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Corea del Nord, niente summit con Kim ma Trump “il kamikaze” ha una strategia

Sembra quasi una mossa-kamikaze, perché a rischio c'è un'opportunità storica. Ma Donald Trump spera ancora di spuntarla

Un murales sarcastico sul presidente USA Donald Trump e sul leader nordcoreano Kim Jong-Un.

La CNN l'ha definita l'ennesima mossa della guerra che Trump sta combattendo contro se stesso. In effetti, l'annullamento del summit con Kim Jong-Un sembra una decisione masochistica, da autosabotatori. In realtà, Donald Trump - con il metodo, passateci l'espressione, del "bastone e carota" - spera ancora di passare alla storia come il Presidente che l'ha spuntata con la Corea del Nord. Ma non è detto che ci riuscirà

Vi avevamo avvertiti qualche settimana fa: prima di cantare vittoria per l’incontro – storico – programmato tra Kim Jong-Un e Donald Trump, sarebbe stato necessario attendere la mossa successiva del presidente degli Stati Uniti d’America. Mossa che è giunta in queste ore, proprio nel giorno in cui si è svolta la cerimonia per lo smantellamento definitivo dell’area militare da dove il regime ha condotto i test nucleari, con una lettera, indirizzata a Kim Jong-Un, in cui il Commander-in-Chief cancellava ufficialmente il vertice in questione, capolavoro diplomatico al quale, tra gli altri, il leader sudcoreano Moon Jae-In ha lavorato alacremente negli ultimi mesi. Una decisione che la CNN definisce, ad avviso di chi scrive opportunamente, l’ennesima mossa della guerra che Trump sta combattendo contro se stesso.

Soprattutto, se si considera tutta la storia, così come è iniziata mesi fa. Da quello sprezzante nomignolo “Little Rocket Man” appiccicato dal Presidente addosso al rivale nordcoreano, che a sua volta apostrofò il primo come “rimbambito” (“dotard”), passando per la guerra dei bottoni nucleari – guerra giocata rigorosamente in dimensioni e a colpi di tweet -, la notizia del vertice è stata però descritta da Trump, con un improvviso shift retorico, come un’incredibile opportunità. L’occasione, in parole povere, di “fare la storia”, una storia che nessuno, prima di lui, aveva saputo scrivere. Non a caso, a fine aprile Trump aveva twittato: “Divertente come tutti gli esperti che non si sono neppure avvicinati a fare un accordo sulla Corea del Nord siano ora tutti lì a dirmi come farlo”. Toni duri e minacce prima, una grande enfasi sulla possibile soluzione poi. Enfasi che, perlomeno nella strategia del Presidente, vorrebbe suggerire come il pugno duro iniziale sia stato propedeutico al risultato.

Che questo sia vero o meno, difficile dirlo. Soprattutto considerando il ruolo centrale giocato dalla Sud Corea, ma anche dalle sanzioni della comunità internazionale – che pure hanno avuto pesanti ricadute sulla già stremata popolazione del Paese -. Ad ogni modo, a fare infuriare Trump, spingendolo ad annullare l’incontro con Kim Jong-Un, è stata la frase (indubbiamente inopportuna) della vice ministra degli Esteri nordcoreana Choe Son-hui, che ha definito il vice presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, “una stupida marionetta politica”. Non a caso, tra le motivazioni citate nella lettera di Trump per la cancellazione del vertice, si fa riferimento all'”aperta ostilità mostrata nella vostra recente dichiarazione”. Ieri, poi, in un’intervista alla tv Fox News, Pence aveva avvertito che la Nord Corea avrebbe fatto la fine della Libia di Gheddafi, se non fosse andata avanti con la denuclearizzazione. “Come persona che si occupa degli affari esteri Usa, non posso celare la mia sorpresa per l’ignoranza e la stupidità dei commenti del vice presidente americano”, aveva replicato Choe Son-hui, la numero due del ministero degli Esteri nordcoreano, incaricata agli affari americani e persona di fiducia di Kim Jong-un.

La dicotomia trumpiana evidenziata più sopra (pungo duro vs. enfasi sulla possibile soluzione ) la si ritrova anche nella lettera firmata dal Presidente. I cui toni sono essenzialmente cordiali, perlomeno rispetto ai tweet di fuoco a cui siamo ormai largamente abituati: “Apprezziamo il suo tempo, la pazienza e lo sforzo nelle recenti trattative relative al summit, in calendario il 12 giugno”, “un fantastico dialogo si stava sviluppando fra di noi. Un giorno ci incontreremo. Allo stesso tempo, voglio ringraziarla per il rilascio degli ostaggi che ora sono a casa con le loro famiglie. È stato un bel gesto, molto apprezzato”, fino alla conclusione aperta: “Se cambia idea in relazione a questo importante summit, non esiti a chiamarmi o a scrivermi”. Ma, nel corpo del documento, compare anche una minaccia, che richiama quella “guerra dei bottoni nucleari” a cui abbiamo già accennato prima: “Lei parla delle vostre capacità nucleari, ma le nostre sono così imponenti e potenti che io prego Dio affinché non debbano mai essere usate”.

Lo stile è lontano dal “Little Rocket Man” di cui sopra, ma del resto anche il medium scelto – la lettera ufficiale – è ben altra cosa dal veloce e “fumantino” Twitter. Ma la compresenza, anche in questo caso, di “bastone e carota” – passateci il termine – fa pensare a una strategia: da un lato, cioè, Trump è pienamente consapevole dell’importanza del vertice, dal punto di vista politico-strategico, ma anche a livello di immagine (imperdibile l’occasione di arrivare laddove Obama e i suoi predecessori non erano stati in grado di spingersi); dall’altro, tuttavia, non vuole rischiare di perdere la faccia, e di apparire troppo debole nei confronti delle provocazioni del rivale. Il rischio resta: ed è quello di bruciarsi definitivamente un’opportunità indubbiamente storica. Anche perché in ballo c’è molto più che il destino politico del Presidente: c’è la pace nucleare del globo. E scusate se è poco.

 

 

 

 

 

 

 

 

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