Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Commenti: Vai ai commenti

La tempesta sull’Argento e il MeToo: non buttiamo il bambino con l’acqua sporca

La perdita di credibilità dell'attrice non sia un alibi per affossare una campagna scomoda ma necessaria in difesa delle donne

Asia Argento (Stefano Petroni / Flickr.com).

I detrattori del #MeToo non aspettavano altro: un'occasione per dimostrare l'ipocrisia di un movimento che mai hanno digerito, e che ha smascherato il sessismo e il maschilismo imperante nella nostra società. Se tutta la vicenda di cui ha parlato il New York Times venisse confermata, essa segnerebbe (e legittimamente) la rovinosa perdita di credibilità dell'attrice rispetto alla causa per la quale combatteva. Ma non si dica lo stesso della campagna stessa: che resta necessaria e sacrosanta, soprattutto di questi tempi

Asia Argento, la paladina del #MeToo che per prima puntò il dito contro il potente produttore di Hollywood Harvey Weinstein, a sua volta accusata di aver pagato profumatamente un giovane attore che lei avrebbe molestato. La notizia, pubblicata dal New York Times, è su tutti i giornali del mondo. L’attore in questione, Jimmy Bennet, racconta di essere stato aggredito sessualmente dalla figlia di Dario Argento nel maggio 2013, quando lui aveva da poco compiuto 17 anni e lei ne aveva 37. L’aggressione, secondo la testimonianza del ragazzo, sarebbe avvenuta in un albergo di Marina del Rey, in California, dove Argento e Bennett – che, da quando avevano lavorato insieme 10 anni prima, mantenevano una relazione da “madre e figlio” – si incontrarono il 9 maggio 2013.

Non sarà difficile, per i nostri lettori, reperire online i particolari, più o meno scabrosi, di questa vicenda. Doveroso, anche, parlarne, visto che il nostro giornale ha sempre osservato e raccontato con attenzione e interesse lo svilupparsi del movimento #MeToo. Altrettanto necessario, a parere di chi scrive, riflettere sulle conseguenze di quanto accaduto e sulle reazioni, perché, come è tipico di una certa Italia tanto manichea e istintiva, non si finisca con il buttare il bambino con l’acqua sporca.

Partiamo con il dire senza esitazione alcuna che, se quanto rivelato dal quotidiano della Grande Mela fosse confermato, sarebbe difficile (se non impossibile) risparmiare all’Argento la critica di essere stata, quantomeno, avventatamente ipocrita nel condurre la sua battaglia. Ma attenzione: quella stessa battaglia, alla quale si sono unite tante altre donne in tutto il mondo, resta, a parere di chi scrive, sacrosanta.

Non tutti, soprattutto in Italia, sembrano pensarla così. Anzi: in queste ore, da quando lo scandalo è rumorosamente esploso, si respira un’aria di sollievo, di derisione, di malcelata soddisfazione tra coloro che la campagna del #MeToo non l’hanno mai digerita, ma anzi l’hanno spesso dileggiata. Un’aria di strafottenza gongolante, che assume che l’intero impianto di quel movimento di opinione, che è stato innanzitutto un vero e proprio movimento di liberazione femminile in un mondo ancora fortemente maschilista, sia destinato a crollare rovinosamente, di pari passo con la credibilità della Argento. Qualcuno, addirittura, teorizza in rete un parallelismo tra il tragico tracollo del Pd e quello del #MeToo, visto a propria volta come uno dei simboli culturali e ideologici di una sinistra ormai morta e sepolta.

Ci sono tante fallacie in argomentazioni del genere. Che nascono dalla tendenza, tanto di moda di questi tempi, a guardare la realtà in modo manicheo, a dividerla in due eserciti, in due universi di pensiero rigorosamente contrapposti: l’uno esclude, in qualsiasi caso e in qualsiasi forma, l’altro. Asia Argento, nel tempo divenuta, insieme a tanti altri personaggi, uno dei più disprezzati simboli di una sinistra considerata ipocrita e radical chic, diventa quindi da respingere in ogni sua istanza, anche quando si parla di dignità e diritti della donna in quanto tale. E se oggi la credibilità della Argento crolla, anche legittimamente – qualora la vicenda venisse confermata -, secondo questa scuola di pensiero con lei è destinata a franare anche la legittimità dell’intero movimento, dipinto come inutile vezzo dei “radical chic” intrisi di “buonismo” di cui sopra.

La reazione più razionale a tutta questa vicenda sarebbe, invece, un’altra: dissociarsi, se i fatti lo richiederanno, da una testimonial di certo inadeguata e non credibile, ma continuare a lottare per una campagna che, Argento o no, ha avuto il merito di smascherare l’aberrante maschilismo della società in cui viviamo. L’aberrante maschilismo, si diceva, per cui la donna viene ancora, in molti ambienti, ricattata sessualmente, considerata oggetto e non persona, trattata come merce di scambio, umiliata, non ascoltata. Una realtà che i tanti #MeToo che negli scorsi mesi si sono rincorsi sul web, da parte di donne famose e non, hanno scoperchiato e documentato pubblicamente in maniera impietosa. Se Asia Argento ha sbagliato, è giusto che si assuma tutte responsabilità di una condotta poco chiara e schizofrenica. Ma questo non diventi un alibi per liquidare con frettolosa esultanza il movimento #MeToo.

 

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter