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Sul rapimento e delitto di Aldo Moro, quarant’anni di misteri e inganni

Mentre è stata approvata l'ultima relazione parlamentare sul caso Moro, alcune domande e dubbi che fin dall'inizio aveva posto Leonardo Sciascia

9 maggio 1978, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro nella Renault 4. (Foto ANSA)

Anche se ricordare costa, è faticoso; e può anche essere pericoloso. Ma ricordare, tramandare, far si che non si smarrisca il ricordo è un dovere civico e morale; e l’altro imperativo categorico è non stancarsi di cercare la verità. Anche quando lo Stato, come per Aldo Moro, ha fatto di tutto per non trovarla

 Già quarant’anni. Il 9 di maggio Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, viene ucciso dalle Brigate Rosse, il suo corpo viene fatto trovare a via Caetani, una strada di Roma che si trova tra via delle Botteghe Oscure e piazza del Gesù: la via dove c’è la storica sede del PCI, la piazza dove c’è la storica sede della DC. E’ ormai storia, più che cronaca. Anche se non tutta la “cronaca” può dirsi scritta, conosciuta.

Il 9 maggio è anche la Giornata della Memoria: la giornata del ricordo di tutte le vittime del terrorismo, quello tinto di nero e quello tinto di rosso; e anche le vittime delle innumerevoli stragi che vedono i manovali, consapevoli o no che siano, coperti, protetti, aiutati da “pezzi” dello Stato, delle istituzioni che avrebbero il compito di difendere il cittadino; e invece lo “offendono”. Un elenco enorme di vittime, di morti e di feriti, di dolore inflitto e procurato: migliaia i caduti, e ferite irrimarginabili per le famiglie. Da dove cominciare? Da quella di piazza Fontana a Milano, alla Banca dell’Agricoltura, 1969? O non è forse più giusto cominciare da quella di Portella della Ginestra il 1 maggio del 1947, l’eccidio perpetrato dalla banda di Salvatore Giuliano, e che vede all’opera un micidiale intreccio fatto di mafiosi, politici, uomini delle istituzioni. Anche quella strage, in fin dei conti, è rubricabile nel terrorismo (anche se non solo terrorismo); è con quella strage, che l’Italia perde la sua “innocenza”, ammesso ne abbia mai avuta una… E da allora, vittime del terrorismo sono centinaia, migliaia: magistrati, poliziotti, carabinieri, politici, cittadini qualsiasi “colpevoli” di trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato… Se tutti i nomi di queste vittime venissero collocati uno dietro l’altro, con la sola data di nascita e di morte, se ne ricaverebbe un “muro” infinito, la cui vista non potrebbe che sgomentare.

Il modo per onorare questi martiri? Ricordare quello che è stato. Anche se ricordare costa, è faticoso; e può anche essere pericoloso. Ma ricordare, tramandare, far si che non si smarrisca il ricordo è un dovere civico e morale; e l’altro imperativo categorico è non stancarsi di cercare la verità.

Per tornare alla giornata del 9 maggio di quaranta anni fa: ci sono ancora troppe pagine oscure, fatti non spiegati. Non sappiamo la verità sulla famosa “seduta spiritica” nel corso della quale una “voce” sussurra il nome di Gradoli. I presenti per tutto questo tempo ci hanno raccontato quelle che si possono solo definire “balle”; dai professori Alberto Clò, Mario Baldassarri e Romano Prodi, ancora non è venuta la verità su quella giornata trascorsa nella casa del professor Clò a Zappolino.

La copertina della prima edizione dell'”Affaire Moro” di Leonardo Sciascia per Sellerio editore

Non sappiamo la verità sul brigatista che prese parte al rapimento di Moro e non ha fatto un solo minuto di carcere: quell’Alessio Casimirri che, secondo il suo incredibile racconto, riesce a lasciare l’Italia, transita senza documenti per alcuni giorni nella Mosca sovietica, infine riesce a imbarcarsi per il Nicaragua e beneficia di evidenti protezioni che vanno al di là e al di sopra dei governi che si avvicendano in quel paese. Casimirri vive tuttora indisturbato in Nicaragua, ha certamente avuto contatti con i servizi segreti italiani.

Non  sono stati chiariti tutte le dinamiche relative al falso comunicato brigatista secondo il quale Moro era stato ucciso e il suo corpo gettato nel lago della Duchessa.

Non conosciamo perché, emerso il nome di Gradoli nel corso della famosa “seduta spiritica” si va nel paese, e non nella via a Roma; e anzi si nega alla vedova Moro che esista una via con quel nome, e la stessa vedova, stradario in mano, la indica; ma quella pista viene lasciata cadere; per poi riemergere nel modo in cui (non) sappiamo.

Non conosciamo l’esatta dinamica dell’omicidio di due ragazzi milanesi del centro sociale Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, uccisi da otto colpi di pistola a opera di estremisti di destra. La “coincidenza” è che Fausto, con la sua famiglia, abitava in via Montenevoso 9; a sette metri di distanza dalla camera di Fausto, al civico numero 8, c’era il famoso “covo” brigatista del “memoriale”. Una “coincidenza”? E sia: e “coincidenza” la morte di un giornalista de “l’Unità” che seguiva con particolare caparbietà la vicenda: travolto da un automobilista “pirata” a Milano, mai individuato…

Fermiamoci qui, per ora. A quaranta anni dal rapimento e dall’uccisione di Moro, si avrebbe pure il diritto di sapere la verità, ed è amaro che si sia ancora qui, a doverla chiedere.

Si può chiudere con un consiglio di lettura: Il segreto, romanzo (ma romanzo è l’artificio per poter scrivere verità che hanno una loro credibilità ma non prove verificabili sul campo) di un grande inviato del Corriere della Sera, Antonio Ferrari. Il libro, pubblicato Chiarelettere, ha avuto poche e stentate recensioni. Leggendolo, si capisce perché. Proveremo a dirne qualcosa nelle prossime settimane.

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