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“Ecco cosa significa per una giovane donna subire violenza dal proprio compagno”

La testimonianza di Courtney, 29 anni, di Cleveland, fa capire perché bisogna continuare a lottare per le donne, e promuovere un cambiamento culturale

Violenza sulle donne (Pixabay).

Una delle obiezioni di chi critica le istanze del #MeToo è che, in suo nome, qualunque donna può decidere, dalla sera alla mattina, di rovinare la reputazione di un uomo per qualsivoglia motivo. E anche qualora la giustizia faccia il suo corso e scagioni il malcapitato, il suo buon nome sarà ormai rovinato a vita. Eppure, la questione è ben più complessa di così: perché, troppo spesso, gli episodi di molestie e di violenza, fisica, psicologica o sessuale che sia, non arrivano mai, o troppo tardi, allo step giudiziario

“A mark of shame on all our societies”, “un marchio d’infamia su tutte le nostre società”. Così il segretario generale Antonio Guterres ha definito la violenza sulle donne, nel suo discorso in occasione della Giornata Mondiale per l’eliminazione del fenomeno nel mondo. “La violenza può prendere diverse forme”, ha ricordato il Segretario Generale, “da quella sessuale nei conflitti alle spose bambine, dalla mutilazione genitale al femminicidio”. Ma è innanzitutto un “problema politico”: perché, ha ricordato Guterres, “la violenza contro le donne è legata a più ampie questioni di potere e controllo nelle nostre società”.

Quest’anno, la celebrazione cade a poco più di un mese dal primo compleanno del #MeToo, il movimento transazionale di riscossa femminile che ha portato tante donne, famose e non, a parlare per la prima volta degli abusi subiti, che spesso hanno messo nel mirino uomini celebri e potenti: produttori di Hollywood, attori, musicisti, politici, e il Commander-in-Chief in persona.

Non tutti, negli States e altrove, vedono però nel #MeToo una necessaria ribellione alla dominante cultura patriarcale che ha reso la donna, per secoli, subalterna all’uomo sotto tutti i punti di vista, anche quello degli appetiti sessuali. Qualcuno ne individua, forse legittimamente, i rischi: più di una volta, qui in America – patria per eccellenza del politically correct –, ho sentito riportare storie di professionisti uomini che, per timore di possibili equivoci, fraintendimenti o addirittura trappole costruite con dolo, tenderebbero a limitare al massimo i contatti con colleghe dell’altro sesso. Il ricatto, temono, è sempre dietro l’angolo. Una faccia della medaglia da non sottovalutare, ma che, per chi scrive, non può portare in alcuna misura a delegittimare la campagna in sé, e tutte le altre iniziative tese a rivendicare il rispetto e la dignità di ogni donna. Perché, al netto di una minoranza, condannabile, che possa in qualche modo abusarne, sono gli stessi dati a dimostrare la necessità di un ampio movimento di lotta politica e culturale.

Tuttavia, una delle obiezioni di chi critica le istanze del #MeToo è che, in suo nome, qualunque donna può decidere, dalla sera alla mattina, di rovinare la reputazione di un uomo per qualsivoglia motivo. E anche qualora la giustizia faccia il suo corso e scagioni il malcapitato, il suo buon nome sarà ormai rovinato a vita. Eppure, la questione è ben più complessa di così: perché, troppo spesso, gli episodi di molestie e di violenza, fisica, psicologica o sessuale che sia, non arrivano mai, o troppo tardi, allo step giudiziario. La ragione? Tantissime sono le donne che non parlano delle aggressioni subite, che non le denunciano a una qualche forma di autorità, e talvolta neppure le riportano ai familiari più stretti. Qualcosa di simile è accaduto alla dottoressa Christine Blasey Ford, la donna che è divenuta famosa per aver parlato 36 anni in ritardo delle molestie – afferma lei – che avrebbe subito, ai tempi del college, da parte di Brett Kavanaugh, ora giudice della Corte Suprema confermato nonostante le accuse. A detta di molti, la testimonianza di Ford sarebbe stata viziata a priori dal fatto che la donna ha atteso 3 decenni prima di denunciare. Ed è qui che si arriva al cuore del problema culturale, che è poi il nodo che un movimento come #MeToo vuole affrontare.

Uno dei cartelli di Why I Didn’t Report, successivamente esposti in una galleria a Soho dall’8 all’11 novembre.

Dell’argomento si è occupata, a partire da New York, un’altra campagna di sensibilizzazione, #WhyIDidntReport (“Perché non ho denunciato”). L’hanno lanciata due studenti della School of Visual Art, Ha Jung Song e Bowook Yoon, per un progetto assegnato loro dal professore di pubblicità Thomas Shim. Proprio nei giorni in cui il caso Kavanaugh lacerava gli States, la Grande Mela si riempiva di cartelli, su cui tante persone sopravvissute a molestie, abusi o violenze sessuali hanno confessato il motivo per il quale non hanno mai denunciato il reato subito. I due studenti hanno lanciato anche un hashtag sui social e hanno cominciato a raccogliere centinaia di testimonianze online.

Tra i survivors che in questa occasione hanno condiviso la loro storia c’è Courtney VanSickle, 29 anni, di Cleveland. Suo padre, Jim VanSickle, è a sua volta un noto attivista contro le violenze sessuali perpetrate su bambini, dopo essere stato vittima, tra il 1979 e il 1982, di un prete pedofilo mentre frequentava la Bradford Central Christian High School, in Pennsylvania. “Ho cominciato a uscire con quello che sarebbe diventato il mio abusatore”, racconta Courtney, “a 16 anni. È stato il mio primo legame sentimentale e abbiamo avuto una din quelle classiche relazioni infantili che si hanno durante l’high school”. Nel giro di due mesi, però, il ragazzo è diventato sempre più oppressivo: “Mi isolava dalla mia famiglia e dai miei amici, e ad un certo punto ha cominciato a forzarmi sul lato fisico, diventando verbalmente e fisicamente aggressivo quando non volevo soddisfare le sue richieste”. Courtney racconta di aver provato con forza ad opporsi, ricevendo, di risposta, minacce rivolte a lei e alla sua famiglia. “Mi sentivo terrorizzata e in trappola, non sapevo come uscire da questa situazione, così ci sono rimasta, seppur riluttante”. Gli abusi erano ormai diventati routine: “Più cercavo di evitare certe cose, più lui mi forzava e pretendeva di più”.

Lo stupro è arrivato dopo 6 mesi. Ma Courtney non ha denunciato: “Mi aveva manipolata molto bene”, mi racconta. “Mi aveva convinta che fossi io anormale per non volere le cose che lui desiderava; oppure era riuscito a farmi credere che le volevo anche io o che era in qualche modo tutta colpa mia”. “Nessuno ti crederà mai”, era il mantra che le ripeteva. “Mi ha fatto pressione psicologica in un modo che letteralmente mi ha spinta a dubitare di tutto ciò in cui prima credevo”, ricorda Courtney. Ma l’abilità del suo abusatore nel controllarla dal punto di vista emozionale e psicologico non è stato l’unico motivo per cui non l’ha denunciato. “All’inizio, provavo troppa vergogna per dirlo ai miei genitori, e davvero temevo possibili ritorsioni. A un certo punto, sono semplicemente diventata insensibile a tutto, e mi sono sentita come se non ci fosse una via d’uscita a quella situazione, perciò perché combatterla?”.

Gli abusi sono proseguiti dai 16 ai 19 anni, e, un decennio più tardi, Courtney porta impresse le cicatrici di quella esperienza che le ha letteralmente stravolto la vita. Nessuna donna che ha subito abusi e violenze dichiara mai di poter “superare”, o di aver superato, il dolore di quello che le è capitato. La violenza finisce e la vita continua, quando si è fortunate, ma quello che c’è stato non si “supera”: al più, si fa pace con se stesse, si va avanti, si mette la propria esperienza a servizio di altre persone. Ma non si dimentica, mai. È così anche per Courtney: “All’inizio dei miei vent’anni ho finto di non essere stata toccata dagli abusi, ma non è qualcosa che si supera. Da allora, non mi sono mai sentita bene come oggi, grazie alla terapia, alla mia famiglia, e al mio fidanzato, ma la strada per la mia guarigione, se mai ci sarà, è ancora lunga”, ammette. “E se non dimenticherò mai le aggressioni fisiche che ho subito, gli abusi emozionali e verbali sono le cicatrici più difficili da rimuovere, e ci combatto ancora ogni giorno”.

La storia di Courtney è drammaticamente comune. Nel mondo, si stima che il 35% delle donne abbia avuto esperienza di abusi fisici e/o sessuali dal proprio partner, o di violenze da parte di un altro uomo. Alcuni studi nazionali portano la percentuale delle donne abusate dal partner addirittura al 70%. Secondo il RAINN, la più grande organizzazione anti-violenza sessuale in America, negli Stati Uniti 1 donna su 6 è stata vittima di uno stupro, o un tentato stupro, durante la sua vita. Tra gli adulti, il fenomeno tocca le donne per il 90%; tra i più giovani per l’82%. Le donne tra i 16 e i 19 anni hanno 4 volte più probabilità di subire stupri, tentati stupri o molestie sessuali; nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni hanno 3 volte più probabilità se sono al college, 4 volte se non lo sono. Ma da ricordare sono anche quelle donne che, a differenza di Courtney, non sono qui a raccontare la loro storia: perché, tra le varie forme di violenza a cui il genere femminile è sottoposto nel mondo, vi è anche quella che termina con la perdita della vita, il femminicidio. Che spesso avviene per mano del proprio partner: in Paesi come l’Australia, il Canada, Israele, il Sud Africa e gli Stati Uniti, tra il 40 e il 70% delle vittime di femminicidio sono state uccise dal proprio compagno.

Ed è qui che si comprende l’importanza del movimento: “Le persone che hanno parlato pubblicamente mi hanno immensamente aiutata nel realizzare che non sono sola”, afferma Courtney. “Le bugie che il mio abusatore mi ha inculcato nel cervello per tutti quegli anni non sono la verità, lo so, ma per me è importante ricordarmelo grazie alle tante persone che raccontano pubblicamente le loro verità”. Per incidere davvero, secondo la ragazza, bisogna cominciare a “insegnare alle nuove generazioni che cosa è appropriato, e che cosa significa avere una sana e consensuale relazione sessuale, a scuola e a casa”. Il che “non porrà necessariamente fine alle violenze, ma aiuterà certamente i teenager a orientarsi nelle varie relazioni”. Courtney si augura vivamente che il movimento contribuirà ad apportare a un cambiamento politico-sociale: “Personalmente, però, non mi importa quale dei due partiti realizzerà tale cambiamento, perché tutto ciò non dovrebbe ridursi a un segno di spunta su un’agenda politica: stiamo parlando di proteggere delle persone”. Il dibattito negli Stati Uniti – ne è convinta  – “è stato politicizzato al punto da silenziare le voci delle tante vittime e dei sopravvissuti e da accrescere la divisione tra i partiti politici, dove non dovrebbe esserci”. Che cosa si augura per il futuro? “Spero e prego perché le persone comincino a riflettere su queste testimonianze, mettendo da parte le loro simpatie politiche per ascoltare veramente le esperienze dei sopravvissuti”. E chiosa: “Il cambiamento che ci serve è quello che ci consentirà di proteggere finalmente tutte le vittime di violenza sessuale o di abusi, e non chi commette questi crimini efferati”.

 

 

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