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La mafia non è poi così pericolosa? L’ultima pensata degli italiani

Le sorprendenti risposte ad un questionario per un'indagine condotta dall'associazione Libera

Isola dell'Asinara - Cala d'Oliva: una lapide sulla casa dove i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno scritto una parte della sentenza del "Maxiprocesso" contro la mafia (Foto da Flickr)

Le mafie hanno impostato il loro sistema su nuovi modelli relazionali e imparato ad utilizzare nuovi codici e nuovi linguaggi per confondersi, con fare camaleontico, nel fluire della società liquida. Lo hanno fatto attraverso un uso appropriato delle nuove tecnologie come risorse per la gestione dei propri flussi finanziari e per lo sviluppo delle attività criminose, muovendosi con disinvoltura sui social e WhatsApp

La differenza sostanziale tra il vissuto e il percepito: la mafia, ma non è poi così pericolosa. È quanto emerge dall’indagine condotta dall’associazione Libera, che ha presentato un dettagliato dossier sulla base degli oltre 10 mila questionari (esattamente 10.343) somministrati a un campione di cittadini italiani. Se il 74,9% degli intervistati non ha dubbi sulla presenza globale delle mafie, soltanto il 38%  è pronto a riconoscerla come “socialmente pericolosa” e “preoccupante”, nel luogo in cui si abita. Addirittura nel Nord Est 4 cittadini su 10  hanno sostenuto che la mafia sia invisibile, conoscendola quale fenomeno “marginale”. Per gli intervistati le attività della criminalità organizzata sono principalmente il traffico di stupefacenti (59%), la turbativa di appalti (27,9%), il lavoro irregolare (24,5%), l’estorsione (23%), la corruzione dei funzionari pubblici(21,5%), il riciclaggio di denaro (20,6%) e lo sfruttamento della prostituzione (20%). Inoltre, il dato più basso si riferisce presenza delle organizzazioni criminali di origine straniera con caratteristiche similari alle mafie tradizionali italiane.

Numeri questi che vanno letti in una prospettiva più ampia ed evidenziano la capacità della criminalità organizzata di reinventarsi, mostrandosi flessibile ed in grado di interpretare i cambiamenti della società in maniera funzionale al prosperare delle attività criminose. A partire dal linguaggio, la cui rappresentazione mediatica simile  ad una narrazione  ha, di fatto, condizionato –  il dossier di Libera ne è testimonianza –  l’opinione pubblica nella percezione dell’incidenza  della criminalità organizzata sul tessuto sociale. Aspetti questi che ho avuto modo di appurare in attività di ricerche esaminando spesso come Cosa Nostra sia passata con disinvoltura dai pizzini ai nuovi canali social, la narrazione mediatica del linguaggio mafioso.

Le mafie che hanno impostato il loro sistema sui  nuovi modelli relazionali, hanno anche imparato ad utilizzare nuovi codici e nuovi linguaggi per confondersi, con quel loro fare camaleontico, nel fluire della società liquida. E lo hanno fatto attraverso un uso appropriato delle nuove tecnologie come risorse per la gestione dei propri flussi finanziari e per lo sviluppo delle attività criminose, muovendosi con disinvoltura sui social e WhatsApp.

Il codice comunicativo si è evoluto e, se in una precisa fase storica, è stata sfruttata la spettacolarizzazione, in seguito è tornato ad essere impiegato come veicolo di messaggi, riappropriandosi della sua identità. Esemplari in tal senso l’impiego di pizzini di Bernardo Provenzano, che sono stati strumento di comunicazione e di gestione del potere ed hanno al contempo contribuito a svelare agli inquirenti molte dinamiche di Cosa Nostra, aprendo, quindi, ad una dimensione esterna. Eppure della Mafia c’è ancora una immagine stereotipata nello stile  de “Il Padrino” che è lontana anni luce dalla realtà, ma rientra pienamente nel patrimonio culturale collettivo. Così come controversa si presenta ancora oggi la figura del mafioso, in cui convivono due nature contrapposte: sono santi e benefattori per alcuni, demoni per altri. A tal proposito basta richiamare alla mente le opinioni che i Corleonesi hanno, ad esempio, dello stesso Totò Riina, ancora oggi. Immagini che vengono delineate anche attraverso il filtro della manipolazione seduttiva che sono in grado di esercitare attraverso la rappresentazione mediatica  del mafioso. Oggi i mafiosi sono colletti bianchi capaci di usare bene le potenzialità delle nuove tecnologie. Comunicano e commettono i loro delitti attraverso il web. Possono permettersi di assoldare esperti. La mafia rurale ha lasciato il posto a quella ipertecnologica.

La percezione distorta del reale viene, infatti, enfatizzata dai mezzi di  comunicazione, che insistono sui particolari, su quel “feticismo del dettaglio”, che accresce la curiosità, tanto che sempre più spesso i casi di cronaca nera diventano sempre più eventi televisivi, per mezzo dei quali alzare l’audience grazie alla morbosa cura dei  dettagli angoscianti.

Ed è a questo altare  che Falcone e Borsellino hanno immolato le loro esistenze e sacrificato così i loro affetti più cari? Le fiction sono diventate realtà. Anzi la realtà ha superato ogni finzione scenografica. E se si vuole scrivere insieme un nuovo copione, è necessario imparare a conoscere  le nuove modalità di interazione e di comunicazione impiegati dalle criminalità organizzate, in modo da formare adeguatamente anche le nuove generazioni. Perché la vita non è un film….

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