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Quando manca la speranza nei più giovani: Napoli e le baby gang

A Napoli il convegno “La Violenza delle Baby Gang” con ospiti autorevoli, tra cui il sociologo Luciano Brancaccio e il Procuratore Generale Luigi Riello

Baby gang (Foto Ansa)

11 e 12 anni, e già arrabbiati e privi di speranza. La baby gang del napoletano sono un fenomeno sociale di tristissima attualità, un fenomeno di cui parlare per poter agire da dentro, oltre che da fuori. Ad affrontare il tema, il convegno "La Violenza delle Baby Gang", tenutosi a Napoli alla presenza di ospiti autorevoli. Che hanno cercato di fare luce su una questione che ci coinvolge tutti

Il giornalismo si fa con le notizie. Le notizie possono essere “calde”, quando le si deve raccontare nel momento contingente all’avvenimento di cronaca narrato, pena l’inutilizzabilità o “fredde”, quando le si può raccontare sempre, a prescindere dal momento in cui sono avvenuti i fatti. Di norma, la cronaca nera racconta le prime, quelle calde, quelle a caldo, quelle che un morto è ancora a terra e già se ne vede la foto sulla versione web di una testata e già se ne conoscono le generalità, prim’ancora che il suo amico più caro lo sappia. Eppure a volte c’è un’eccezione alla regola, un’eccezione che a Napoli è la regola: quando si parla di baby gang, di giovani, anzi, di bambini perché quello si è a 11 o 12 anni, la notizia che li riguarda è sempre calda, è sempre tristemente attuale, è sempre qualcosa di cui si può e si deve raccontare. Anche se sono passati giorni, anche se la notizia è uscita dalla prima pagina di un titolone ad effetto, anche se il nome di una vittima coetanea dei suoi aguzzini non è più il fatto del giorno. Parlarne per agirne, da dentro, e da fuori: parlare alle orecchie di un ragazzino, guardarne gli occhi e saperne la storia che non sempre è quella di una criminalità familiare, anzi, più spesso è una storia che racconta di noia, per chi ha già tutto, compresi dei genitori a volte troppo distratti che suffragano mancanze compensandole con l’ultimo smartphone.

Napoli ne è tristemente teatro ma ancora Napoli ne è anche luogo di discussione e dialogo, nei posti che ne sono il cuore come Palazzo de Liguoro, che ha ospitato l’incontro-confronto a più voci, “La Violenza delle Baby Gang”.  La nobile e antica dimora ai Vergini della Principessa Paola de’ Liguoro di Presicce ha ospitato nelle scorse settimane il Convegno sulla condizione giovanile a Napoli ed ha dimostrato l’amore che la famiglia di Sant’Alfonso continua a nutrire per Napoli. I nomi sono stati di quelli autorevoli, di quelli che li ascolti e sai che ti diranno qualcosa di buono, qualcosa di pieno, qualcosa che se messo in pratica, qualcos’altro potrebbe cambiarlo. Tra gli interventi, quello del Procuratore Generale Luigi Riello, che ha relazionato e concluso i lavori, che hanno visto analisi scientifiche dettate dal prof. Luciano Brancaccio, docente di sociologia dell’Università Federico II. Interessanti gli specifici contributi del procuratore capo del Tribunale dei minorenni Maria de Luzenberger, della dr.Maria Troncone Procuratore capo a Santa Maria Capua Vetere, del dr. Giovandomenico Lepore già Procuratore della Repubblica di Napoli: “I giovani che delinquono mostrano rabbia e rancore perché ritengono di essere trascurati dalla politica che nega lo stato sociale e rende difficile anche la frequenza della scuola, come nel quartiere Sanità priva di Scuola Media”, le amare spiegazioni di giovanissimi già abbandonati a se stessi e alle loro scelte sbagliate.

Gli organi di giustizia, dunque, ma anche la chiesa attraverso le parole dei sacerdoti Alex Zanotelli e Maurizio Patriciello che hanno portato un messaggio di dolore ed anche di speranza . Da un lato povertà, da un altro speranza appunto, perché numerosi cittadini sperimentano la solidarietà. L’Assessore alle Politiche sociali del Comune di Napoli Alessandra Clemente, delegata dal Sindaco di Napoli ha parlato dei progetti pensati con la Municipalità insieme alle mamme dei giovani colpiti da episodi di violenza e vittime della droga. L’impegno del generale  Domenico Cagnazzo, figura storica di sostenitore della cultura della legalità, che ha portato il saluto dell’Associazione Nazionale dei Carabinieri e il metodo introdotto dall’Associazione Antonino Caponnetto che ha voluto l’incontro all’interno di un quartiere che ha molte delle caratteristiche della periferia, pur se nel cuore stesso di Napoli. Carenze di servizi, mancanza di luoghi di aggregazioni giovanili, di biblioteche, di spazi, insieme a situazioni strutturali deficitarie, alla presenza di abitazioni insalubri, in quartieri nei quali la criminalità è presente, intimidisce, ricatta ed esercita violenza sono stati i punti di partenza e le argomentazioni di una riflessione a più voci, dove in nessun caso si è negata l’evidenza e in nessun caso ci si è rassegnati ad essa.

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