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Ma quale razzismo, Salvini ha chiesto all’Europa di fare la propria parte

Analisi, punto per punto, della vicenda della nave Aquarius che sta scuotendo le coscienze

Matteo Salvini in conferenza stampa con i giornalisti.

La situazione nel Mediterraneo non è questione di razzismo, ma di rispetto delle regole. Un Paese maturo non si dividerebbe tra i “tutti fuori” e i “tutti dentro”, ma affronterebbe con serietà una questione che va avanti da 10 anni

Gli animi si surriscaldano quando Salvini evoca la chiusura dei porti per lo sbarco dei migranti. Ma ha ragione? Con l’arrivo dell’estate si intensificano gli sbarchi, lo sappiamo, e la questione non è più procrastinabile. I governi precedenti hanno fatto poco e niente per risolvere il problema, tranne annunci di “sbattere i pugni sul tavolo” (Renzi) e qualche buon risultato a caro prezzo (Minniti). Gli sbarchi continuano e lo Stato ha appaltato a terze parti la gestione migratoria (non solo le ONG in mare, ma anche gli hotel in terra). Per chiarire la vicenda bisogna analizzare i vari punti che la caratterizzano.

1 – Partiamo da un fatto concreto: l’Italia è da sola, con una crisi economica che ha portato altissime tensioni sociali, non può gestire quest’evento storico. È un fatto, non siamo gli Stati Uniti. Tutti quelli che dicono che si può accogliere mezz’Africa (dimenticandosi però dei migranti dell’Est, del Sud-America e dell’Asia) possono far del bene alla messa della Domenica, non ai vertici di uno Stato. La politica ha delle responsabilità verso le proprie istituzioni, così come il governo verso i cittadini. In tale condizione, l’Italia non durerebbe due anni prima di esplodere. È essenziale, allo stesso modo, scindere tra i tipi di migranti, anche a malincuore: una cosa sono i rifugiati e i migranti politici, un’altra sono quelli economici. L’Italia, con grande sacrificio, può sperare di aiutare i primi, sola com’è, nulla più. I “buonisti” (parola che non vuole dire nulla, ma per capirci va bene) dimenticano forse che ci sono altrettanti disperati che fuggono da paesi come l’Ucraina, dove la Russia ha invaso il Donbass anni or sono; paesi del Sud America, come il Venezuela, dove non si capisce bene quale posizione ha l’Europa ma la gente muore comunque di fame; paesi dell’Asia, come la Birmania, uno dei paesi più poveri e meno sviluppati del pianeta governato da un regime militare. Questi Paesi, verso cui l’Italia potrebbe favorire l’immigrazione per questioni politiche-umanitarie, hanno invece le porte chiuse, proprio a causa dell’immigrazione incontrollata dal continente africano. Eppure non vedo i “buonisti” chiedere allo Stato o alla UE un sostegno per questi popoli. Saranno mica di serie B?

2 – L’Italia è sola. Nessun paese europeo muoverà un dito. Siamo in un secolo in cui politici pavidi non sono in grado di spiegare alla propria popolazione cosa vuol dire esser solidali. Al netto delle belle parole e delle promesse di riforma, nessuno vuole più immigrati di quanti già ne abbia. Nel 2015 la Merkel disse di voler accettare 40mila profughi per alleviare il peso dei paesi mediterranei. La notizia fece il giro del mondo e subito la Germania passò come solidale e aperta. Nessuno si accorse che la Merkel, forse pensando di stare al mercato del pesce di Neukölln, scelse con cura i 40mila, tutti siriani, guarda un pò proprio quelli che avevano il più alto tasso di educazione. Non volle sapere nulla di nigeriani o libici. La Germania solidale non avrebbe speso un soldo per la formazione di questi immigrati (tranne i corsi di lingua, che sono gratis per tutti). In Italia, un docente di italiano per stranieri dichiarava che la cosa più difficile era insegnare una nuova lingua ad analfabeti della propria lingua madre: molti suoi studenti dal Senegal non avevano mai studiato e quindi non sapevano scrivere. La loro lingua madre non era il francese ma il Wolof, e quindi si faceva il doppio del lavoro. Certo, non è la norma, ma questo basta per capire che tipo di solidarietà ci si può aspettare dai partner europei. Un ulteriore recente esempio è la Spagna che accetta la nave Acquarius. Dopo anni di rifiuti documentati, ora i media italiani e internazionali la fanno passare come la terra dell’Umanità ritrovata. Eppure a Ceuta e Melilla ancora esistono due muri spinati alti 3 metri, proprio per fermare i migranti dal Nordafrica.

3 – Non è possibile accettare tutti gli sbarchi. Affermando ciò non si vuole negare la legge del mare, ma si vuole mettere tutti i paesi europei di fronte alle proprie responsabilità. La Voce di New York ne aveva già parlato anni fa a proposito del trattato di Dublino: non è vero che tutte le navi devono attraccare obbligatoriamente nei porti italiani. Anzi, si fa riferimento sempre “al porto sicuro più vicino” o alla “nave battente bandiera”. In poche parole, molto spesso capita che il porto vicino più sicuro sia Malta, ma l’isola rifiuta lo sbarco. Altre volte i salvataggi da parte delle ONG avvengono in acque internazionali, e quindi per il Trattato dovrebbero far rotta verso il Paese di cui battono bandiera (di solito Francia, Spagna, Germania, Inghilterra o Olanda), ma manco a dirlo fanno rotta direttamente verso la Sicilia. È ormai una consuetudine perché sanno bene che sia Malta sia la Spagna potrebbero lasciarle in mare per giorni. Invece, arrivando in acque italiane, possono giocare la carta dell’emergenza umanitaria. Effettivamente di emergenza si tratta, ma come mai gli altri europei se ne fregano? Cari “buonisti”, è questo un problema o no? Chi usa toni forti punta a un importante lato emotivo che tuttavia è fuorviante se si considera che non è affatto in questione il loro salvataggio, bensì la forma che assumerà la loro accoglienza e le decisioni su chi abbia diritto a restare. In altri tempi si sarebbe parlato di sciacallaggio mediatico.

4 – Dura lex, sed lex. La legge va rispettata. Lo scorso 17 Marzo la nave Proactiva Open Arms, battente bandiera spagnola, attracca a Pozzallo dove sbarca 218 migranti. Dopo qualche ora venne sequestrata dalla magistratura italiana. Cos’era successo? Propio quello di cui sopra. La Ong interviene contemporaneamente alla guardia costiera libica su una segnalazione di soccorso lanciata da Roma. Ci sono gommoni che stanno affondando. I libici e la Ong arrivano insieme in acque internazionali.  La Open Arms si rifiuta di consegnare i migranti ai libici, come da legge, e si dirige direttamente verso Ragusa. Intanto, a bordo, la situazione è pesante: tra i migranti ci sono bimbi e persone in condizioni precarie di salute. La Proactiva chiede l’immediata evacuazione per i casi più gravi. Risponde all’appello Malta, che raccoglie una bimba di tre mesi disidratata e con la scabbia e sua madre. Il capitano di porto chiede “volete sbarcare qualcun altro?” La risposta è no e la nave continua verso la Sicilia. Lo Stato di bandiera dell’imbarcazione – la Spagna – dovrebbe farsi carico della situazione, ma dalla nave non arriva nessuna richiesta alle autorità spagnole e continua a navigare verso nord. Una volta raggiunto il limite delle acque italiane arriva l’ok a dirigersi verso Pozzallo, dove giungerà l’indomani. Se è sacrosanto rispettare le leggi del mare, allora perché non rispettarle appieno?

Stessa cosa accade oggi con la Sea Watch 3, nave battente bandiera olandese. Ha a bordo 800 migranti, salvati a largo delle acque libiche. Il porto più vicino è la Libia, quello “safe Harbor” è La Valletta, Malta. Eppure la Sea Watch 3 vuole sbarcare in Italia. Anch’essa ha fatto rotta verso la Sicilia infischiandosene del fatto che dovrebbe chiedere asilo direttamente all’Olanda, di cui porta la bandiera. Eppure nostri connazionali, in Italia e all’estero, pedissequi seguaci della legge del mare, dimenticano la legge europea e si strappano le vesti perché vorrebbero che tutti gli sbarchi avvenissero in Sicilia. Quale contraddizione vi attanaglia?

5 – Non possiamo affidarci alla legge Bossi-Fini per l’immigrazione. È una legge sbagliata in partenza, perché impedisce di fatto l’immigrazione regolare. Un paese che guarda al futuro favorirebbe l’immigrazione da ogni parte del mondo, senza differenze, a tutti gli uomini di buona volontà. Chi vuole immigrare per contribuire alla società sia il benvenuto. Potrebbe essere da guida la legge sull’immigrazione degli Stati Uniti (che nessun “buonista” osa criticare, anzi la reputano uno dei motivi per cui gli USA sono il crogiolo dell’innovazione). Oppure quella della Germania, che prevede un periodo di “prova” in cui l’immigrato può lavorare e integrarsi nella società. Con la possibilità di immigrare regolarmente si può anche esigere un severo rispetto delle regole sull’immigrazione, a tutela sopratutto di coloro che le regole le rispettano.

Pur essendo un personaggio contraddittorio, Salvini ha posto fine a una consuetudine contro legge che fin troppi fingevano di non vedere. A suo modo ha bucato la coltre fatta di buonismo e rassegnazione verso un fenomeno da controllare assolutamente, chiedendo all’Europa di fare la sua parte. Proprio perché l’Italia non può reggere da sola, bisogna affermare che questo “ricatto umanitario” non può più funzionare. L’Italia farà la sua parte quando tutti faranno la loro.

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