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La geopolitica degli Stati Uniti, Trump e l’illusione del “Great Again”

Intervista con Manlio Graziano, autore del libro "L'isola al centro del Mondo". Trump? "Potrebbe causare danni irreparabili e durare molto"

President Donald J. Trump participates in a tax reform kickoff event at the Loren Cook Company, Wednesday, August 30, 2017, in Springfield, Missouri. (Official White House Photo by Joyce N. Boghosian)

Ma per lo studioso di geopolitica Manlio Graziano, alla fine "più di Trump, bisogna aver paura degli elettori americani. L’isolazionismo – e la sua versione economica, il protezionismo – è parte integrante dell’ideologia americana, e soprattutto della sinistra americana. L’antiglobalismo non è un’invenzione di Steve Bannon, ma dei manifestanti di Seattle. Con la sua demagogia disinibita, Trump incarna tutti gli aneliti isolazionisti e protezionisti; i suoi veri modelli economici (e forse politici) sono quello sovietico, quello venezuelano e quello nordcoreano".

Manlio Graziano ha da un mese pubblicato il libro L’Isola al centro del Mondo: una geopolitica degli Stati Uniti (Il Mulino, 2018). I nostri lettori conoscono bene l’autorevole studioso di geopolitica, perché ha tenuto su questo giornale una column molto seguita. Qui lo intervistiamo per capire cosa il suo nuovo libro potrebbe far capire delle prossime mosse della Casa Bianca di Donald Trump e se gli Stati Uniti per quanto tempo ancora potranno cercare di dominare il mondo.

Sostenere la reputazione dell’America nel mondo: sembra che questo sia stato il più importante obiettivo della politica estera dal 1960 in poi, che coincide anche coll’inizio del “declino”.  Ma con Trump la reputazione va a farsi benedire? Oppure  il suo approccio “mad” fa paura e quindi raggiunge comunque lo scopo?

“L’idea di «sostenere la reputazione dell’America nel mondo», di cui parla Henry Kissinger, era legata alla consapevolezza che «l’era del dominio quasi totale del mondo da parte degli Stati Uniti stava per concludersi»; «sostenere la reputazione» doveva controbilanciare, in qualche maniera, quell’incipiente declino (relativo). Questo è quello che hanno fatto tutti i presidenti americani da Nixon in poi, alcuni coscientemente, altri ‘istintivamente’, si potrebbe dire; alcuni vi sono riusciti, altri hanno fallito. Oggi, la situazione è diversa. Il presidente in carica non ha alcuna idea della dinamica storica che ha portato gli Stati Uniti al «declino relativo», e poche idee, molto confuse, sulla politica più in generale; nella sua équipe, invece, non è escluso che qualcuno pensi seriamente che gli Stati Uniti possano fare da sé («America First»), e che quindi la reputazione sia solo un’inutile zavorra. E questo è il rischio più serio, per gli Stati Uniti e per il mondo: perché i Donald Trump passano, ma l’idea isolazionista resta”.

Nel libro si parla appunto di “declino relativo”: cioè l’America continua a crescere, ma gli avversari o potenziali tali crescono ad un ritmo più veloce. Ma se il destino degli USA è di diventare secondi o terzi pur continuando a crescere, ci potrebbe essere la tentazione di fermarlo a tutti i costi? Insomma, ragionando per schemi geopolitici, una guerra tra Cina e USA diventa inevitabile?

“La possibilità di una guerra fra Cina e Stati Uniti è nei calcoli delle varie potenze ormai da parecchio tempo. Ma bisogna considerare che 1) quella guerra non sarebbe limitata solo alle due superpotenze e 2) allo stato attuale delle interrelazioni mondiali, non è pensabile che una potenza possa uscire vittoriosa da un conflitto globale. Non solo per la presenza delle armi nucleari, ma anche e soprattutto perché le economie sono così intrecciate che farne cadere una significa farle cadere tutte. Però non escludo che, in un’amministrazione che crede veramente alla possibilità dell’isolazionismo, vi siano numerosi partigiani del «tanto peggio tanto meglio»”.

Si ripete nel libro, e qui citi anche Lucio Caracciolo, che allontanarsi dal coinvolgimento negli affari internazionali da parte dell’America, sarebbe un “return to normalcy”. Ma un “magnifico isolamento” non sarebbe più possibile oggi. Allora cosa? Come possono gli USA “tornare alla normalità” senza “suicidarsi per paura di morire”?

“Il “return to normalcy” non è mai possibile. La “Restaurazione” dopo le guerre napoleoniche fu il “return to normalcy” della Francia e dell’Europa del Congresso di Vienna. Ma era una finzione ideologica imposta dalle potenze vittoriose, che di fatto non modificò i nuovi rapporti sociali nati dalla rivoluzione. Il “return to normalcy” americano degli anni 1920 fu invece la decisione della potenza che aveva i mezzi per organizzare un nuovo ordine mondiale di ritirarsi nella sua isola; tutti sanno quali catastrofi provocò l’isolazionismo americano negli anni 1920 e 1930. Ma una cosa è rinunciare alla gestione di un ordine potenziale; un’altra è ritirarsi da un ordine mondiale che è stato imperniato per settant’anni attorno agli Stati Uniti: il disastro sarebbe ancora più grande”.

Donald Trump (by Antonio Giambanco/VNY).

Perché quello che sembrerebbe  l’alleato naturale dell’America, l’Europa, per contenere l’emergere di una super potenza asiatica, viene invece messo sotto pressione, e addirittura scosso, da Trump, nelle sue fondamenta della NATO? L’Atlantismo è finito?  L’America di Trump – come prima anche di Obama, Bush e Clinton – teme una Europa veramente unita: ma fa bene o male, dal punto di vista dei suoi interessi e del suo “declino relativo”?

“Da un punto di vista geopolitico, gli Stati Uniti sono sempre stati opposti ad un’Europa unificata. La spiegazione breve è che si tratterebbe di un rivale dal peso troppo grande anche per loro. La spiegazione più completa rimanda alle teorie di Halford Mackinder rivisitate da Nicholas Spykman e da George Kennan (e poi da Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski): rinvio al mio libro per una lettura più esauriente. Quello che si può dire oggi è che l’atlantismo non è certamente finito, ma altrettanto certamente è in corso di ripensamento. Più che alle sconnesse dichiarazioni di Trump, però, bisogna guardare ai circoli della politica estera americana, e cercare di capire in che direzione stia andando il dibattito, e con lui, questa amministrazione”.

Come scrivi, l’arte della politica internazionale non consiste nel fidarsi, ma nell’individuare chi sia il meno inaffidabile tra coloro di cui non ci si fida: potrebbe essere per la Casa Bianca di Trump ancora l’Europa l’alleato meno inaffidabile?  Eppure, dalle mosse di questa amministrazione, sembrerebbe che tutti i competitori degli USA nello scacchiere internazionale siano tutti inaffidabili allo stesso grado?

“Volontariamente o involontariamente, questo non lo so, ma Donald Trump ha ragione quando fa un elenco delle varie potenze e le definisce tutte nemiche; la vera anima delle relazioni internazionali è proprio la competizione tra tutte le potenze, e a volte, più contro i propri alleati formali che contro i propri nemici formali. Nel libro ho cercato di spiegare come il vero nemico della storia bisecolare degli Stati Uniti sia stata la Gran Bretagna, e non certo la Russia. Questo non vuol dire però che la politica internazionale possa fare a meno delle alleanze, formali, informali, nascoste o addirittura mascherate da una virulenta conflittualità, come all’epoca della guerra fredda. Dire che tutti sono avversari (anche se «foe» è parola più forte che «avversario») è una cosa; pensare di poter fare a meno di alleati è un’altra. L’idea che gli Stati Uniti possano ritirarsi nella propria isola è una fanfaluca che però ha implicazioni tragiche”.

Donald Trump e Vladimir Putin durante la conferenza stampa dopo il vertice di Helsinki (Foto Cremlino).

L’ultimo incontro Trump-Putin: si tratta del prevedibile comportamento di  un presidente incapace, nel migliore dei casi, o addirittura ricattato in qualche modo dal Cremlino? Oppure si tratterebbe di una precisa strategia volta a cercare di costituire un asse Usa-Russia in funzione anti Cina e magari anche anti Europa?

“Il comportamento di un presidente incapace non è mai prevedibile; il bello con Trump, se si può dire così, è che ogni volta ne tira fuori una nuova talmente grossa da oscurare tutte le altre grossolanità precedenti. L’incapacità di distinguere tra «would» e «wouldn’t» dovrebbe far arrossire di vergogna tutti i bambini anglofoni del mondo che siano stati promossi in terza elementare, e invece passa tranquillamente, quasi come un’ovvietà. Quanto ai contenuti – e quindi prescindendo da Trump – non credo che si possa parlare di «strategia». Certo che l’ipotesi di un’asse Stati Uniti-Russia in funzione antieuropea e anticinese non può e non deve essere archiviata alla leggera. Ma per il momento, non vedo disegnarsi nessuna strategia, e non credo che questa amministrazione possa disegnarne una, perché il presupposto della sua politica –«America First» – è un atto di fede e non potrà mai trasformarsi in realtà”.

Trump è un originale, in rottura col passato degli USA e molto pericoloso per questo, o rispecchia invece una tendenza del “pendolo” della storia americana?

“Oggi il problema sembra essere Donald Trump, ma la realtà è molto più inquietante. Nel mio libro ho raccolto una serie di descrizioni fatte da Kissinger dei difetti – come statisti – di Guglielmo II, di Napoleone III e di Hitler, in cui si leggono in filigrana tutti quelli di Trump. In questo senso, Trump rappresenta una rottura rispetto alla storia americana, che ha visto dei pessimi presidenti, ma non uno che sommasse in una sola persona tutte le deficienze e tutte le debolezze dei peggiori tra di loro. Però, l’isolazionismo non rappresenta, per gli Stati Uniti, il ritorno del pendolo; rappresenta, come si è detto, il “return to normalcy”, o almeno quello che gli elettori pensano essere il “return to normalcy”. Più di Trump, insomma, bisogna aver paura degli elettori americani. L’isolazionismo – e la sua versione economica, il protezionismo – è parte integrante dell’ideologia americana, e soprattutto della sinistra americana. L’antiglobalismo non è un’invenzione di Steve Bannon, ma dei manifestanti di Seattle. Con la sua demagogia disinibita, Trump incarna tutti gli aneliti isolazionisti e protezionisti; i suoi veri modelli economici (e forse politico) sono quello sovietico, quello venezuelano e quello nordcoreano”.

Trump-Mussolini (by Antonio Giambanco for VNY)

Potrà insomma Trump, come diceva Kissinger dei demagoghi ignoranti alla Hitler, durare poco ma causare danni irreparabili?

“Peggio: potrebbe causare danni irreparabili, e durare molto”.

Che vuol dire esattamente “Make America Great Again”? Non solo per Trump, ma per chiunque voglia diventare in futuro presidente USA, questo slogan si traduce forse con “Make America decline slower”?

“Nel mio libro cerco di spiegare come la presidenza Bush jr e quella di Obama avessero abbracciato, pur con modalità molto diverse, la politica di “Make America decline slower”. Ma quella politica fu lanciata da Richard Nixon fin dagli inizi degli anni 1970, e anche Reagan, a suo modo, ne fu partigiano. Ma qui torniamo all’inizio: per promuovere quella politica bisogna aver integrato il concetto di «declino relativo», e io credo che l’idea di «make America great again» ne sia esattamente l’opposto. Purtroppo, anche la sinistra keynesiana – il cui programma politico somiglia sempre più a una lettera a Babbo Natale – pensa che l’America possa permettersi allegre politiche di deficit spending con un debito pubblico pari al 105% del PIL; pensa, insomma, che l’America possa essere grande di nuovo, come all’epoca in cui il suo debito pubblico era al 20% del suo PIL. In realtà, «make America great again» significa «make America decline faster»”.

Manlio Graziano (Foto da www.gazzettadasti.it)

Fuori del tempo e dello spazio: sono solo Trump e i suoi Stati Uniti, o vedendo quello che sta accadendo anche in Italia e altrove, il mondo a trazione capitalista non sa più come trovare una via di uscita alla crisi?

“Il paradosso è che non c’è nessuna crisi da cui uscire, perché la crisi è finita, almeno per quel che riguarda i postumi economici del crac del 2008. Ma il crac del 2008 ha innescato un’ansia psicologica in tutti coloro che avevano – e hanno – paura di perdere ricchezze e privilegi accumulati nei decenni precedenti e, per le vecchie grandi potenze, nei secoli precedenti. Insomma, la crisi economica non c’è più, ma è venuta fuori invece una crisi psicologica dalle conseguenze, almeno fin qui, molto più nefaste. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Italia, e in molti altri paesi, gli elettori hanno l’impressione di vivere peggio che nel passato; ma la realtà è che sono proprio le loro scelte catastrofiche a peggiorare la loro esistenza (e quella dei loro consimili). Da questo punto di vista, non c’è via d’uscita, perché quando le condizioni saranno peggiorate, coloro che hanno scientemente coltivato quelle ansie – i Boris Johnson, i Trump, i Salvini e i Di Maio – potranno dimostrare che avevano avuto ragione fin dall’inizio”.

Per finire: perché un libro sulla “geopolitica” degli Stati Uniti? Qual è la sua utilità?

“Innanzitutto, perché non c’era un libro sulla geopolitica degli Stati Uniti. Tanti libri su questo o quell’aspetto, ma non un percorso organico della storia americana letta attraverso gli strumenti analitici della geopolitica.  La geopolitica studia le continuità, le rotture di continuità e i vincoli a cui la vita di un paese è sottoposta: analizzare gli Stati Uniti da questo punto di vista significa liberarsi delle ideologie («the shining City upon a Hill», l’eccezionalismo, il «manifest destiny», il «return to normalcy», l’anticomunismo, etc.) e cercare di capire le condizioni reali che hanno portato gli Stati Uniti a dominare il mondo, e soprattutto a capire che quelle condizioni sono mutate, e che non possono essere mai più ripristinate. Insomma, passare per la geopolitica, significa capire perché l’America non sarà mai più «great again»”.

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