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Io, conservatore vero, tiro le orecchie a Trump: con Putin ha sbagliato

No, Mr. President, l’America non si attacca. Il suo sistema che, seppur non perfetto continua ad essere il migliore del mondo, non si discute

Donald Trump e Vladimir Putin durante la conferenza stampa dopo il vertice di Helsinki (Foto Cremlino).

Ad Helsinki, l'interesse degli Stati Uniti non è stato protetto nei confronti di quello della Russia. Come Trump è solito dire “America First,” questo slogan, in cui mi ritrovo pienamente, deve essere valido sempre, ovunque, specie e soprattutto dinanzi a coloro che storicamente rappresentano l’antitesi dei nostri valori

Questa volta no, non è piaciuto neanche a me. No, assolutamente no. Perché sono un conservatore vero, perché amo il Paese che mi ha accolto e mi ha reso quel che sono oggi, perché amo l’America e i valori occidentali. Eccco perché non lo posso accettare.

Quella conferenza stampa andata in onda da Helsinki, a margine di un vertice che doveva apparire come un chiarimento sul potenziale Russiagate, un incontro che doveva sancire nuove relazioni tra Usa e Russia dopo mesi di tira e molla, mi ha lasciato l’amaro in bocca.

Io che credo che nessun Paese al mondo possa permettersi il lusso di farsi beffe dell’America, mi sono sentito un tuffo al cuore nel vedere il Presidente che rappresenta me e altri trecentoventicinque milioni di cittadini americani, fare una sorta di “filo”, un sorriso da amico allo zar Putin, fresco di ribalta internazionale causa mondiali di calcio e in attesa di prendersi definitivamente una parte di Medio Oriente.

Mi vergognai profondamente quando Obama si inchinò e baciò la mano al Re Al Saud dell’Arabia Saudita, uno dei principali nemici al mondo dei più basilari diritti umani, civili e sociali; mi sentii perso quando sempre Obama andava a braccetto con quel terrorista di Gheddafi a L’Aquila, nel mio Abruzzo che ancora tremava per il terremoto del 2009; mi sentii profondamente triste quando sempre Obama, come prima uscita ufficiale, andò all’Universita del Cairo a chiedere quasi scusa per quel che l’America rappresentava, ovvero democrazia e libertà, dinanzi ai vertici dei fratelli musulmani ed altri estremisti vari. E mi sento scosso oggi, come in quegli anni in cui a rappresentarmi c’era il meno patriottico in assoluto dei quarantacinque Presidenti avuti nella nostra gloriosa storia.

Io sono un conservatore vero e, a differenza di un liberal, non mi faccio problemi a criticare il Presidente se questi è stato eletto con il mio colore politico. Trump ha sbagliato, punto.

È stato imbarazzante quell’atteggiamento di riverenza. E non mi si venga a parlare di Russiagate e menate varie. La Russia ha sempre interferito nel processo elettorale americano, dai tempi di Stalin, passando per Brezhnev per arrivare a Vladimir Putin. Stavolta è scoppiato lo scandalo perché a perdere è stata la Clinton, una che di scandali è maestra assoluta e che dopo quasi due anni ancora si rassegna alla sconfitta, nulla più, ammesso che lo scandalo ci sia.

Ma non si può screditare un’intera comunità di intelligence che mantiene alta l’onorabilità del nostro Paese, non si affossa un apparato di sicurezza che ogni giorno combatte il terrore a 360’, non si espone un Paese, l’unica vera super potenza mondiale dell’era postmoderna, a una figura così. Il meeting ê stato un successo di diplomazia, benché ne dicano I mainstream media, con Siria e Nord Corea da mettere ancora una volta nel suo carnet di vittorie internazionali. Ma quell’atteggiamento no. Ha rovinato tutto.

E io che amo l’America, che amo i valori liberali, che combatto ogni giorno per questa bandiera, tutto ciò non lo accetto. Non con uno zaretto, non con nessun altro al mondo.

In Abruzzo si dice che “li pann sporch si fann’ a la ‘cas”. Ecco, Signor Presidente, mi permetta di dirle con non poca fierezza, che i miei avi e le mie origini hanno piena ragione.

Tutti sappiamo che ci sono problemi in queste agenzie. È evidente che il potere politico sia così addentrato nelle vene di tali istituzioni, da influenzare indagini e bombe giudiziarie che, con tempismo perfetto, puntualmente cercano di tirare giù il repubblicano di turno.

Ma dirlo di fronte al mondo no. Dirlo dinanzi a chi rappresenta il nostro main competitor sullo scacchiere internazionale, fa male al Paese che Lei rappresenta. Dirlo così, in una conferenza stampa in quel di Helsinki, manca di rispetto a chi lavora onestamente, giorno e notte in quelle agenzie, per garantire la sicurezza della nostra amata America.

Io, Mr. President, sono un repubblicano vero. Uno di quelli che mai voterebbe un democratico e che rabbrividiva all’idea di vedere Hillary Clinton alla Casa Bianca. Uno di quelli che la sera della sua elezione, aveva gli occhi gonfi di gioia e passione perché l’America aveva scelto Lei al posto di quel socialismo neanche troppo mascherato che è tanto amato dai democratici. Uno che si rilegge la Pledge of Allegiance ogni giorno, perché vi ritrovo puntualmente il motivo per cui sono qui. Io sono un po’ come quel lavoratore della FedEx che, un paio di anni fa, scese dal suo furgone e fermò da solo un gruppo di figli di papà intenti a bruciare la bandiera americana in segno di protesta. Io sono uno che è dalla parte dell’America prima di sapere l’America da che parte sta.

Da Repubblicano vero, da neoconservatore , da ragazzo arrivato in questa terra benedetta da Dio con un sogno e che grazie a questo sistema fatto di meriti e premi lo sta realizzando, le dico che per le prima volta, in quasi due anni, voglio prendere le distanze dal suo gesto.

L’America non si attacca. Il suo sistema che, seppur non perfetto continua ad essere il migliore del mondo, non si discute.

L’America si ama. Si difende. Si protegge. Si rappresenta nel miglior modo possibile. Si cerca di cambiarla in meglio. A prescindere dalle azioni, deplorevoli, di certe persone, certe agenzie, certe entità.

L’America è ben altro e bisogna ricordarlo ogni giorno, a tutto il mondo.

Come Lei è solito dire “America First”. Questo slogan, in cui mi ritrovo pienamente, deve essere valido sempre, ovunque, specie e soprattutto dinanzi a coloro che storicamente rappresentano l’antitesi dei nostri valori.

“America First”, Signor Presidente.

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