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Repubblica Centrafricana, russi uccisi indagavano sui mercenari della Wagner

I tre reporter stavano girando un documentario sul gruppo russo, che fornirebbe armi e addestramento al governo dell'Rca in cambio di accesso ai giacimenti

Un campo di ribelli nel nord-est della Repubblica Centrafricana

L'organizzazione paramilitare, con un ruolo sempre più attivo nella politica estera del Cremlino (dall'Ucraina alla Siria), è legata a Evgenij Prigozhin, imprenditore della ristorazione noto come "cuoco di Putin" e divenuto l'uomo della cosiddetta "troll factory": implicato nel Russiagate, avrebbe gestito i falsi profili social che avrebbero interferito nelle elezioni Usa 2016. Ministero Esteri russo: "Giornalisti uccisi durante rapina, da media occidentali informazioni distorte"

Un documentario d’inchiesta sul ruolo dei mercenari russi nel martoriato scenario della Repubblica Centrafricana. A questo probabilmente stavano lavorando i tre uomini freddati lunedì notte, a 23 chilometri dalla città di Sibat: un progetto sponsorizzato dall’Investigations Management Centre (ICM) fondato da Mikhail Khodorkovsky, ex magnate del colosso petrolifero Yukos, condannato a 10 anni di carcere (per accuse da molti considerate montate su ordine del presidente russo Vladimir Putin) e ora in esilio all’estero.

Due dei reporter uccisi nella Rca, in particolare, erano fra i più stimati giornalisti di tutta la Russia. Orkhan Dzhemal, veterano fra i corrispondenti di guerra, aveva coperto i principali conflitti degli ultimi decenni, dalla Cecenia alla Somalia, dove era stato imprigionato, fino alla Libia dove era rimasto ferito. Era inoltre stato caporedattore politico di Novaya Gazeta, giornale d’opposizione su cui scriveva anche Anna Politkovskaya. Alexander Rastorguyev era invece un documentarista di spicco, tra le voci di maggiore dissenso sulla politica del Cremlino: il suo film più recente era incentrato sulla figura dell’avversario politico di Putin, l’attivista Aleksej Navalnyj. Con loro il cameraman Kirill Radchenko, promettente videomaker, anche lui ucciso da uomini armati che avrebbero assaltato l’auto su cui i tre viaggiavano. Un funzionario locale, Marcelin Yoyo, sostiene invece che i reporter siano stati prima rapiti e poi uccisi sul posto da una decina di miliziani “col capo coperto da un turbante e che parlavano solo arabo”. Una tesi, quella della rapina, avvalorata anche dal Ministero degli Esteri russo  assassinati durante una rapina.

Omaggi floreali ai tre reporter russi uccisi nella notte fra il 30 e il 31 luglio 2018 nella Repubblica Centrafricana

Al centro delle inchieste dei tre sarebbe finito il “misterioso” Gruppo Wagner, un’organizzazione paramilitare da tempo impegnata sui vari fronti di guerra russi nel mondo, dall’Ucraina occidentale al fianco dei separatisti filorussi, alla Siria in sostegno di Assad, e con presunte affiliazioni tra i membri del governo Putin, che però nega anche la stessa esistenza della società. In passato, l’esecutivo è stato accusato di utilizzare il gruppo per nascondere il suo coinvolgimento in zone di guerra dove preferisce non apparire direttamente e di servirsi dei mercenari per nascondere le perdite subite sui vari fronti, evitando così di attirare critiche da più parti.

IL RUOLO DEI RUSSI NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA

Nel dicembre scorso, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite applica un’eccezione all’embargo sul commercio di armamenti nella Repubblica Centrafricana ed è allora che il Gruppo Wagner interviene, fornendo fucili, lanciamissili, munizioni e addestramento alle forze governative del presidente Faustin-Archange Touadéra, impegnate a contrastare le fazioni ribelli nella guerra civile che negli ultimi anni è tornata a insanguinare l’ex colonia francese.

A inizio 2018, Mosca invia dunque spedizioni di armi insieme a cinque istruttori militari e 170 istruttori civili per addestrare il personale di servizio dell’Rca. Ma in cambio di armi e sicurezza, si ipotizza che la Russia abbia preteso di accedere ai giacimenti minerari di oro, diamanti e uranio, di cui il Paese è ricchissimo pur essendo fra le nazioni più povere del pianeta. E forse erano proprio questi accordi illegali che i tre giornalisti fermati e uccisi lunedì notte stavano cercando di documentare.

Qualche mese fa, in particolare, Afp aveva rivelato la presenza di un campo militare russo dove avevano luogo gli addestramenti, allestito in un palazzo diroccato a Berengo, base nella quale domenica scorsa i reporter russi avrebbero cercato di introdursi, respinti però dal ministero della Difesa dell’Rca perché privi dei necessari accrediti: secondo la vicedirettrice dell’IMC, Anastasia Gorshakov, sarebbero quindi stati stati uccisi proprio mentre cercavano di raggiungere un’altra città per incontrare un mediatore che avrebbe potuto aiutarli nei loro propositi.

Ad aprile, Maxim Borodin, un altro giornalista d’inchiesta russo che aveva scritto della morte dei mercenari della Wagner in Siria, era misteriosamente precipitato dal suo appartamento al quinto piano.

Se il ministero degli Esteri russo ha bollato le ricostruzioni che collegano i giornalisti all’organizzazione come “idiozie”, i principali media nazionali non hanno mai menzionato il Gruppo Wagner, né le sue presunte relazioni con il governo Putin, limitandosi a dire che i tre uomini assassinati stavano girando un documentario “sulla vita nella Repubblica Centrafricana”. La rappresentante ufficiale del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha invece accusato i media occidentali di voler distorcere le informazioni sul motivo della presenza russa nell’Rca, che sarebbe dovuta “esclusivamente a ragioni di addestramento”.

Quel che appare evidente è che la Russia di Putin, a quasi 30 anni dalla fine della Guerra Fredda, sta tentando di riaffermare la propria presenza in Africa, puntando principalmente sulla cooperazione militare per porre le basi per  una più ampia cooperazione economica.

IL “CUOCO DI PUTIN” E IL COLLEGAMENTO CON IL RUSSIAGATE

Emerge poi un altro interessante retroscena sul Gruppo Wagner, che negli ultimi tempi ha assunto sempre più un ruolo di primo piano nella politica estera del Cremlino: dietro all’organizzazione si cela infatti uno dei personaggi di spicco dell’establishment russo, Evgenij Prigozhin, conosciuto anche come “lo chef di Putin”.

Evgenij Prigozhin e Vladimir Putin (archivio foto sito ufficiale del Governo russo)

Il 56enne businessman di San Pietroburgo ha mosso i suoi primi passi come imprenditore nella ristorazione, fino alla scalata a capo della Internet Research Agency che, secondo fonti di sicurezza americane, avrebbe lanciato una vera e propria “guerra d’informazione contro gli Stati Uniti” gestendo una serie di account finti sui social. Account utilizzati per interferire nelle elezioni presidenziali del 2016 vinte poi da Donald J. Trump, nonché per influenzare il dibattito in altre nazioni chiave nelle mire di Mosca.

Il nome di Prigozhin sarebbe stato indicato dal procuratore speciale Robert Mueller per il suo ruolo nel cosiddetto caso Russiagate. Lo stesso gestirebbe inoltre diversi contratti con il ministero della Difesa russo, e nel 2012 ne avrebbe firmato uno per servire più del 90 percento del cibo consumato dall’esercito russo: un contratto dal valore di ben 1,6 miliardi.

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