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Caro nemico ti chiamo: Kim & Donald con tutte le incognite del faccia a faccia

Si aprono nuovi scenari nei rapporti tra USA e Corea del Nord, ma tutto ancora è incerto

Kim Jong Un e Donald Trump

Dopo mesi di "fuoco e fiamme" mediatico, il dittatore nordcoreano Kim Jong Un ha invitato Donald Trump a incontrarlo e il presidente ha colto l'occasione per sviare l'attenzione dall'ultimo scandalo in cui è coinvolto. Si aprono ora prospettive interessanti e (se arriveremo indenni a maggio) tutti gli attori in gioco potrebbero guadagnarci

“Caro nemico ti scrivo…”. Potremmo riassumere così, storpiando i versi di una celebre canzone di Lucio Dalla, l’ultima incredibile evoluzione dei turbolenti rapporti tra Kim Jong Un e Donald J. Trump.

Tramite un funzionario sudcoreano, ieri sera il leader del regime di Pyongyang ha infatti recapitato al presidente americano l’invito a un prossimo faccia a faccia da tenersi a maggio.

Si tratta di una mossa storica, e Trump sembra aver colto al volo l’occasione accettando tempestivamente la prospettiva di un futuro meeting.

Dopo mesi di fortissime tensioni, finalmente si palesa all’orizzonte un nuovo e ancora incerto capitolo nelle relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord. Il cambio di rotta, a ben vedere, covava da un po’. Già nel maggio 2017, Trump dichiarò che sarebbe stato “onorato” (per usare parole sue) di incontrare Kim “nelle giuste circostanze”.

E a gennaio scorso, nel giorno stesso in cui la stampa rendeva noto l’infame commento sulle “shithole countries” pronunciato a porte chiuse dal presidente, qualche ora prima lo stesso Trump aveva lasciato intravedere degli spiragli di dialogo, affermando che “probabilmente” avrebbe potuto avere con Kim un “buon rapporto”.

Il commento, pur espresso nel tipico lessico trumpiano, era di per sé incoraggiante, ma fu presto coperto dall’ennesima (e sterile) polemica mediatica scoppiata a seguito della gaffe presidenziale.

Il penultimo capitolo nella saga del fragile disgelo si è avuto infine nel corso delle olimpiadi di Pyeongchang. In quell’occasione, la sorella di Kim ha incontrato il presidente sudcoreano Moon Jae In, mentre persino il vicepresidente USA Mike Pence, pur freddo, ha fatto qualche sibillina apertura.

Il resto è cronaca recentissima: Kim invita Trump, dopo esser perfino giunto a ipotizzare un percorso di denuclearizzazione del suo paese pochi giorni fa.

In breve, mentre in questi mesi i giornali di tutto il mondo riportavano la sequela di insulti, sfottò e minacce tra i due leader, la diplomazia sotterranea lavorava.

C’è inoltre da notare che l’invito del giovane tiranno nordcoreano giunge in un momento delicato per Trump. Da un lato, infatti, la decisione di imporre dazi commerciali su acciaio e alluminio ha causato le dimissioni di Gary Cohn, uno dei consiglieri economici più influenti della Casa Bianca; dall’altro, proprio in queste ore c’erano state evoluzioni nello scandalo che vede coinvolta la pornodiva Stormy Daniels, messa a tacere da un ordine restrittivo promanato dal legale del presidente per evitare che facesse rivelazioni compromettenti sulla sua passata relazione con Trump.

La lettera appena recapitata è stata dunque provvidenziale per l’inquilino della Casa Bianca, e c’è chi dice che Kim abbia scelto con cura il momento per formulare un’offerta “che non si poteva rifiutare”.

Detto ciò, però, non bisogna sottovalutare alcune questioni fondamentali. In primo luogo i possibili meriti di Trump. Paradossalmente, l’approccio spregiudicato del presidente, così fuori dalle righe rispetto ai suoi predecessori, ha contribuito a sbloccare uno stallo diplomatico ormai stantio.

Puntando contemporaneamente su più tavoli (tra cui quello cinese), The Donald potrebbe infatti aver attuato la vecchia “teoria del pazzo” di nixoniana memoria.

Il perno centrale di tale strategia, attribuita per l’appunto all’entourage di Richard Nixon, consisterebbe nel minacciare azioni sproporzionate contro i nemici (proprio come ha fatto Trump paventando un attacco nucleare) allo scopo di spaventarli e costringerli a sedere al tavolo delle trattative.

Non sappiamo se c’è davvero uno schema così articolato dietro il comportamento dell’amministrazione americana, ma dobbiamo rilevare un fatto incontestabile: qualcosa si sta muovendo, anche grazie al vento nuovo che spira dopo l’ascesa del tycoon.

L’altro nodo da sciogliere riguarda poi gli obiettivi di Kim Jong Un. Cosa vuole ottenere, alla fine, questo pittoresco (ma non stupido) dittatore dalla strana capigliatura? Al riguardo le teorie sono tante, ma le più plausibili dicono che vorrebbe accreditarsi a livello internazionale e uscire dall’isolamento, utilizzando tuttavia una tattica altamente rischiosa.

A questo fine si aggiungerebbe un possibile movente psicologico, cioè arrivare a eguagliare le “gesta” (ovviamente dal suo punto di vista) del nonno e del padre, chiudendo finalmente la disputa con i vicini del Sud.

Bisogna infatti ricordare un dettaglio storico spesso trascurato: dopo la guerra di Corea (1950-1953) tra Pyongyang e Seoul non esiste ancora una pace ufficiale, ma solo un armistizio (per la cronaca, l’armistizio di Panmunjeom firmato tra i due stati nel 1953).

Chiudendo la questione, anche con una pace “finta”, che riprenda in toto le disposizioni ora vigenti, Kim potrebbe ottenere un’effimera vittoria propagandistica, appagando la sua smania di rimanere nella storia come il presidente ha finalmente “vinto la guerra”.

In questa intricata situazione diplomatica non dobbiamo infine dimenticare il terzo grande incomodo: la Cina.  Di fronte alle ultime azzardatissime intemperanze di Kim, anche il potente vicino cinese sarebbe interessato a disarmare i nordcoreani (come ha affermato Henry Kissinger, uno che conosce bene le politiche di Pechino), pur non volendo perdere il controllo di una preziosa pedina strategica in quell’aerea.

Insomma, se il meeting tra i due leader dovesse davvero concretizzarsi (e non è affatto detto), entreremmo in un terreno scivoloso e incognito, da seguire con estrema attenzione.

E di fronte a personalità così egocentriche come Kim e Donald, non è detto che tutti i progressi fatti finora possano saltare per una semplice incompatibilità caratteriale.

Ma è meglio essere cautamente ottimisti e augurarsi che il faccia a faccia vada per il meglio, per il bene di tutti.

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