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Mattarella, Savona, l’Ue: domande, non risposte, sulla crisi politica italiana

La (legittima ma controversa) decisione del Capo dello Stato sarà un antidoto al cosiddetto "populismo antieuropeo", o un regalo ad esso?

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Credits: Quirinale).

Vi avverto: qui sotto troverete più dubbi che soluzioni, più domande che risposte. Nessun giudizio tranchant, nessuna soluzione semplice. Nessuna "ola" al Capo dello Stato, nessuna denuncia di "colpo di stato" o "alto tradimento". Nessun "sì all'euro", nessun "no all'euro". Nessun "evviva l'Europa", nessuna "Europa matrigna". Solo domande. Ma domande - a parere di chi scrive - doverose e necessarie

In questo articolo troverete più domande che risposte. Perché, a volte, più che arrogarci la capacità di trovare soluzioni facili a una situazione troppo complessa e piena di sfaccettature, che sfugge totalmente al nostro controllo, può essere di qualche aiuto porsi delle domande. Le domande giuste. E di fronte a quanto sta accadendo in queste ore in Italia, da cittadina, da elettrice, e da giovane adulta che, per quanto lontana dal suo Paese, lo ama e spera, un giorno, di essere pienamente ricambiata, le domande abbondano, le risposte latitano.

Partiamo dalle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parole che hanno fatto il giro del mondo: “Ho accolto la proposta per l’incarico di presidente del Consiglio, superando ogni perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento e ne ho accompagnato, con piena attenzione, anche il lavoro per formare il governo. Ma il capo dello Stato non può subire imposizioni. Ho chiesto per il ministero dell’Economia l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con il programma. Che non sia visto come sostenitore di una linea più volte manifestata che potrebbe provocare l’uscita dell’Italia dall’euro”. Da cittadina, da elettrice, non posso dire di non comprendere le preoccupazioni del Capo dello Stato. Il suo è un ruolo costituzionale di garante: garante degli interessi della Repubblica. La sua mossa è stata certamente controversa, criticabile dal punto di vista politico, ma forzate mi sembrano le varie accuse di “alto tradimento” e di “colpo di stato” formulate in queste ore in maniera – a mio avviso – strumentale e semplificatoria. E non ritengo neppure commentabile la prospettiva di una procedura di impeachment ventilata da Movimento Cinque Stelle e FDI.

Sicuri che la decisione di Mattarella sarà efficace nel garantire gli interessi del Paese?

Ma – e qui arriva la prima domanda – siamo sicuri che la decisione di Mattarella sarà efficace per il sua proposito ultimo e implicito, accennato più sopra, cioè quello di salvaguardare gli interessi del Paese? Certo, si dirà: il Capo dello Stato vuole evitarci un tracollo finanziario, una nuova retrocessione dell’economia, un ulteriore commissariamento e il ripresentarsi dei neri scenari da cui siamo faticosamente scampati (almeno in parte) dopo la crisi del 2008. Ma siamo certi che il “no” a Paolo Savona, il temutissimo economista “anti-euro”, sortirà proprio questo effetto?

È il “populismo” il nostro vero e unico nemico? È la malattia, o il sintomo?

Lo ammetto: questa è la domanda delle domande. Rispondere a tale quesito significa prendere una posizione definitiva sull’euro, sull’attuale modello economico, e su argomenti che superano di gran lunga le mie competenze sulla questione. Ma è anche una domanda che ne apre, collateralmente, altre, su cui, a mio avviso, vale la pena ragionare. E che riguardano, più nello specifico, il concetto di “populismo”. Populismo, questo mostro a tre teste che minaccia la nostra società. Populismo, il male di tutti i mali. Populismo, l’origine di tutti i mali. Populismo, l’apocalisse in arrivo. Populismo… Fermi tutti – ed ecco un’altra domanda -:  siamo certi che sia proprio così? Siamo sicuri che il populismo sia la malattia che dobbiamo combattere, e non, piuttosto, il sintomo della malattia? E soprattutto, siamo certi che sia possibile e necessario neutralizzarlo, senza, prima, riflettere approfonditamente sulle sue cause e sulla sua origine, abbandonandoci all’allarmismo apocalittico, trasfigurandolo nel demonio in persona?

Sarò chiara, nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo: non sono un’ammiratrice di Donald Trump, di Viktor Orban, di Luigi Di Maio o di Matteo Salvini. Tutt’altro. Ma ritengo anche che indignarsi per la loro elezione, prendersela con il suffragio universale, inveire contro il “popolo bue” e chi più ne ha più ne metta sia un atteggiamento molto poco costruttivo. Un coprirsi gli occhi di fronte a qualcosa che esiste, davanti e prima del populismo, che esiste da anni e che per troppo tempo è stato ignorato. Qualcosa che assomiglia a un progressivo e inesorabile scollamento della politica e degli attuali modelli economici dagli interessi dei cittadini. Qualcosa che non avrebbe potuto far altro, prima o poi, che scatenare la rabbia generale, la rabbia cieca, a volte, quella che rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca.

Da dove è mai sbucato questo “populismo”? E perché?

Lo abbiamo visto accadere in America, lo abbiamo visto in Europa. Intere fette di popolazioni che si sono sentite escluse per troppo tempo dall’attenzione dell’establishment politico-economica, e che si sono mostrate ricettive alla narrazione – certo, spesso semplificatoria, spesso forviante, spesso retrograda – dei cosiddetti “populisti”. Ma – ancora una domanda – se questa narrazione ha potuto prendere piede, non sarà anche perché è stato lasciato vuoto uno spazio enorme, anzi una voragine, che i nuovi arrivati si sono affrettati a riempire? Non sarà anche perché i partiti socialisti, che in teoria avrebbero dovuto difendere le classi più in difficoltà e i lavoratori, si sono di fatto scordati di loro? Non sarà anche perché il verbo della finanza ha finito per erodere ogni diritto umano? Perché il welfare è sempre più un privilegio inaccessibile ai più? Non sarà perché al centro di tutto non ci sono gli interessi di molti, ma quelli di pochi, e perché qualcuno si è industriato perché ciò avvenisse?

È tutta colpa di Italia e Grecia? È tutta colpa della Germania?

Veniamo ora all’Europa, argomento su cui si è consumata – di fatto – la frattura politica di oggi. Avete letto i commenti di questi giorni della stampa tedesca alla situazione politica italiana? “Come si dovrebbe definire il comportamento di una nazione che prima chiede qualcosa per lasciarsi finanziare il suo proverbiale ‘dolce far niente’ – si è domandato l’editorialista di Der Spiegel – e poi minaccia coloro che dovrebbero pagare se questi insistono sul regolamento dei debiti?”. Non sono un’appassionata della retorica antitedesca e, tantomeno, antieuropea, né posso dire di non essere critica nei confronti del Belpaese; eppure, ammetto che queste parole mi hanno fatto rabbrividire. Perché, se la versione per cui Paesi come Italia e Grecia sono vittime indifese e incolpevoli della malvagia Berlino è certamente parziale e semplificatoria, lo è però anche la retorica nuda e cruda delle formiche e delle cicale, del Nord ligio alle regole e del Sud spendaccione. Un esempio? Considerate il mostruoso surplus commerciale tedesco, ben al di sopra delle norme europee. Un altro esempio? Ripensate alla progressiva svendita della Grecia messa in atto scientificamente dai creditori in quello che dovrebbe essere, perché così lo chiamano, un “piano di salvataggio”.

L’Europa di oggi è davvero quella sognata dai padri fondatori? Salvaguardando lo status quo, si potrà mai cambiarla?

Un’altra domanda ancora: l’Europa di oggi è davvero quell’Unione Europea sognata dai padri fondatori? Un’Europa fondata sulle regole, sì, ma anche sulle responsabilità condivise e sulla solidarietà? O è una sua brutta copia, che per troppo tempo ha sacrificato l’uomo, il cittadino sull’altare dei conti pubblici e degli interessi di pochi, e che, di fronte alla crisi migratoria – una crisi che riguarda tutti, e che tutti dovrebbero gestire – erge muri e fili spinati? Siamo insomma certi che l’unica alternativa alle soluzioni facili propugnate dai populisti sia la difesa dello status quo? Siamo sicuri che il solo antidoto ad essi sia l’iscrizione sulla lista nera di un economista allievo di Guido Carli, che ha lavorato in Bankitalia, che ha partecipato al Bildeberg, ex ministro di Ciampi, ma che rileva le criticità della moneta unica – negli ultimi anni posizione peraltro sempre più legittima e legittimata in economia -, e non la considera un dogma?

Savona e l’esecutivo Conte avrebbero contribuito ad aprire un dibattito sui tavoli europei, o ci avrebbero fatto incagliare definitivamente nell’iceberg?

Vi avevo avvertiti all’inizio: non ho la risposta a queste domande. Ma ho un dubbio. Ho il dubbio che censurare queste posizioni, soprattutto quando hanno mosso la maggioranza degli italiani a votare per partiti che le sostengono, non sia la soluzione del problema. Ho il dubbio che liquidare come populisti pericolosi tutti coloro che non si riconoscono nell’Europa così come oggi è concepita non salverà l’Europa. Ho il dubbio che rifiutare in toto istanze così diffuse e così sentite non farà altro che rafforzarle. Ho il dubbio che l’aver detto “no” a Savona per le critiche, anche forse legittime, da lui avanzate sulla moneta unica non farà che irrobustire i messaggi diretti alla “pancia” degli italiani. E darà ulteriore credito a chi sostiene che siamo “telecomandati” da Bruxelles. Che brutta e cattiva come ce la descrive qualcuno forse non è, ma che, di certo, ha un gran margine di miglioramento. Savona e l’esecutivo Conte avrebbero potuto contribuire ad aprire un dibattito sui tavoli europei, oppure ci avrebbero fatto incagliare definitivamente nell’iceberg? Questa è una delle tante domande a cui proprio non so rispondere. Ad ogni modo, sembra che non lo sapremo mai.

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