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Trump invita a rispettare i veterani ma non ne tutela i diritti: il caso di Miguel Perez

L'ex militare di origini messicane, che sta scontando la pena per possesso di droga, rischia l'espulsione dagli Stati Uniti

Miguel Perez ph. Ansa

Perez, veterano con la carta verde e due figli legalmente cittadini americani, ha iniziato uno sciopero della fame sperando di ottenere la grazia per non essere rimpatriato: "Ho sbagliato a credere di essere un cittadino americano dopo aver servito e protetto la Nazione"

Il Presidente tuona su Twitter  “gli Stati Uniti hanno bisogno di sicurezza! Questo deve essere parte integrante di ogni approvazione del ‘Daca‘ – Deferred Action for Childhood Arrivals” legge che Donald Trump vuole abolire o ‘barattare’ con il via libera ai finanziamenti per l’ampliamento del muro al confine con il Messico. “La salvezza del nostro Paese è al primo posto” ha rimarcato sul canale social, proprio nel giorno in cui un veterano dell’ esercito e possessore della green card ha cominciato uno sciopero della fame mercoledì scorso per protestare sulla sua deportazione, dopo che la Corte federale ha negato il suo appello a restare negli Stati Uniti, dove vive dall’età di 8 anni.

È la vicenda di Miguel Perez Jr., 39 anni, residente a Chicago che ha servito l’America in due missioni in Afghanistan ed è recentemente finito in prigione con l’accusa di possesso di droga. L’ex militare sostiene che la sua vita potrebbe essere in pericolo se fosse deportato in Messico, dove i trafficanti di droga ricorrono ai veterani con esperienza di combattimento come loro corrieri.
Una cordata di tre giudici del settimo circuito di corte d’Appello ha rifiutato le sue argomentazioni la scorsa settimana.
Perez ha dichiarato dal penitenziario dove è recluso dall’ anno scorso: “Il mio trasferimento forzato significa morte certa e l’unica cosa che resta è avviare una azione estrema per ottenere una speranza di rilascio. Preferirei lasciare questo mondo nel Paese in cui ho lasciato il cuore”.
L’uomo, che ha due figli che sono legalmente cittadini americani e uno dei tanti residenti legali che si confrontano con la possibilità di rimpatrio nei loro Paesi di origine dopo aver commesso un crimine.
“Ho fatto un errore credendo di essere diventato cittadino americano dopo aver servito e protetto la nazione. Nessuno dei miei superiori si é mai offerto di aiutarmi ad ottenere la cittadinanza.

ph. Ansa

Dopo il servizio militare Perez fu ricoverato nella struttura ospedaliera dei veterani a Maywood, dove i dottori diagnosticarono un Disturbo da stress post traumatico. Fu anche invitato a tornare per accertamenti per verificare la presenza di una lesione cerebrale.

Nel frattempo riallacciò i contatti con un amico di infanzia che gli procurò alcool e droga. Il 26 novembre 2008, Perez consegnò un computer portatile contenente cocaina a un poliziotto sotto copertura. Per questo fu processato per possesso di droga e sta scontando la pena detentiva di 15 anni di reclusione.
Mentre il militare sosteneva di aver consegnato meno di 100 grammi di droga, l’accusa ha dichiarato che Perez fosse stato arrestato per aver spacciato una quantità ben superiore e di aver ricevuto una pena ridotta dopo un patteggiamento, segnalando anche che il colpevole avesse ricevuto in passato un ammonimento dall’ esercito per uso di cocaina.
Perez sostiene di aver scoperto la condanna all’ espulsione mentre durante la convocazione della Corte dell’Immigrazione prima del suo rilascio nel settembre 2016, dal centro correttivo di Galesburg.
Invece di essere condotto a casa a Chicago dalla prigione, e’ stato affidato alla tutela dell’ Immigrazione doganale e trasferito in un centro di detenzione per immigrati in attesa della deportazione in Wisconsin.

Il procuratore di Perez ha dichiarato che “l’imputato ha effettuato il ricorso su due motivazioni. Una basata sulla valutazione medica che richiede attenzione immediata per i suoi danni cerebrali, l’altra che richiede la cittadinanza retroattiva a quando servì il paese come militare nel 2001. Perez e i suoi sostenitori sono preparati se necessario a richiamare in appello l’intero gruppo di magistrati del settimo circuito e hanno chiesto al governatore Bruce Rauner di concedere la grazia per il suo crimine. Se questo dovesse succedere non è chiaro come questo potrebbe avere effetto sulla deportazione”.

Miguel Perez ph. Ansa

Carlos Luna, fondatore e presidente di un capitolo della carta verde per i veterani della lega per i cittadini latino americani (LULAC), si è detto profondamente preoccupato dalla decisione di Perez di intraprendere lo sciopero della fame, viste le sue condizioni fisiche e mentali.
“E’ ridicolo che un veterano sia costretto a rischiare la propri vita per poter rimanere in Usa- Solo la scorsa notte il nostro presidente ha parlato di unire il paese e di rispettare i veterani.
Luna sostiene anche che il servizio nell’ esercito abbia reso Perez disabile negandogli durante la detenzione le cure riservate agli altri ex militari.

E meno male che il presidente Usa Trump ha firmato un decreto che impegna i dipartimenti governativi a facilitare l’accesso alle cure psicologiche per i tutti i militari in servizio da almeno un anno.

Il muro al confine con il Messico

Secondo il Segretario degli Affari dei Veterani  degli Stati Uniti d’America, David Shulkin, ogni giorno 20 Veterani si tolgono la vita. “È inaccettabile e dobbiamo fare tutto il possibile per impedire i suicidi”, commenta Shulkin. I dipartimenti di Difesa, Sicurezza Nazionale e degli Affari dei Veterani, entro 60 giorni, dovranno sviluppare un piano che faciliti l’accesso alle terapie psicologiche  e alle risorse per la prevenzione dei suicidi per i militari in servizio da almeno un anno. L’operazione costerà circa 200 milioni di dollari all’anno”.

Ma nel caso di Perez, ancora una volta potrebbe essere un vano tentativo del presidente di rimediare ad una situazione che Trump stesso sta contribuendo a creare.

 

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