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Siria, Mario Mauro: “Quando nel 2013 negai le basi a Francia e Gb contro Assad”

L'allora ministro della Difesa fronteggiò una situazione molto simile a quella di questi giorni. E, con il Governo italiano, lavorò per evitare la soluzione militare

L'ex ministro della Difesa Mario Mauro.

Mario Mauro, senatore ed ex ministro della Difesa, ricorda i giorni drammatici del 2013 quando Gran Bretagna e Francia chiesero all'Italia l'uso delle sue basi militari per attaccare Assad. Allora, il rifiuto di Roma portò Obama e gli alleati europei a lavorare per una soluzione diplomatica. Oggi, per Mauro, alla comunità internazionale si richiede la stessa prudenza. Soprattutto in mancanza di prove certe sulla responsabilità dell'attacco chimico

In base agli accordi internazionali e bilaterali vigenti, l’Italia continuerà a fornire supporto logistico alle attività delle forze alleate, contribuendo a garantirne la sicurezza e la protezione. Ma non parteciperà a qualsivoglia azione militare in Siria. È questa la posizione espressa dal premier Paolo Gentiloni, secondo quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi, ai suoi interlocutori nei contatti avuti sulla questione siriana. Questione che in queste ore ha fatto temere il peggio, dopo che l’ultimo attacco chimico del 7 aprile scorso a Douma, periferia di Damasco, ha suscitato l’indignazione del mondo intero e l’ira del presidente Donald Trump. Il quale, a colpi di tweet come è uso fare, ha minacciato la Russia di un attacco imminente, apparentemente sostenuto dalla Francia di Emmanuel Macron e dal Regno Unito di Theresa May. Più prudente, invece, la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha subito esplicitato che Berlino non contribuirà a un eventuale intervento armato. La tensione era talmente palpabile che i russi hanno spostato tutte le navi ormeggiate nel porto di Tartus, e che l’ambasciatore di Mosca alle Nazioni Unite ha dichiarato che l’ipotesi di uno scontro con gli Stati Uniti non è da escludere. Abbiamo chiesto a Mario Mauro, senatore e già ministro della Difesa con il governo Letta – e a quell’epoca si confrontò direttamente, come uomo delle istituzioni, con le vicende di politica internazionale legate al conflitto in Siria -, una riflessione su quanto sta accadendo e quanto potrebbe accadere, e sul ruolo dell’Italia nella crisi.

Senatore, in queste ore drammatiche soffiano venti di guerra. L’escalation è inevitabile, o pensa che la comunità internazionale riuscirà a sventarla?
“Intanto, penso sia indispensabile una premessa, che riguarda il conflitto siriano. Siamo abituati a chiamarlo guerra civile, ma è un fenomeno molto più complesso. Stiamo parlando di una guerra regionale in cui sono coinvolte importanti potenze, tra cui Arabia Saudita e Iran, che da tempo si contendono l’egemonia per il controllo sul Golfo. Ma il conflitto riguarda da vicino anche il tema della sicurezza di Israele, e le conseguenze della politica neo-ottomana di Erdogan. In più, teniamo conto che le sorti della Siria significano molto per il fenomeno dello spill over dei richiedenti asilo, soprattutto per quel che riguarda due Paesi confinanti come Giordania e Libano: manca poco per avere impressa l’immagine di quella “guerra mondiale a pezzi” paventata anche da papa Francesco”.

“Mondiale” perché, in aggiunta a tutti questi attori, sono coinvolte anche le grandi potenze mondiali…
“Esattamente: Stati Uniti, Russia, ma anche Francia e Gran Bretagna. E sullo sfondo, e non vorrei che fosse per pagare il conto, una Unione Europea che appare al traino di strategie che mi limito a definire nazionali, ma che forse dovrei definire neocoloniali, e che possono rappresentare un pericolo molto concreto anche per la natura del progetto europeo”.

Strategie che, peraltro, abbiamo già visto in passato…
“Sì, le abbiamo già viste. Nel 2013 la Francia e la Gran Bretagna adombrarono l’idea, insieme con Obama, di un intervento armato che potesse annichilire l’arsenale chimico di Assad. Per evitare una tragedia di più grandi dimensioni – il bombardamento avrebbe aperto la strada di Damasco alle formazioni armate di Al-Nusra e Isis -, si convenne, nel G20 di San Pietroburgo, anche grazie al grande attivismo del Governo italiano, di arrivare a un’altra soluzione, cioè una consegna volontaria da parte dei siriani del proprio arsenale chimico, che venne poi distrutto in mare. La verifica di quella consegna venne fatta dagli americani. Per cui, appare ancor più dubbioso il quadro che oggi viene tracciato di un esercito siriano iperdotato di armi chimiche, che per di più userebbe quando ha già vinto la guerra sul terreno, giusto per dare l’occasione di farsi spianare dall’intervento di potenze occidentali che solo in questo momento potrebbe ribaltare gli esiti della guerra”.

Lei, quindi, dubita che la responsabilità dell’attacco chimico sia di Assad, come l’Occidente sostiene?
“Io reputo Assad tutt’altro che un santo. Certo, quando alle comunità siriane è stato chiesto di scegliere tra l’Isis e Assad, molti hanno scelto quest’ultimo. Essere consapevoli di quello che sta succedendo in quella parte dello scacchiere, vuol dire anche dosare interventi e denunce: è capitato più di una volta di vedere entrare in questa guerra – che è anche guerra mediatica – operazioni in cui molto poco si è capito di chi ha fatto che cosa. Dato che tutti sono operativi sul terreno, perché vi operano eserciti di innumerevoli nazioni, credo che prima di far partire azioni unilaterali in cui ognuno dice di avere le prove senza mai mostrarle, sarebbe logico che nel luogo deputato – il Consiglio di Sicurezza dell’Onu – se qualcuno ha delle prove le mostrasse. Inoltre, un Paese come la Siria che è diviso tra due tavoli – quello delle Nazioni Unite e quello di Astana, in cui operano Turchia, Iran e Russia – vede prospettarsi delle soluzioni traumatiche per le proprie vicende da luoghi che oggi non esistono sul piano diplomatico: un’iniziativa di una qualsivoglia coalizione che operasse a senso unico proporrebbe o imporrebbe soluzioni fuori dai tavoli deputati a farlo”.

Lei citava peraltro il caso del 2013. In quell’occasione fu parte attiva nel fronteggiare quella crisi, come ministro della Difesa.
“Sì, anche in quella circostanza ci fu una richiesta di basi da parte di Francia e Gran Bretagna, richiesta – con molta semplicità – rispedita al mittente con l’obiettivo di confrontarsi su qualcosa di molto più concreto, cosa che poi fece recedere dall’idea di un intervento armato in quei termini”.

Come dovrebbe comportarsi quindi l’Italia in questo momento, a suo avviso?
“L’Italia in questo momento ha un governo in supplenza, legittimo dal punto di vista costituzionale, ma è già stato eletto un nuovo Parlamento. In passato, spesso è capitato – e l’ultima è stata la vicenda libica – che iniziative trainate dalla Francia abbiano creato più problemi di quanti ne abbiano risolti. Quindi, io suggerirei molta prudenza, e, al nostro Parlameno e Governo, di discernere con la rara saggezza di Angela Merkel”.

Le consultazioni sono in corso e sono ancora ben lontane dal concludersi positivamente. C’è chi pensa che, visto il quadro internazionale, il presidente Mattarella dovrà per forza di cose accelerare i tempi…
“Spero che non ci si riduca al punto di chiudere le consultazioni perché si deve dare una risposta a livello internazionale. Direi piuttosto il contrario: che l’urgenza sul piano internazionale dovrebbe dare più consapevolezza alle forze politiche nell’affrontare le consultazioni. Sono i partiti che devono essere più maturi e consapevoli di quello che succede nel mondo, e non sacrificare ciò che succede nel mondo al risiko da piccoli protagonisti della politica”.

E secondo lei è realistico che ciò accada?
“[Ride] Per questa domanda mi avvalgo alla facoltà di non rispondere”.

Lei è stato in Siria di recente. Che impressione si è portato a casa, vedendo un Paese distrutto da un conflitto che dura da 7 anni?
“Sicuramente, in questo Paese è successo qualcosa che occorreranno generazioni per dimenticare. Il lavoro che bisogna fare come comunità internazionale è prima di tutto quello di liberare il terreno dagli attori esterni. Così come consideriamo esterni i foreign fighters, prima o poi dovranno andarsene le milizie di Hezbollah, il partito di Dio filolibanese sciita e filoiraniano, come le stesse milizie iraniane, come i soldati americani che sono al di là dell’Eufrate e che concordano con i curdi la strategia di combattimento anti-Isis, oggi in imbarazzo per l’intervento turco. Sono i siriani che si devono riappropriare del proprio destino, contenendo il più possibile l’influenza di Arabia Saudita, Turchia e Israele. Per ottenere questo bisogna garantire i termini di più basilare sicurezza”.

E sui rapporti con la Russia come finirà? Nelle scorse ore Mike Pompeo ha detto che l’era del soft power con Mosca è finita…
“Penso faccia parte più in generale di una valutazione strategica da parte americana. Parliamoci chiaro: io penso che per gli Stati Uniti si affacci una prospettiva molto impegnativa per il futuro, perché ci sono tre Paesi – Russia, Cina, Turchia – che hanno modificato le proprie democrazie sul piano costituzionale, rendendole democrazie a vita, cioè consentendo ai presidenti di esserlo a vita. Questo non è poco, sul piano del confronto internazionale. Credo che molta durezza che vediamo da parte americana sia motivata dal timore che prendano piede ipotetiche dittature, in modo da complicare lo scenario globale , e di non avere più, nel giro di breve tempo, la possibilità di porre dei limiti. Sono problemi talmente ampi che forse meriterebbero un coinvolgimento più che formale di questa istituzione un po’ “appassita” che chiamiamo Organizzazione delle Nazioni Unite”.

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