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Giornalisti sotto attacco, quando la penna è (ancora, sì) l’arma più potente

Da Oriente a Occidente, diario di bordo sui reporter che hanno fatto notizia nelle ultime settimane: per chi racconta la verità sempre meno tutele e mezzi

Giornalisti smembrati fisicamente, fatti fuori in maniera brutale, tanto in regimi, quanto in Paesi sulla carta democratici, da un lato. Governi e capi di Stato che, dall’altro, provano a screditare e a disintegrare una categoria, con commenti, minacce e avvertimenti neanche troppo velati, in barba al loro ruolo istituzionale. Anzi forti del loro ruolo di commander-in-chief

Stati Uniti, Italia, Europa, mondo: quando a fare notizia è chi la notizia tenta di darla, magari condendola con qualche dato, qualche dossier a supporto, qualche nome altisonante accostato nero su bianco a roba che scotta, anche per chi quasi non fa più caso alla polvere che viene spazzata sotto al tappeto. La Voce di New York non smette di tenere la conta di chi fa informazione e di questo forse muore. O nel migliore dei casi diventa bersaglio d’intimidazioni e attacchi, spesso in solitudine.

Fondi europei e corruzione. Succede nel Vecchio Continente dove, ancora una volta, una reporter in prima linea in inchieste che coinvolgono poteri forti e illeciti finanziari, Viktoria Marinova, viene uccisa. Prima di lei, era toccato a Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese che aveva portato alla luce la corruzione nel cuore d’Europa, sollevando lo scandalo su petrolio e tangenti pagate dal regime dell’Azerbaijan ai vertici del governo maltese, e iniziato a indagare su traffici di droga e contrabbando di gasolio a largo dell’isola, come continua a raccontare la Repubblica. Più recentemente, a pagare con la vita il suo lavoro era stato il collega 27enne Jan Kuciak, freddato in Slovacchia insieme alla fidanzata mentre indagava sulle presunte connessioni tra pezzi del governo di Bratislava e ‘ndrangheta. Fondi europei e corruzione, il fulcro dei suoi dossier pubblicati su internet.

La giornalista bulgara Viktoria Marinova, 30 anni, stuprata e uccisa pochi giorni fa

Lo stesso intorno a cui ruotava il lavoro di Marinova, 30 anni, picchiata selvaggiamente, stuprata e uccisa, dopo essere uscita a far jogging nella periferia di Ruse, in Bulgaria, il 7 ottobre scorso. Il suo corpo è stato ritrovato tra i cespugli vicino a un molo sul fiume Danubio: vittima qualunque dell’ennesimo femminicidio o target designato per metterne a tacere l’operato? Il presunto assassino è stato arrestato e il governo nega che il suo omicidio sia legato alla sua attività di giornalista. Ma i dubbi permangono. Nell’ultima puntata del programma tv da lei condotto, “Detector”, Viktoria aveva intervistato due giornalisti, il bulgaro Dimitar Stoyanov del sito internet Bivol e il romeno Attila Biro della Rise Project Romania, impegnati in inchieste su corruzione e abusi di fondi Ue da parte della Gp Group. Nell’illecito del gruppo, operante nella distribuzione di gas e petrolio, nell’edilizia e nella gestione di strutture alberghiere, comunitarie e pubbliche, secondo Bivol erano coinvolti non solo uomini d’affari e politici locali, ma anche oligarchi russi tra cui l’ex senatore e attuale vicepresidente del colosso petrolifero Lukoil, citato proprio nella trasmissione di Marinova. Il ministro dell’Interno bulgaro ha ora annunciato l’apertura di un’indagine sulla Gp Group e bloccato un trasferimento bancario di 14 milioni di euro. Il programma di Marinova aveva senz’altro toccato un nervo scoperto in una Bulgaria dove la corruzione è endemica e i giornalisti lamentano pressioni e minacce quotidiane: la nazione dell’est Europa è 111esima al mondo per libertà di parola e di stampa.

Regimi e voci dissidenti. Una settimana fa si sono “perse le tracce” di Jamal Khashoggi, giornalista saudita di 59 anni misteriosamente scomparso dopo aver varcato la soglia del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Stimato reporter e collaboratore del Washington Post, il 2 ottobre l’uomo si è recato al consolato per presentare i documenti necessari a celebrare il suo matrimonio con una donna turca, Hatice Cengiz, ma non ne sarebbe mai uscito vivo. Secondo alcuni funzionari del governo di Ankara, Khashoggi sarebbe stato ucciso, e il suo corpo smembrato, all’interno della stessa struttura. Una storia torbida, “alla Pulp Fiction” dicono i funzionari al New York Times: nello stesso giorno 15 cittadini sauditi sarebbero volati a Istanbul su due voli diversi ed entrati nel consolato più o meno alla stessa ora di Khashoggi per poi far ritorno nei paesi di partenza. Sempre secondo le fonti del quotidiano statunitense, si tratterebbe di agenti inviati dal governo di Riad per uccidere il giornalista che sarebbe stato fatto a pezzi con una sega: i suoi resti sarebbero stati poi trasportati fuori, a bordo di un minivan nero. Accuse che i sauditi negano con forza, sostenendo che Kashoggi abbia lasciato il consolato.

Il giornalista e dissidente saudita, Jamal Khashoggi, scomparso una settimana fa dopo essere entrato nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul

Da un anno Kashoggi viveva in un esilio autoimposto negli Usa: negli ultimi anni le posizioni del reporter avevano iniziato a infastidire Riad e dopo il cambio di leadership, con la salita al trono di Mohammad bin Salman, aveva scelto di lasciare l’Arabia, mostrandosi critico con la politica estera del governo del principe ereditario, in particolare sul boicottaggio del Qatar, sulla guerra in Yemen e sulla crisi con il Canada, schierandosi contro gli arresti di massa di dissidenti e attivisti da parte di MbS. Alla collega del New Yorker Robin Wright, recentemente avrebbe detto di temere per la sua vita.

La scomparsa del giornalista, adesso, potrebbe aggravare i già difficili rapporti tra Arabia Saudita e Turchia, cui l’ufficio dei Diritti Umani dell’Onu chiede massima “cooperazione per condurre un’indagine puntuale, imparziale e indipendente sulle circostanze riguardanti la sparizione di Kashoggi e di renderne pubblica ogni evidenza”. Intanto, dalle colonne del Washington Post è arrivato l’appello della fidanzata di Kashoggi a Donald Trump, affinché si spenda personalmente per il ritrovamento dell’editorialista, sulla cui sparizione il presidente Usa era intervenuto dicendosi “preoccupato”: “Non mi piace quello che sento su questa vicenda”, aveva dichiarato alla stampa che gli chiedeva un commento.

Occidente: da Trump a Di Maio, stampa sotto attacco. Ma in Occidente, a guidare la schiera sempre più folta di capi di governo che sistematicamente, dai social alle conferenze stampa, si scagliano con attacchi mirati contro la categoria dei giornalisti, è proprio lui. The Donald. Che non perde occasione, dai press briefing ai tweet al vetriolo, per denigrare, deridere, sminuire qualunque voce di dissenso o accenno di domanda scomoda. Come nell’ultima conferenza stampa nel Rose Garden della Casa Bianca, dove vittima della sua proverbiale spacconeria è stata Cecilia Vega, reporter della Abc. Trump ha inoltre respinto qualunque domanda sul caso Kavanaugh, come quelle della giornalista della Cnn, Kaitlan Collins, parlandole addosso, e lamentando una copertura mediatica “sleale” e un reporting “inaccurato”.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump

“Così è stato con la mia elezione”, ha poi commentato il presidente. “Dicevano che ero in difficoltà in certi stati e alla fine la mia vittoria è stata un plebiscito, ma non l’hanno riportato. E sapete perché? Fake news!”. (In realtà così non è stato e subito dopo il voto Trump stesso aveva ammesso di essere convinto che non ce l’avrebbe fatta). Indisponente ma anche indisponibile, Trump semplicemente si sottrae alla stampa quando non gli conviene, a meno che non si tratti di propaganda da cui la sua immagine esce rafforzata, come con ‘Fox and Friends’. La Casa Bianca tutta si nega sempre più ai reporter da quando il nuovo inquilino si è insediato, tanto che negli ultimi tre mesi si sono tenuti appena nove news briefings “giornalieri”.

Toni o mezzi diversi, ma stessa sostanza e clima infuocato anche in Italia, dove le ultimissime dichiarazioni del vicepremier Luigi Di Maio hanno suscitato una viva reazione da parte dei giornalisti di Repubblica e l’Espresso, cui è arrivata la solidarietà dei colleghi e degli stessi lettori. L’attacco ai giornalisti del gruppo GEDI (ex l’Espresso), questa volta, era arrivato con un video Facebook dal leader del Movimento 5 Stelle: “Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali tra cui quelli del Gruppo L’Espresso che, mi dispiace per i lavoratori, stanno addirittura avviando dei processi di esuberi al loro interno perché nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”. Parole con un peso specifico, cui non si è fatta attendere la risposta dei comitati di redazione delle due testate, nonché quella del direttore di Repubblica, Mario Calabresi, che ha passato in rassegna tutte quelle notizie “indigeste” che, pubblicate quel giorno sul quotidiano, potrebbero aver scatenato “le ire di Di Maio”.

“Pen is mightier” (Poster for tomorrow.org), credit: Genaro Solis Rivero

Al fianco dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa: “Gli insulti di Di Maio sono l’ennesima dimostrazione del disprezzo nutrito nei confronti dell’informazione libera e del ruolo che questa è chiamata a svolgere in ogni democrazia liberale – si legge in una nota – Di Maio, come del resto buona parte del governo, sogna di cancellare ogni forma di pensiero critico e di dissenso e si illude di poter imporre una narrazione dell’Italia lontana dalla realtà. Auspicare la morte dei giornali – continuano – non è degno di chi guida un Paese di solide tradizioni democratiche come è l’Italia, ma è tipico delle dittature”.

Giornalisti smembrati fisicamente, fatti fuori in maniera brutale, tanto in regimi, quanto in Paesi sulla carta democratici, da un lato. Governi e capi di Stato che, dall’altro, provano a screditare e a disintegrare una categoria, con commenti, minacce e avvertimenti neanche troppo velati, in barba al loro ruolo istituzionale. Anzi forti del loro ruolo di commander-in-chief. Ognuno con le armi che ha a disposizione.

Un bersaglio vulnerabile, quello dei reporter, come denunciato anche dal Committee to Protect Journalists (CPJ), associazione no-profit per la salvaguardia dei giornalisti, secondo cui nel 2017 sono stati 262 quelli arrestati, tra cui oltre 70 in Turchia, 40 in Cina  e 20 in Egitto, più della metà per aver denunciato la violazione dei diritti umani. “I governi in tutto il mondo utilizzano quotidianamente leggi d’emergenza per censurare i media e le pubblicazioni”, ha aggiunto il direttore Joel Simon all’Onu: “Al contempo aumentano quelli che accusano di ‘fake news’ i giornalisti che contraddicono le loro dichiarazioni ufficiali”.

Giornalisti con sempre meno tutele e mezzi per poter rispondere al fuoco incrociato sotto il quale, ogni giorno, chi tra di loro porta avanti il mestiere con rigore e dedizione alla verità rischia di cadere. E l’unica arma che resta da sfoderare è la penna, ancora la più potente per mettere a nudo il re.

 

 

 

 

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