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Conferenza sulla Libia a Palermo, quelle sedie vuote e la toccata e fuga di Haftar

L'inviato ONU Salame e il premier Conte hanno parlato di successo, ma ci sono stati illustri assenti (tra cui Macron), presenze-assenze e defezioni

La stretta di mano, sancita dal premeir Giuseppe Conte, tra Fayez Al Serraj e Ghassan Salame (Foto Palazzo Chigi).

In bilico la presenza del generale della Cirenaica Khalifa Haftar, che alla fine è arrivato dietro grande lavorio diplomatico ma solo per incontrare i ministri d'Europa e non per partecipare alla Conferenza. La Turchia, esclusa a un incontro per assicurare la presenza di Haftar, ha abbandonato i lavori. Tra i grandi assenti, Emmanuel Macron, Vladimir Putin, Angela Merkel e Donald Trump

Ghassan Salame, inviato ONU in Libia, ha parlato di “successo”, mentre il premier italiano Giuseppe Conte ha sottolineato il “messaggio di speranza” che lascia la Conferenza sulla Libia appena chiusasi a Palermo. Un bilancio positivo da parte dei promotori che, tuttavia, sembra “glissare” sulle assenze illustri, le mezze presenze e le diserzioni in corsa che ne hanno in certo qual modo ridimensionato la portata.

Primo grande, enorme assente, il presidente americano Donald Trump. La sua mancata comparsa nel capoluogo siciliano non stupirebbe neanche un po’ se, nell’amichevolissima conferenza stampa al termine della bilaterale con Conte a Washington mesi fa, non si fosse prospettata una “cabina di regia” congiunta italo-americana sulla crisi, che fece parlare di un possibile intervento dell’alleato statunitense alla Conferenza.  Altro big che non si è fatto vedere è l’eterno rivale dell’Italia in Libia, Emmanuel Macron, che lo scorso maggio aveva ospitato a Parigi un’altra conferenza (Italia non invitata) dalla quale era uscita una roadmap (non realizzabile) per le elezioni. Altra assenza illustre, quella, annunciata da giorni, della cancelliera Angela Merkel: Francia e Germania sono state però rappresentate dai rispettivi ministri degli Esteri. Quarta sedia vuota, quella di Vladimir Putin, altro player internazionale di rilievo nella crisi anche perché, tra le ambizioni maggiori di Mosca, vi è quella di costruire una base navale nella Cirenaica per insidiare l’area strategica della Nato. Al suo posto, il premier russo Dmitri Medvedev.

L’assenza di questi leader – e quelli di Francia e Russia – è eloquente, nella misura in cui pensare di risolvere la crisi libica senza Macron e Putin è del tutto fantasioso. Ma neppure il sudatissimo arrivo del generale Khalifa Haftar, grande rivale del premier libico riconosciuto dalla comunità internazionale Fayez Al Serraj, ha segnato una presenza convinta e totale. Haftar, infatti, si è fatto vivo per incontrare i ministri europei, ma non ha voluto partecipare alla plenaria (alla quale era tuttavia presente la sua delegazione) ed ha lasciato Palermo in anticipo. Una mossa evidentemente studiata e voluta, dal momento che l’uomo forte della Cirenaica l’ha annunciata ai giornalisti: “Non parteciperei alla Conferenza nemmeno se dovesse durare cento anni”, ha detto in una intervista. Il Generale ha anche confermato che avrebbe incontrato “il primo ministro italiano e gli altri ministri europei”, ma non gli esponenti delle altre delegazioni, con cui, ha tenuto a ribadire, “non ho nulla a che fare”. 

Certo, la sua comparsa e la conseguente stretta di mano (sancita da Conte) con Serraj non è un risultato da sminuire, anche perché è stato ottenuto dietro grande lavorio diplomatico. Per settimane, infatti, è andato in scena dietro le quinte il pressing delle cancellerie italiana, ma anche russa e americana verso il Maresciallo che disdegnava la Conferenza, e per di più, poco dopo l’apparente disgelo, il suo entourage ne faceva trapelare i dubbi in merito al formato dell’appuntamento. Un formato, a detta di Haftar, troppo sbilanciato verso la componente legata ai Fratelli Musulmani (sia libica che non). Decisiva per la partecipazione (seppur azzoppata) del rivale di Serraj sarebbe stata la missione in Libia di una vecchia conoscenza dei lettori della Voce, l’ex ambasciatore italiano all’ONU Sebastiano Cardi, oggi direttore degli Affari politici della Farnesina.

Altra presenza-assenza – o meglio forfait in corsa – quella della Turchia, con il vicepresidente turco Fuat Oktay che, nell’abbandonare i lavori, ha spiegato così le cause del suo risentimento: “Non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l’hanno causata ed escludendo la Turchia”. E ha aggiunto: “Il meeting informale di stamattina è stato presentato come un incontro tra i protagonisti del Mediterraneo: ma questa è un’immagine fuorviante che noi condanniamo. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi”. Pare infatti, che, per assicurare l’intervento di Haftar ad almeno un incontro allargato, Roma abbia dovuto escludere dall’incontro Qatar e Turchia, presenze scomode per il Generale. Contro cui, in effetti, si è rovesciata l’ira turca: “Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana”, ha detto il braccio destro di Erdogan. ”Sfortunatamente la comunità internazionale non è stata capace di restare unita”.

Proprio di “unità”, al contrario, ha parlato alla conferenza stampa finale l’inviato del segretario generale Antonio Guterres nel Paese. “In questa conferenza ho avvertito un suono di unità da parte della comunità internazionale ben più forte, a sostegno del piano delle Nazioni Unite”, ha detto Salame. “Ho anche ascoltato e visto un livello di conviviali superiore tra gli attori libici”. Dal canto suo, il premier italiano ha parlato di “buon esito” della Conferenza, con un “segnale incoraggiante” che arriva dalla “nutrita, sostenuta presenza libica”. “Andiamo via da Palermo, ma portiamo con noi il sentimento di fiducia per la prospettiva di stabilizzazione della Libia. Non vogliamo illuderci”, ha specificato Conte, “ma riteniamo siano state poste delle premesse importanti per proseguire questo cammino”. Il presidente del Consiglio ha poi specificato che “non abbiamo pensato a questo incontro come a una vetrina internazionale: non ci siamo profusi in questa organizzazione per una photo opportunity, ma perché veramente avvertiamo il desiderio di offrire un contributo, come Paese, all’iniziativa da tempo intrapresa dalle Nazioni Unite”.

Il presidente Giuseppe Conte con l’inviato speciale ONU in Libia Ghassan Salame (Palazzo Chigi).

Dalla conferenza, dunque, sono uscite due narrazioni contrastanti: quella piuttosto soddisfatta del premier Conte e dell’inviato speciale Salame, e quella tacitamente raccontata dalle sedie vuote o da quelle liberate in anticipo. Vero è che ottimista si era mostrato lo stesso Salame la scorsa settimana, quando, durante un briefing al Consiglio di Sicurezza ONU, ha rilanciato il processo politico e annunciato, auspicabilmente, una nuova roadmap che dovrebbe condurre alle elezioni nel Paese in primavera.

Un piano appoggiato dal premier Conte. Il premier ha anche dato il proprio sostegno al cessate il fuoco in corso a Tripoli, che dovrebbe “facilitare le discussioni per l’attuazione dei nuovi assetti di sicurezza che abbiano come obiettivo il superamento del sistema basato sui gruppi armati”. Nella conferenza stampa che ha chiuso l’incontro, Conte ha poi precisato che l’Italia “non intende rivendicare alcuna leadership sul piano economico, politico o altro”, ma che è “disponibile a valutare tutte le forme di aiuto e cooperazione”. E ha annunciato che per le prossime elezioni “abbiamo stanziato 1,5 milioni di euro”. Dal canto suo, Haftar ha voluto mandare un messaggio velato al suo rivale Serraj: “Non è utile cambiare il cavallo mentre si attraversa ancora il fiume…”, ha detto, come a esprimere il suo velato appoggio a che l’attuale premier libico resti al suo posto fino alla data delle consultazioni. Che sarà, a detta di tutti, il vero punto cruciale nello sviluppo e (si spera) risoluzione della crisi.

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