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Cara Fucsia, la tua battaglia non basta: si fermi la fuga dei giovani

Lettera aperta all'onorevole Fucsia Nissoli, che ha chiesto e (pare) ottenuto dal ministro Salvini una concezione più ampia e inclusiva dell'"italianità"

Giovane in aeroporto (Pixabay).

Nel 1926 si creò a Roma un Commissariato generale dell’emigrazione. Perché, insisto, siamo stati noi i più numerosi, invadenti e miseri emigranti con i pantaloni rattoppati e le valige di cartone, e sul fenomeno così globale il dibattito è stato acceso e molte volte feroce. Sarebbe più onesto e morale che si evitasse di vedere aerei pieni di giovani in cerca di fortuna come i loro lontani e vicini antenati

Cara Fucsia,
mi rallegro che il tuo appello contro la postilla chiarificatrice e discriminatoria del decreto legislativo sulla vera “italianità” sia stato accolto, come certificano i membri del 
gruppo facebook Dual U.S.-Italian Citizenship che pertanto “vogliono esprimere la loro gratitudine al Ministro dell’Interno, Matteo Salvini”. Prendo atto che all’interno dello stesso partito qualcuno, dico Lorenzato, smentisce il ministro che attraverso il sottosegretario Merlo conferma il cambiamento del testo. E la mia soddisfazione è da cittadino che è nato in una strana democrazia e che gode per nascita del diritto di cittadinanza, certificazione che era e non so se lo è ancora richiesta per accedere a pubblici concorsi e cariche. Comunque per il rapporto franco e leale che si è creato tra noi in questi anni e per l’aperto e sincero scambio di opinioni, ti consiglio di vigilare, all’erta, perché di questi tempi quello che è proclamato in forma perentoria di sera è smentito di mattina, per essere riproposto di sera. È l’eterna e genetica conflittualità tra i partiti alleati di governo e all’intero degli stessi per meri calcoli elettorali.

In premessa condivido in toto le perorazioni espresse nella tua accorata lettera. Mi permetto umilmente di aggiungere qualche postilla alla tua lettera aperta. Si è cominciato con la conta degli zingari (così nel 1926, durante il decennio che ne prescrisse l’anagrafe e il concentramento), si è proseguito con la stretta di mano e la demonizzazione di Soros (o la sua razza?). Ora, presumo in difesa della razza pura (si pensi alle ondate di invasori della pianura padana e della Longobardia e se ne consideri la purezza dei suoi cittadini), si è tentato di concedere con grande bontà la cittadinanza ai soli diretti discendenti da nonno a nipote, purissimi cittadini italiani. Si prevedeva anche l’esclusione dei nati da matrimoni misti tra italiani e altre razze, anche europee? Pensare che nella democratica (?) Atene un meteco, cioè un immigrato prezioso come il padre del logografo Lisia, fabbricante di scudi, acquisiva la cittadinanza ateniese.

Ciò detto, voglio ricordare che sulla storia e sulla questione dell’emigrazione italiana in Europa, ma soprattutto nelle Americhe, sono pieni scaffali e scaffali di biblioteche (per tutti Colajanni e Marino). Nel 1926 si creò a Roma un Commissariato generale dell’emigrazione. Perché, insisto, siamo stati noi i più numerosi, invadenti e miseri emigranti con i pantaloni rattoppati e le valige di cartone, e sul fenomeno così globale il dibattito è stato acceso e molte volte feroce. Cominciò alla seconda metà dell’Ottocento e, inaudito, fu incentivata e finanziata dal governo italiano. Tutti sanno della feroce e crudele conquista della Libia sotto la sigla ideologica, lo “scatolone di sabbia”, come la definì Salvemini, finalizzata a sfogo demografico. I prigionieri libici riempirono le nostre isole minori e vi furono sepolti. Non siamo stati capaci di scoprirne l’Oceano di petrolio. Eppure il lacrimevole poeta del “Fanciullino” e della “Cavallina storna”, il pacioccone Pascoli inneggiò la “grande proletaria si è mossa”. Passi Carducci che vi vedeva una soluzione all’imperversare dello scorbuto e della pellagra nelle terre della Padania. Tralascio per umanità la strage di Etiopia. Sarebbe troppo complesso sviluppare le opposte posizioni sulla fuga dei nostri connazionali all’estero, “emigrati”. Alcuni vi videro una insostituibile risorsa finanziaria attraverso le rimesse di milioni di valuta pregiata (i “vaglia del cafone”) e favorirono i vari emissari (negrieri?) che arruolavano contadini e pagavano navi di bambini con l’incentivo del viaggio transoceanico gratis. Altri vi individuarono una tragedia per l’industria, ma soprattutto per l’agricoltura che veniva dilapidata dalla ricchezza dei suoi contadini costretti a reinventarsi e riciclarsi in paesi ostili e in altre pesanti mansioni delle quali non possedevano il più lontano know how. Qualcuno già allora scrisse: “Certo gli emigranti mandano a casa molto denaro; ma se nello stesso tempo la razza decadesse, il denaro sarebbe assai magro compenso”. Certo in tempi degli oligocefali di Lombroso e camerati cattedratici non si sapeva nulla di DNA e di origini africane dell’homo erectus. Tutti in Italia hanno avuto esperienze di emigrazione con il dramma dell’esclusione e della marginalizzazione se non della segregazione. C’era per gli Italiani Brucculino, ma anche il ghetto della Little Italy. E furono quelli che fecero grande gli States che per questo sono grandi in confronto all’Italietta degli egoismi e dei campanilismi, degli ominicchi sbruffoni. Con l’opportunità di partire dalle toppe nel sedere e di raggiungere altissime cariche di onore e responsabilità. E oggi sono italo-americani (in evidenza il primo elemento) o anche americani italiani come dibatte sulla letteratura Anthony J. Tamburri , Dean of the John D. Calandra Italian American Institute of Queens College, Cuny, nel suo pregevole Scrittori Italiani (-) americani. Trattino sì trattino no (segnalo ancora Un biculturalismo negato e Una semiotica dell’etnicità)

Ho tanti amici a New York e negli States, che hanno chiesto per tempo la cittadinanza italiana, sposati con irlandesi, con wasp e con ebrei. E mi consola la loro fortuna che hanno chiesto ed ottenuto in tempi di democrazia l’orgoglio di essere italiani, loro, figli e nipoti di un antenato che lasciò la sua terra, il suo ambiente, i suoi amici, la casa degli antenati, sono oggi a pieno titolo cittadini italiani. Corsa a semplice onore per ottenerla con tutta una serie di adempimenti e prove burocratiche. Solo per l’onore, l’”Italian proud”, senza alcuna ricaduta finanziaria o guadagno de non di entrare gratis nei nostri musei, come tutti i vecchietti. E non solo per diritto di sangue, ma per nascita, formazione mentale e cultura fra le più alte del mondo. Il sangue solo, mi richiama in mente quello “blu” di certe famiglie di tempi passati. A meno che… Si voglia fare un decreto retroattivo. Ed aggiungo: se un giapponese di Tokio chiedesse la nostra cittadinanza ne sarei orgoglioso ed onorato.

Il mio modesto punto di vista è che sarebbe più sano ed onorevole che si cercasse una via per evitare la fuga di giovani verso tutto il mondo, senza scelte ed esclusioni, nelle Americhe ancora o in Indonesia e in Cina. Questa sarebbe una vera e leale sfida con i deboli ed esclusi che hanno voluto innalzare la loro posizione sociale, hanno sfruttato le risorse di una Università quasi gratuita per andarle a spendere ed offrire ad altre Nazioni. Sarebbe più onesto e morale che si evitasse di vedere aerei pieni di giovani in cerca di fortuna come i loro lontani e vicini antenati. E non si illuda il buon benpensante che il cosiddetto reddito di cittadinanza (che vuol dire?) risolverà la questione della disoccupazione. Ben misera cosa è il sussidio senza un lavoro fisso e senza speranza di pensione. Perciò si sarà votati per legge ad integrare con un lavoro in nero, che non manca mai.

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