impura, fra pollice e indice, li ha vistosamente lanciati in avanti, lontano da sè. Riferiscono le cronache, che la signora, per questo suo complessivo contegno, è diventata un’eroina dei social. Ecco: esattamente questo deve fare. Anche in Italia riscuoterebbe consensi. Per es. Vanity Fair (edizione italiana, appunto), ha titolato:la giudice perfetta del caso Nassar .

Se avesse invece curiosità di come si fa il giudice, e se non fosse troppo abbassarsi, può sempre dare un’occhiata ai filmati del Processo ad Adolf Eichmann: accusato di crimini contro l’umanità, costati la vita a sei milioni di prigionieri.

Vedrà un uomo, Moshe Landau, il Presidente del Tribunale Distrettuale di Gerusalemme, indossare la toga: anche lui. Vedrà quel giudice intervenire più volte ad interrompere l’interprete, correggendo e migliorando la sua traduzione; durante l’interrogatorio dell’imputato, benché non fosse obbligato, rivolse le sue domande solo in tedesco, perché voleva essere sicuro che l’imputato capisse le domande, e potesse difendersi pienamente.

Lo vedrà ascoltare testimonianze al limite dell’umano, con testimoni che svengono durante la deposizione, che si interrompono perchè sopraffatti da una folla di emozioni: uomini e donne a cui era stato sterminato ogni familiare, ogni conoscente, a cui era stato tolto tutto. Vedrà il Presidente Landau ascoltare in assoluto silenzio; mantenendosi vigile ma silenzioso anche prima, durante e dopo ogni suo intervento, teso a consentire che quelle infelicissime testimonianze riprendessero. 

Durante il processo, in Israele fu aspramente criticato per tutto questo; ma lui era un giudice; non doveva fare l’eroino.

Non che non usasse interloquire con l’imputato: in un momento topico del processo, gli aveva detto: “un soldato deve anche avere una coscienza”.

Ma quando lesse la condanna a morte per impiccagione di Eichmann, quell’uomo fra due altri giudici in toga, chino alla lettura, ma presente agli altri e a sè, lesse, non aggiunse una sillaba, e uscì dall’aula. Perché era un giudice, e aveva coscienza di esserlo.

    

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