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E ora gli italiani scelgano: o Di Maio e Salvini, o il Presidente Mattarella

Nuove elezioni arriveranno presto. E, con la richiesta di impeachment per Sergio Mattarella, la crisi non è riparabile se non con una frattura totale

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Credits: Quirinale).

Sergio Mattarella è un galantuomo. Pochi uomini hanno l'onore di avere una storia che parla per loro. Mattarella ce l’ha. Ma la crisi istituzionale che si è consumata nelle scorse ore non è riparabile se non con una frattura totale. Anche perché M5S e FdI vogliono l'impeachment. E ora, o avrà ragione il Presidente, o la maggioranza dei votanti italiani. Lo scopriremo alle prossime elezioni

Tutto quello che viene detto in queste ore è condivisibile a suo modo. Ma una cosa è certa, e cioè che la crisi istituzionale non è riparabile se non con una frattura totale.  Analizzando tutti gli scenari politici, è pacifico che nuove elezioni arriveranno presto. Gli animi sono caldi e il M5S ha chiesto pubblicamente lo stato di accusa del Presidente, seguiti da FdI.

Occorre chiarificare che Mattarella è un galantuomo. Pochi uomini hanno l’onore di avere una storia che parla per loro. Mattarella ce l’ha. Non è in dubbio il suo senso del dovere né la sua abnegazione verso il Paese che rappresenta. In un certo senso, l’amore per l’Italia lo ha portato a pensare che la sua idea di interesse nazionale sia l’unica e la migliore possibile. Egli ha messo in campo argomenti politici, pur restando sulla difensiva, come non era mai successo. Enrico Mentana ha commentato in diretta che nessun Presidente della Repubblica ha parlato di motivi così inerenti alla politica, rischiando di farne parte a sua volta.

I partiti che hanno la maggioranza in Parlamento, e che hanno anche i numeri per l’impeachment, la pensano allo stesso modo. Sarebbe una ferita grave, ma non letale, per il M5S, che perderebbe quei sostenitori che vedono nel Presidente ancora una garanzia. Semplicemente molti di loro non vogliono arrivare a una rottura istituzionale non più sanabile. Di Maio ha portato avanti le sue ragioni in un video pubblicato sui social, dove ha lanciato l’ashtag #ilMioVotoConta, marcando come bufale e terrorismo psicologico lo spettro dei Mercati (che oggi, nonostante il volere del Presidente, ci penalizzano). Altre bufale sarebbero quelle dei precedenti veti espressi da Presidenti come Pertini e Cossiga e Napolitano: “Gratteri era un magistrato in funzione, Previti l’avvocato di Berlusconi (non si può confondere cosa pubblica e cosa privata) e Maroni aveva problemi giudiziari. Savona ha la colpa di aver scritto un libro, reato di opinione” e ribadendo che “Savona voleva portarci fuori dall’Euro è una bufala.

La spada di Damocle ci mette tutti davanti a una scelta esiziale: o avrà ragione il Presidente o la maggioranza dei votanti italiani (rappresentati da Lega e M5S). Già Salvini e Di Maio hanno fatto sapere che alle prossime elezioni, chieste immediatamente dopo il discorso di Mattarella, proporranno ancora Savona al Ministero dell’Economia. Se ciò dovesse accadere, ci ritroveremmo nella stessa situazione presente. Né la Lega, né il M5S abbandoneranno questa posizione. Per molti elettori, infatti, il gesto di Mattarella è stato oscuro, forse condizionato dalle opinioni dei “mercati” o di “agenti” esterni. Non è certo immaginabile che un professionista come Savona avrebbe fatto passare leggi senza copertura, questo Mattarella lo sa bene. Deve esser stato, come ha confermato nella sua dichiarazione, un segnale verso i partner e i mercati “per tutelare il risparmio degli italiani”. In pratica deve aver considerato la presenza di Savona nel governo un attacco alla stabilità finanziaria del Paese sic et simpliciter. Di certo è bastato a compattare quei partiti e movimenti che effettivamente pensano che in Europa ci siano squilibri non più risolvibili dal tecnico di turno. Come collimare allora queste posizioni inconciliabili?

Sostiene Giulio Sapelli (professore di Storia Economica e promotore di organizzazioni per la lotta alla corruzione economica) che è avvenuta una “lotta culturale” che è stata vinta da quelli che “da Forza Italia a Monti e al PD hanno distrutto le basi industriali di questo Paese con le privatizzazioni senza liberalizzazioni… distruggendo l’Italia e aumentandone le disuguaglianze”.

Semplicemente non è possibile. È per questo che Di Maio, parlando da Fiumicino, ha riconosciuto che per portare il vero “cambiamento” devono essere eletti quei ministri già proposti da Conte quest’oggi. Per far questo, e per evitare uno stallo simile all’attuale, è necessario escludere Mattarella dalla presidenza.

Infatti, Salvini & Co. troveranno in Mattarella una persona che attivamente inciderà sul governo. Il Presidente è arbitro, ma ha anche le sue opinioni e cercherà di imporle nei tasselli capitali, a torto o a ragione. Il rischio è quello di presentare lo stato d’accusa, che probabilmente verrà rigettato dalla Consulta, e ricominciare da capo il girotondo di critiche e denigrazioni.

Agli italiani il quadro presentato è chiaro: scegliere il Presidente, e quindi alle prossime elezioni penalizzare Lega e M5S; oppure dare loro la fiducia ai carioca (Lega+M5S) e sacrificare istituzionalmente Mattarella. Una scelta esecrabile, eppure improrogabile. Nessuna sintesi è possibile se a scontrarsi sono due idee di Paese opposte. Tutte e due con vantaggi e svantaggi, sia chiaro. Entrambe porteranno a una rottura sociale e una polarizzazione con strascichi per gli anni a venire.  

 

 

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