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Abi Zar e il virus del razzismo: “Felice di aver lasciato l’Italia, ma la amo ancora”

Per la discriminazione subita, Abi Zar non ha mai ricevuto giustizia. Ora vive e lavora in Inghilterra, ma non ha smesso di amare il suo Paese, l'Italia

di Elisa Di Folco

Abi Zar.

L'Italia è il luogo dove è nato e cresciuto, ma Abi Zar ha la pelle nera. E questo gli è bastato per vedersi assegnata una fila a parte all'entrata di una discoteca a Baggiovara. Per quell'episodio, non ha mai ottenuto giustizia. E su Facebook ha scritto: “Sono contento di essere andato via, perché non voglio vivere in un paese dove non sono altro che un colore.”

Ci sono storie che vengono raccontate e poi dimenticate, ma quella di Abi Zar non può essere una di quelle; poiché la sua, come tante altre vicende di razzismo, vanno ricordate, ancora e ancora fin quando le cose cambieranno. Oggi, quello che è successo ad Abi è stato archiviato, chiuso in una busta, messo sullo scaffale a impolverarsi. Come se le vittime possano ogni volta che vengono insultati, discriminati e feriti, lasciarsi tutto alle spalle; no loro non se lo dimenticano.

Nel gennaio 2017 Abi Zar, ventinovenne modenese di origini ghanesi, tentò di andare in una discoteca a Baggiovara con gli amici. All’entrata, gli addetti alla sicurezza fermano Abi, dicendogli di fare la fila a un’altra entrata, lui, l’unico nel gruppo. “Mi sono guardato intorno, non capivo perché a me e ho chiesto… Mi è stato detto: ‘Queste sono le regole, tu devi entrare dall’altra entrata’. L’unica ragione poteva essere perché ero nero, anche se non volevo crederci.”

Abi decise di denunciare il fatto su Facebook, e, una volta diventato virale, fu contattato da altri ragazzi, i quali prima di lui avevano avuto la stessa esperienza. Così Abi e un altro ragazzo, di nome Jeffrey Boateng, andarono in questura a denunciare il fatto. Da lì iniziò un’indagine d’ufficio. Insieme alle testimonianze, uscirono tre nomi e un audio, il quale spiegava della “fila per gli stranieri”, ovvero quelli non ben accetti dal locale, secondo gli organizzatori. Inoltre, la cifra del biglietto di entrata sarebbe stata di 25 euro senza consumazione, invece di 12 con consumazione per gli altri.

“Ho deciso di metterci la faccia e pubblicare l’audio, per far capire che quello che era successo non era un caso, non era un malinteso, era semplicemente quello che era, un atto di pura discriminazione.” Prove che avrebbero dovuto smuovere le cose, dare delle spiegazioni su quanto accaduto, e invece non è successo nulla, nessun processo, lasciando Abi e gli altri ragazzi credere che della discriminazione non ci importi niente.

Non si dà peso agli insulti nelle scuole, per le strade o allo stadio. Parole e gesti che si accumulano, l’una sull’altra come mattoni, come per costruire un muro necessario solo a separare gli animi. Dopo aver ricevuto la notizia del suo caso, Abi scrive sui social: “Sono contento di essere andato via, perché non voglio vivere in un paese dove non sono altro che un colore.”  Eppure Abi ama quel Paese, poiché è il luogo dove è nato e cresciuto.

“Di episodi ne ho visti tanti, ma una cosa così grave non mi era mai capitata, che mi abbia ferito così e forse perché vivo all’estero, ho visto come dovrebbero funzionare le cose, allora mi ha ferito ancora di più e fatto reagire come non avevo mai reagito prima.” Forse nel caso di Abi quelle prove erano troppo evidenti, e a volte è più facile scappare via che affrontare i problemi, o ammettere le nostre colpe.

Il razzismo non è una cosa alla leggera, da trattare come un semplice raffreddore, il razzismo è un virus, contagioso, subdolo che cresce dentro coloro che ne sono affetti. La cura? L’esempio e l’educazione collettiva. Fino ad ora l’esempio è stato l’opposto: Quello di coltivare e fomentare l’odio, ciò ha permesso all’intolleranza di piantare le sue radici e a espandersi sotto i nostri piedi.

Il rapporto Amnesty International del 2018, sostiene che dal 2014 la tendenza al’odio verso gli altri è aumentata e i casi registrati di per motivi etnico-razziali sono il 69%, in media 5 al giorno. “Quante volte mi hanno urlato negro? Quante volte succede che una persona viene picchiata per questioni di razzismo? Non succede niente, perché il problema è degli altri, di chi lo subisce non dello Stato che li deve proteggere, per cui fondamentalmente non viene affrontato.”

Abi racconta che vorrebbe vedere un sistema e un atteggiamento d’inclusione, non di disgregazione, “perché subire è stancante, umiliante, e snervante.” “I politici hanno tanta colpa, nel loro modo di agire hanno creato cittadini di serie A e di serie B. Perché quando vivi in un paese dove è la legge in primis a dire che vali meno, che i tuoi diritti passano in secondo piano, allora li stai dando motivo a tutte le persone di trattare quella categoria come cittadini di serie B. Ci vorrebbe una presa di coscienza maggiore di chi subisce e una sensibilizzazione di chi deve difendere. Le due parti sono ancora tanto lontane.”

Abi ha studiato legge per esercitare la professione di avvocato, ora vive in Inghilterra dove intende restare, ammette con rammarico, perché la sua intenzione era quella di tornare in Italia. Appassionato di scrittura e poesia, sui social condivide storie e pensieri e spesso si rivolge ai suoi coetanei a non arrendersi, a parlare, e affrontare la discriminazione.

“Non abbassare mai la testa, reagire, senza passare dalla parte del torto. Ma rimanere in silenzio, è proprio quello che avvalora un comportamento sbagliato e accresce nella persona l’idea che sia giusto farlo.” Come possiamo dimenticare la tragedia di Macerata? E in Calabria? Sono atti di estrema violenza, mossi dagli stessi istinti che spingono una persona a insultare un’altra in base alla sua razza. Allora dovremmo fermarci a riflettere, perché da questa guerra non ne uscirà alcun vincitore.

 

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