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Quegli “angeli” che a Capaci cambiarono l’Italia, il 23 maggio di 26 anni fa

Siamo andati a Palermo per le celebrazioni dell'anniversario della strage di Capaci. Mentre monta lo scandalo che investe certa parte dell'antimafia

23 maggio 1992, 26 anni dopo. Si sono tenute a Palermo le celebrazioni per l'anniversario della strage di Capaci, in presenza di tanti autorevoli ospiti, con cui abbiamo avuto il piacere di parlare. Una giornata dedicata, in primis, al coraggio degli uomini e delle donne delle scorte, mentre monta lo scandalo che investe certa parte dell'antimafia palermitana, macchiando la memoria di chi si immolò per la causa

Interviste e servizio di Laura Bercioux
Montaggio di Giulia Pozzi

Lavoretti dei bambini della scuola elementare, in occasione delle celebrazioni.

Il 23 maggio 1992 segna la storia del nostro Paese. Le stragi di mafia insanguinano Palermo, colpiscono senza alcuna pietà chi non li teme e li assicura alla giustizia. Alle 17:58 a Capaci, ventisei anni fa, oltre quattrocento chili di tritolo uccidono Giovanni Falcone e la sua scorta e dopo soli cinquantasei giorni, in Via D’Amelio, una macchina imbottita di esplosivo, ammazza Paolo Borsellino e i suoi uomini. Uomini che cadono per mano di Cosa Nostra ma che riescono a dare un duro colpo alla mafia. Uomini che rinascono nelle coscienze delle nuove generazioni nella lotta al crimine organizzato.

26 anni dopo, anche oggi, nell’Aula Bunker di Palermo, il luogo del Maxi Processo, la celebrazione della giornata della legalità e della memoria ha ricordato Falcone e Borsellino e le scorte. Una giornata che ha visto la città di Palermo inondarsi di giovani: 70mila gli studenti arrivati da tutta Italia per ricordare questo anniversario dedicato agli uomini e alle donne delle scorte. Un 23 maggio che raccoglie intorno a sé quegli “angeli” che hanno rischiato la vita per proteggere i servitori dello Stato. “Quest’anno – dichiara Maria Falcone, Presidente della Fondazione Falcone – dedichiamo la ricorrenza del 23 maggio agli agenti di scorta caduti negli attentati di Capaci e Via D’Amelio. Giovanissimi, spesso poco più che ragazzi hanno questo in comune: erano uomini e donne dello Stato morti per aver fatto con coscienza il loro lavoro, così duro e pericoloso, fondamentale nella lotta alla mafia. Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano – gli angeli delle scorte  come amiamo chiamarli – sono da noi tutti ricordati per quel grande senso del dovere che li accomuna a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino. E’ questo l’insegnamento che viene dal loro sacrificio: l’antimafia, quella vera, esige che ciascuno agisca, quotidianamente, con onestà e onore. Il loro esempio è monito per tutti noi, adulti e giovani, perché nessuno può considerarsi esente da questo imperativo morale”.

Il presidente della Camera Roberto Fico alle celebrazioni.

Ogni giorno, le Forze dell’Ordine, sono impegnati in un lavoro pericoloso che dovrebbe essere al centro delle attenzioni governative del nostro Paese. A tal proposito, il Procuratore Nazionale dell’Antimafia e dell’Antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho ha dichiarato: “Un ruolo che spesso viene dimenticato ma soprattutto il segnale di quanto sia importante dare tutto il proprio impegno per il miglioramento della società. Penso che il sacrificio delle scorte sia il segno più evidente di un qualcosa di più, non solo del dovere, nell’ambito del rischio che si corre nello svolgimento di questa attività, immolarsi per uno Stato che possa fare fino in fondo il proprio dovere per conseguire l’obiettivo della vittoria sulla mafia”. E sull’impegno del contratto di Governo per la giustizia e la lotta alla mafia il Procuratore de Raho ha detto: “Innanzitutto vorrei che si verificasse perbene il contenuto di quel contratto. La certezza è che fino ad oggi dal punto di vista politico e delle campagne elettorali non si è tenuto in alcun conto della priorità mafia ma questo è un discorso che non deve essere richiamato solo quando c’è una commemorazione come questa ma è un tema sul quale occorrerebbe la massima sensibilità soprattutto da parte della politica”.

Gennaro Migliore, Sottosegretario alla Giustizia, Governo Renzi- Gentiloni, ha commentato la giornata del 23 maggio: “Noi abbiamo lavorato nel corso di questi anni per rafforzare ancora di più gli strumenti per contrastare la mafia e tutte le organizzazioni criminali che rappresentano tuttora un potere molto forte in questo Paese si dovrebbe parlare di più e dovrebbe essere di più al centro anche del dibattito pubblico. Il Governo lo ha reso centrale nel corso di questi ultimi anni, spero che diventi soprattutto nel cuore di questi ragazzi che sono il futuro del nostro Paese la priorità del loro impegno”.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel ricordo di Giuseppe Ayala, il Pubblico Ministero a capo del Pool Antimafia: “Se penso che quando cominciammo il nostro lavoro alla fine degli anni ’80, al Palazzo di Giustizia c’era chi ci si chiedeva “ma siamo sicuri che la mafia esiste?”. Sembra una cosa da archeologia, è una cosa di 30 anni fa. I prezzi che si sono pagati in termini anche di vite umane sono enormi, il ricordo di oggi rientra in questo quadro ma non c’è dubbio che molto è cambiato, soprattutto si va diffondendo tra molti giovani la gravità di questo fenomeno. E’ chiaro che l’impegno deve essere costante e non deve avere flessioni. E non bisogna pensare che basti l’aspetto repressivo, allo Stato bisogna riconoscergli il risultato che ottiene grazie alla Magistratura e alle Forze di Polizia, ma ci vuole anche un altro aspetto, che io chiamo preventivo, cioè quello culturale. Bisogna impegnarsi molto con i giovani per aiutarli a crescere con la ricchezza che è determinata dalla cultura della legalità , questo farà cambiare il Paese: oggi è una realtà che esiste ma che va potenziata”.

Intanto gli ultimi scandali aggiungono altri tasselli a quel tipo di antimafia che insulta la memoria di questi uomini e di chi invece opera con onestà e senso della legalità. Dal caso Saguto al caso Montante, che sgretola l’opinione pubblica, in attesa di sentenze, l’immagine e l’operato di una certa antimafia. Nell’inchiesta sull’ex presidente degli industriali Antonello Montante, dove gli inquirenti ritengono di aver scoperto un sistema di potere basato su spionaggio e corruzione che ha travolto anche l’ex Presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, Ayala commenta: “Ci sono inchieste in corso. La mia veste di magistrato mi impone cautela, sebbene in pensione. C’era un signore di nome Leonardo Sciascia che nel gennaio del 1987 scrisse quel famoso articolo di cui sbagliò gli esempi ma i professionisti dell’antimafia, Sciascia oltre ad essere un grande scrittore era anche un grande visionario, aveva un orizzonte più ampio di quello nostro, aveva già capito. Però per questi aspetti deteriori, indubbiamente, non è che si può cancellare un’antimafia seria, impegnata. Non devo dare pagelle a nessuno non faccio elenchi, ma che esista un’antimafia seria non c’è dubbio. Purtroppo si pagano anche questi prezzi ma bisogna andare avanti lo stesso”.  Riecheggiano le parole di Lucia Borsellino, pronunciate qualche anno: “Mio padre e Giovanni non hanno mai pronunciato la parola antimafia”. 

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