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Politica & Giustizia: Antonio Ingroia, Uomini e Vicerè

Si ha l’impressione di un crepuscolo; è invece facile sia solo un’alba che non vuole sorgere

Ritratti di alcuni vicerè del Regno di Sicilia a Palazzo dei Normanni, Palermo

No. Non è questione solo di carrozze e di arazzi, di sete e di cavalli. Magari. Sono le cupe attitudini di un dominio capace di rendersi antiumano. Ecco il punto. E oggi sta solo regolando una faccenda domestica. Non c’è alcun inizio di una fine. Il Vicerè può ancora distruggere: e non pagare

Antonio Ingroia

Andiamo oltre, con il dott. Antonio Ingroia, oggi avvocato. Oltre l’indagine; oltre il sequestro, del conto corrente, della casa di Calatafimi. Andiamo oltre il “penalmente rilevante”: questa malattia dell’intelletto in cui ogni discorso pubblico sulla Sicilia e sull’Italia è precipitato. Non ci interessa: anche perché anch’egli è non colpevole, fino a condanna definitiva.

Ma facciamo di più: diamo per giuridicamente fondata la sua tesi: i rimborsi, le indennità, il vitto e l’alloggio da Grand Tour settecentesco, gli spettavano. E allora?

Verrebbe, per questo, sconfessato il potere spagnolesco di un reincarnato Vicerè, in cui “Il Sistema Istituzionale Antimafia”, a Palermo e “altrove nel Regno”, dopo le Stragi, e ogni giorno di più, è andato costituendosi? Nasce e muore, quel potere, all’altezza (o, alla bassezza) di una questione contabile? E’ cresciuto, è giunto a piena maturità, quel potere, solo nel fasto di segni esteriori, dei suoi cascami baronali, dei suoi codazzi gazzettistici, delle sue plebi plaudenti, dei suoi fercoli a sirene spiegate?

Se così si dovesse, o si volesse, ritenere, sarebbe stato e sarebbe poco più, o poco meno, di uno scherzo della storia, e forse della cronaca, dovremmo dire: con buona pace della grandeur sado-masochistica, che sempre alligna in certa “parola dei siciliani sui siciliani”: per la quale, non c’è ombelico del mondo più ombelico della Sicilia, e della Sicilia, più di Palermo.

No. Non è questione solo di carrozze e di arazzi, di sete e di cavalli. Magari. Sono le cupe attitudini di un dominio capace di rendersi antiumano. Ecco il punto. E oggi sta solo regolando una faccenda domestica. Non c’è alcun inizio di una fine.

Il Vicerè può ancora distruggere: e non pagare. Come con il dott. Contrada, il Generale Mori, l’On. Mannino, può prendere la vita di un uomo per venti e più anni, svuotarla di speranze, esporla alla lapidazione dei vili, offrirla alla desolazione del dubbio velenoso, dell’ombra incessante: e non pagare. Come con i “maledetti” delle Misure di Prevenzione, può ancora privarlo di ogni sostanza, ridurlo sul lastrico: e non pagare. Oggi, come ieri, prospera nell’altrui sofferenza mentre celebra, compiaciuto e prepotente, la sua intangibilità.

Quanto è vasto, questo risorto, proteiforme, vecchissimo e sempre nuovo vicereame? Qualche settimana fa, una sua Gran Dama, Saguto dott.ssa Silvana, al centro di un altro “regolamento domestico”, con pochi, sapienti, tratti, in un’intervista su “Panorama”, ne ha tracciato i confini: “C’erano i figli di tutto il tribunale a lavorare in quella sezione (seguono nomi di colleghi “semplici”, ma anche di capi di Uffici, requirenti e giudicanti).

Silvana Saguto

È capace di dimostrarlo? Nessuno può sconfessarlo. Voglio vedere chi può negarlo. È tutto documentato.

Le venivano raccomandati i nomi da parte dei suoi colleghi? Non erano raccomandazioni. Si trattava di referenze. Mi chiede se dei colleghi mi abbiano detto: “Lo nomini”? Le rispondo: “Tutti”. Posso fare centinaia di nomi”.

I confini del vicereame; ma anche l’anima, per così dire: “La legge dice espressamente che gli amministratori giudiziari devono essere uomini di fiducia, inavvicinabili e non spaventabili dai mafiosi. Chi meglio dei parenti di un magistrato? Non si troverà mai un sistema più virtuoso di quello basato sulla fiducia.”

“La fiducia”: parola nobile, qui strapazzata a magnificare l’appartenenza, il solidale spalleggiarsi, la militanza dell’interesse comune.

Solo oggi? Classe di cavalieri via via appiedatasi? Un Avvocato, ucciso, nel Febbraio 2010, con selvaggia violenza appena uscito dal suo studio, Enzo Fragalà, riassunse l’instrumentum regni più prezioso del Vicerè: per gli anni della “rifondazione”, per quelli “ruggenti”, e pure per quelli che seguirono: “gestione strumentale dei pentiti, spese pazze e inutili, le enormi risorse pubbliche messe in campo al fine di costruire e portare avanti teoremi politico-giudiziari finiti come sappiamo, senza peraltro che i geometri abbiamo dovuto scontare alcunché per gli errori commessi”. (). I “geometri”; per dire, i “costruttori” del Sistema e uno quasi quasi pensa a Platone.

E invece forse dovremmo pensare agli ingegneri, anzi, “all’Ingegnere”: “Si iniziò un’indagine su Michele Aiello….venne fuori che alcuni magistrati frequentavano la clinica dell’Aiello, nel senso ricorrevano a degli interventi sanitari presso la struttura..”  E’ la vita stessa che pare farsi panorama perenne, e fissarsi in “confidenza nel territorio”.

Il testimone prosegue: “…Io chiamai Ingroia, e gli riferii dell’indagine e in particolare dei rapporti del Ciuro stesso (assistente, di Ingroia, n.d.r.) con l’Aiello. Ingroia mi chiese consiglio e mi rilevò che alcuni operai di un’impresa edile di Aiello stavano facendo dei lavori presso una villa dei genitori dell’Ingroia, credo a Calatafimi…(sì, quella, n.d.r.) Io gli consigliai di non fare trapelare nulla dato che le indagini erano ancora in corso, e di fare finta di nulla e di continuare con i suoi rapporti con i due, come se nulla fosse”.

Chi è il testimone? Un altro “collega”. Senatore Piero Grasso: il 12 Aprile 2012, deponendo in Tribunale, a Caltanissetta. Lavori pagati, sia chiaro. C’erano indagini in corso: cautela e discrezione. Molto bene. E molto male lo stesso, però: perché, di nuovo, non ci interessa il “penalmente rilevante”; se lo tengano, per quello che vale. Sono i confini (certi, labili?), è l’anima del vicereame, che ci interessa. L’uno chiede consiglio, l’altro lo dà.

Pietro Grasso

Solo che, poche settimane fa, di Grasso, Ingroia dice: “…Non volle sottoscrivere l’appello della procura di Palermo contro l’assoluzione di Andreotti in primo grado. È stato molto cauto e prudente su trattativa Stato-mafia e l’inchiesta Dell’Utri, legittimamente, ma possiamo dire che è stato un magistrato cauto”. Cautele sì, cautele, no; legittime le une e  le altre, si può sostenere. Si va e si viene, liberamente.

Sta qui il segreto visibile del Vicerè: la “forma della legge”. Disporre come di un arcano volere sacerdotale, di superiore ispirazione e, perciò, indiscutibile. E se, ogni tanto, qualcuno resta indietro, tanto meglio per “Il Sistema”: si intratterranno le folle, e tutto come prima; meglio di prima.

Inutile aggiungere che ogni cosa è stata fatta in nome di “Giovanni e Paolo”. O forse no. Ingroia, nel corso della precedente campagna elettorale, si era paragonato proprio a Falcone: e la Procuratrice Ilda Boccassini, in non inconsueta allure da pasionaria: “Tra i due, la distanza si misura in milioni di anni luce”; replica: “Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei”. La battaglia delle idee.

In loro nome. C’è solo un particolare, tuttavia, che pare guastare l’armonia dei rimandi: “Giovanni e Paolo” non erano fastosi; no, niente vicereame. Per esempio, se dovevano scrivere una sentenza di rinvio a giudizio, e qualcuno aveva deciso di ucciderli, nessuno ne veniva a sapere niente; e andavano, con i loro cari preoccupati e ubbidienti, nella spartana foresteria di un carcere, a Pianosa: come uno stuolo di francescani, in silenzio.

E poi, richiesti, da una burocrazia strafottente di pagare il conto, lo pagavano. Senza fiatare. E senza mai impugnare il rischio della loro morte contro nessuno.

 

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