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Sul “Parmigiano killer” l’Italia è in allerta ma il Made in Italy è (per ora) salvo

La Missione Italiana all’ONU placa gli animi: il dibattuto documento dell’OMS era solo una “pre-zero draft”, che l’Italia ha ampiamente modificato

Una forma di Parmigiano. anacenumesimplu / Flickr.com.

Nelle scorse ore, i media italiani hanno lanciato l’allarme: l’OMS avrebbe definito prodotti del Made in Italy come prosciutto e parmigiano dannosi, equiparandoli alle sigarette. E se già alcune testate hanno in parte rettificato i toni iperbolici iniziali, la Rappresentanza Permanente dell’Italia all’ONU ha quest’oggi voluto chiarire una volta per tutte la questione. Ecco che cos’era quel documento, e come si è evoluta la questione

Scivolati sul… parmigiano. Dopo giorni di polemiche e discussioni sulla presunta campagna dell’Organizzazione Mondiale della Sanità contro prodotti di eccellenza del made in Italy come prosciutto e parmigiano, quest’oggi la Rappresentanza permanente dell’Italia all’ONU ha convocato un press briefing presso la propria sede a New York, per chiarire alla stampa che cosa c’è di vero in questa storia rimbalzata ossessivamente sui media.

Il testo di cui tanto si è parlato in questi giorni era, in realtà, una “pre-zero draft”, cioè un documento tecnico dell’OMS la cui adozione, hanno spiegato l’ambasciatore Sebastiano Cardi e il min. plen. Giovanni De Vito, Coordinatore delle politiche di sostegno all’internazionalizzazione delle imprese del settore agro-alimentare, non è mai stata in quella forma discussa dagli Stati in vista dell’High Level Meeting delle Nazioni Unite sulle malattie non trasmissibili in agenda a New York il prossimo 27 settembre. Perché l’Italia, che sulla questione ricopre il ruolo di cofacilitatore insieme all’Uruguay, cioè ha il compito di mediare tra le posizioni degli attori in campo, ha letteralmente “depurato” quella bozza di ogni eccesso, prima di presentarla al tavolo dei negoziati, nel tentativo, ha spiegato Cardi, di riequilibrare la sacrosanta tutela del consumatore con gli interessi, anche questi legittimi, di settori strategici dell’industria italiana. “Il compito di cofacilitatore ci ha permesso di evitare che si discutesse sul documento iniziale, di carattere ‘estremo’ e prescrittivo”, ha puntualizzato l’Ambasciatore.

Così, Roma si è presentata in sede di dibattito internazionale con una “zero draft”, dall’impianto già decisamente modificato rispetto alla bozza iniziale. Da quel testo, si è poi giunti a una “compilation”, su cui si è tenuta proprio oggi un’altra (“auspicabilmente l’ultima”) riunione. Il testo finale dovrà essere sottoposto all’Assemblea Generale, dovrà essere adottato in maniera consensuale, ma non sarà in alcun modo vincolante: conterrà, cioè, delle raccomandazioni dal carattere non prescrittivo. È stata proprio Roma a lavorare perché il documento finale conservasse un inquadramento più politico, che evitasse di appellarsi a target precisi. L’obiettivo, insomma, è che la dichiarazione resti sul piano dell’appello, senza entrare nel merito delle politiche nazionali industriali.

Da destra, il Min. Plen. Giovanni De Vito, Coordinatore delle politiche di sostegno all’internazionalizzazione delle imprese del settore agro-alimentare, il rappresentante permanente dell’Italia all’ONU Sebastiano Cardi, la sua portavoce Ilaria Ragnoni durante la conferenza stampa.

Un compito non facile per l’Italia, che ha dovuto agire nell’ambito del coordinamento europeo. Eppure, secondo Cardi, dei risultati importanti sono stati ottenuti: ad esempio, su un punto particolarmente sensibile per il nostro Paese, in merito al tentativo, effettuato da Ginevra, di distinguere nettamente le “diete salutari” da quelle “non salutari”. Definizioni, hanno spiegato alla Missione, non così univoche, ma che, anzi, possono portare a dei paradossi: ad esempio, il sistema a “semafori” dell’etichettatura assocerebbe alla Coca Cola light un “semaforo verde”, e al latte italiano un “semaforo rosso”. Al contrario, l’Italia si è impegnata a rivendicare come, ad essere “dannosi”, non sono singoli prodotti, ma, piuttosto, dei nutrienti, soprattutto sulla base della quantità in cui vengono usati. Roma ha quindi rifiutato l’editto contro prodotti naturali della propria industria agroalimentare, ai quali verrebbero preferiti altri ricchi, ad esempio, di additivi chimici.

Altro punto di discussione riguarda l’accordo TRIPS, collegato al WTO, che riguarda la tutela dei diritti di proprietà intellettuali legati al commercio, ma prevede anche delle deroghe, nel caso dei prodotti farmaceutici, finalizzate a non impedire l’accesso alle medicine da parte della popolazione dei paesi più poveri, mantenendo allo stesso tempo il ruolo del sistema dei brevetti. Gli Stati Uniti non vogliono vedere citato tale accordo, al contrario, invece, del gruppo G77, che comprende ben 134 Paesi.

Dal press briefing, insomma, sembra essere emersa l’intenzione di placare gli animi e rassicurare gli italiani. Certo, l’attenzione sul tema deve mantenersi alta – hanno specificato -: il fatto stesso che dall’OMS sia uscita una “pre-zero draft” così colma di eccessi significa che, in quel foro tecnico, il principale indirizzo sia di fatto contrario a quello che l’Italia promuove, e che il documento finale dovrà essere, necessariamente, un compromesso. Quello che l’Italia può fare, secondo Cardi, è “attuare delle politiche di sistema verso le organizzazioni mondiali interessate, come l’OMS, per fare in modo che eventuali interessi italiani a livello di difesa dei consumatori, oppure a carattere industriale, vengano protetti in quelle sedi”. Per non arrivare impreparata alla prossima riunione di alto livello.

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