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Il “Thompson” di Los Angeles che abbatte Cristoforo Colombo

Lettera al Direttore sull'ultima iniziativa politica volta a rimuovere una statua del conquistatore Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo (Wikipedia).

La fama di Cristoforo Colombo da tempo è entrata nel mirino dei paladini del cosiddetto “politicamente corretto”; ma la sua impopolarità ha subito un’impennata dopo gli incidenti razziali di Charlottesville, quando tre persone di movimenti pro immigrati rimasero uccise ad opera di suprematisti bianchi. Sfugge la relazione, ma nel giro di pochi giorni statue del navigatore sono state danneggiate o abbattute in diverse città; due per tutte: Houston e Detroit

Caro Stefano,

avrei voluto scriverti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e del suo grande “Il Gattopardo”, uno dei romanzi-chiave (gli altri sono “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni; “I viceré” di Federico de Roberto; “I vecchi e i giovani” di Luigi Pirandello), per comprendere l’Italia di ieri, di oggi, di quella che s’annuncia per il domani (tre su quattro, siciliani; aggiungiamo Leonardo Sciascia, non può essere un caso). Lo farò la settimana prossima. Perché l’occhio cade su un tweet che riporto integralmente:

Thank you @NBCLA for reporting on our work to remove the Columbus statue from Grand Park. #NativeTwitter #NativeAmerican #IndigenousPeoplesDay #NativeAmericanHeritageMonth”.

Il tweet ha un nome e un cognome: Mitch O’Farrell, 10.500 follower. Chi è mister O’Farrell? Wikipedia soccorre:

“Is an American politician and member of the Los Angeles City Council representing the 13th discrict. O’Farrell was elected on May 21, 2013 to succeed outgoing incumbent Eric Garcetti, the 42nd Mayor of Los Angeles. O’Farrell was raised in Moore, a suburb south of Oklahoma City. He first moved to Los Angeles where he became a cruise ship dancer traveling the world and eventually ending up working as a dancer in a casino in the Bahamas. He eventually moved back to Los Angeles in the 1990s, settling in Glassell Park. He became a community activist and started volunteering for his neighborhood. Eric Garcetti was running for City Council and he did some volunteer work for him. He was elected President of the Glassell Park Improvement Association and helped form the Neighborhood Council. In 2002, he was hired by then Councilmember Garcetti to work in his office. He stayed for ten years. He was a field deputy, then deputy director, then district director and then senior advisor”.

Rispettabile curriculum, e che tuttavia può lasciare assolutamente indifferenti tutti coloro che non vivono a Los Angeles.

Mister O’Farrell tuttavia ha trovato il modo di conquistarsi un posto non secondario nel pantheon che si può definire “dei Thompson”. Per capirci occorre fare un passo indietro, e ricordare un aneddoto citato da Leonardo Sciascia: appunto la voce “Thompson”, una delle quattro che compongono il saggio intitolato “Dizionario”, e che si può leggere nel recente volume “Fine del carabiniere a cavallo. Saggi letterari (1955-1989)” di Sciascia, a cura di Paolo Squillacioti. L’aneddoto racconta che il 6 ottobre 1850 Gustave Flaubert, in una lettera del 6 ottobre 1850 da Rodi allo zio François Parain, Gustave Flaubert immortala un tale “Thompson de Sunderland”. Il tipo ha avuto la brillante pensata di incidere o far incidere il suo nome – e la sua patria, come si diceva un tempo – sulla colonna di Pompeo che si trovava ad Alessandria d’Egitto: “en lettres de six pieds de haut” distinguibili a “un quart de lieue de distance”. Il sistema metrico decimale non era sfortunatamente ancora molto diffuso, ma le misure indicate da Flaubert rendono comunque l’idea delle enormi dimensioni delle lettere scolpite nella pietra della colonna. “Ce crétin s’est incorporé au monument et se perpétue avec lui. Que dis-je? Il l’ecrase par la splendeur des ses lettres gigantesques. N’est-ce pas très fort de forcer les voyageurs futurs à penser à soi et à se souvenir de vous? Tous les imbéciles sont plus ou moins des Thompson de Sunderland”.

Il flaubertiano Thompson di Sunderland, osserva Sciascia, può essere considerato l’ideale rappresentante della moltitudine di suoi simili, di ogni tempo, paese, età e classe sociale, che non resistono alla tentazione di lasciare traccia di sé sui monumenti che hanno la sfortuna di trovarsi sul loro cammino o, più modestamente, sul primo muro che capita loro a portata di mano.

Mister O’Farrell non ha inciso alcun graffito, ma ha comunque trovato il modo di incidere da qualche parte il suo nome; e di perpetuarlo come quel “Thompson de Sunderland”.

Los Angeles, sull’onda di una “rilettura” della Storia che sta prendendo piede, ha deciso di rimuovere la statua di Cristoforo Colombo che da decenni occupava il centro di Gran Park. La statua era un dono della comunità italiana stabilitasi nel Sud della California, così come è accaduto in decine di altre città statunitensi. Da alcuni anni un insopportabile “vento” di cosiddetto “politicamente corretto” ha trasformato il povero Colombo in una sorta di criminale.

Mister O’Farrell così si esprime: “Fu personalmente responsabile di diverse atrocità, le sue azioni hanno messo in moto il più grande genocidio della storia. La sua immagine non dovrebbe essere celebrata da nessuna parte. Colombo non ha scoperto l’America poiché non ha mai raggiunto le coste del Nord America e c’erano già milioni di indigeni che vivevano qui. La sua immagine non dovrebbe essere celebrata da nessuna parte”.

La fama di Cristoforo Colombo da tempo è entrata nel mirino dei paladini del cosiddetto “politicamente corretto”; ma la sua impopolarità ha subito un’impennata dopo gli incidenti razziali di Charlottesville, quando tre persone di movimenti pro immigrati rimasero uccise ad opera di suprematisti bianchi. Sfugge la relazione, ma nel giro di pochi giorni statue del navigatore sono state danneggiate o abbattute in diverse città; due per tutte: Houston e Detroit. Il sindaco di New York Bill De Blasio ha proposto di cambiare nome a Columbus Circle, la piazza antistante Central Park; mentre molti suoi colleghi, tra cui quello di Los Angeles, hanno cancellato le celebrazioni del 12 ottobre per il Columbus Day; al loro posto il “Native and Indigenous native people day”. Il Columbus Day – che si celebra il secondo lunedì del mese di ottobre – è festa nazionale: lo stabilì il presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1937. Prima o poi qualcuno si metterà a berciare che Roosevelt è complice dello “sterminatore”.

Nel profilo di mister O’Farrell si può leggere: “Proudly representing the constituents of the 13th Council Discrict in the City of Los Angeles. Please call my district office for immediate concerns. 2132073015”.

Peccato risponda il solito disco, e non un essere umano. Neppure la magrissima consolazione di poter dire a mister O’Farrell che pur avendo sostituito il graffito con il selfie e il tweet, è comunque entrato comunque nella flaubertiana categoria dei mister Thompson. Anche il solo aver concepito che Colombo “colpevole” di aver scoperto l’America, sia responsabile della sottomissione e dello sterminio degli indigeni che popolavano in Continente, è una sciocchezza sesquipedale che è perfino imbarazzante contestare. Che questa sciocchezza prenda piede, abbia seguito e vi siano effetti concreti e pratici, è inquietante. La madre dei cretini non si riposa.

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